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Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

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Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Lasciare un’eredità, cosa e come lasciare.

“If anyone could have saved me, it would have been you. Everything’s gone from me expect the certainty of your goodness. I can’t go on spoiling your life any longer. I don’t think two people could have been happier than we’ve been.”

“Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se ne sta andando da me, eccetto la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a sfruttare la tua vita. Non penso che due persone abbiano potute essere più felici di quanto lo siamo stati noi.”

(Virginia Woolf – Lettera di suicidio)

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Esiste un film straordinario chiamato ‘The Hours’, in cui si replica il finale di vita di Virginia Woolf, una delle scrittrici più famose e apprezzate della letteratura anglosassone.

Essa morì suicida il 28 marzo del 1941, dopo aver combattuto per anni contro un disturbo bipolare di tipo 2, caratterizzato da episodi depressivi e ipomaniaci, seppur senza eventi maniacali.

Nella lettera di addio alla vita, scrisse al marito che ormai le voci (allucinazioni uditive) stavano riapparendo e sentiva mancare le forze necessarie per riuscire a rimanere sana di mente.

Nella realizzazione dell’imminenza della fine, capisce che tutta la felicità della sua vita derivava dal rapporto con il marito e sceglie, in questo tragico modo, di mostrare gratitudine nei suoi confronti.

Virginia decide di andarsene con una frase dolce, lapidaria e diretta, regalando al mondo della letteratura un’ultima frase imperlata di bellezza.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

La scelta della Woolf dimostra una volontà di abbracciare la morte con una forte quota di assertività.

Una decisione presa facendo ciò che meglio le riusciva e che meglio esprimeva ciò che lei era nella sua più profonda natura: una scrittrice. Adoperando il mezzo che meglio le si confaceva, la Woolf ha scelto di non lasciare un’eredità monetaria o un manufatto come testamento finale, bensì una certezza.

La sicurezza, per il marito, di essere stato la causa di tutta la sua felicità. Un lascito impalpabile: un’idea in cui lei credeva.

Come scrisse Giovanni Falcone, eroe e simbolo della lotta alla mafia: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini“.

La lotta di Falcone è attiva ancora oggi, così come sicuramente fece il marito della Woolf con la rappresentazione mentale di sua moglie.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Quando si è sul punto di morire, la vita induce ad una ri-osservazione di qualsiasi azione fatta e decisione intrapresa, sotto una luce di accettazione totale e acriticità.

Si è stati una certa persona e si accetta la multiforme fenomenologia della nostra manifestazione umana fino a quel momento. Ma come lasciare un’eredità? Cosa lasciare di sè? Come lasciarlo?

Generalmente, quando il discorso ‘morte’ entra nelle nostre conversazioni, vi sono due modi per affrontarlo. Il primo è evitare di parlarne.

Questo si rivela in diversi modi: giocare a fare i distratti (non posso pensarci ora perchè sono pieno di cose da fare), la differenziazione (la morte non mi tocca perchè seguo una vita sana), il diniego (le preoccupazioni sulla morte sono esagerate), dilazionare (ci penserò quando sarà il momento) e il distaccamento (sto alla larga da questo pensiero).

Il secondo modo in cui si affronta il discorso morte è collegato, invece, ad una difesa delle risorse dell’Io. L’individuo trova rifugio in una sorta di eroismo autobiografico, dove egli stesso, eroe della sua esistenza, cataloga le belle e mirabili cose che ha fatto o ottenuto o portato a termine.

In questo modo, l’individuo costruisce una figura ideale di sè stesso, così da ricordare i traguardi raggiunti e sapere di poter lasciare qualcosa di tangibile per i posteri.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Il professore della Texas Tech University James Russell, autore di un libro intitolato Inside the Mind of a Bequest Donor, ha condotto una ricerca nella neuro-filantropia, un filone delle neuroscienze che indaga i meccanismi neurali sottostanti la decisione di aiutare gli altri, interessandosi in questo specifico caso dell’atto di lasciare un’eredità in denaro sul letto di morte.

Russell ha comprovato che nel cervello dei donatori di eredità si notava una forte attivazione di due specifiche regioni cerebrali: il precuneo e la lingula. Il precuneo, chiamato anche ‘terzo occhio’ del cervello, è una zona di corteccia collocata a livello corteccia parietale associata alla capacità di riferirsi a se stessi in terza persona.

La lingula fa invece parte del sistema visivo. Un danno a questa regione può provocare la perdita della capacità di sognare. L’attivazione di queste due aree era conseguente alla visione di foto rappresentanti l’intero arco della vita dei partecipanti.

Lasciare un’eredità passava tramite la ri-osservazione del proprio passato, riferendosi a se stessi in terza persona (fatto assolutamente sensato, dato che la persona che si era 30 anni fa è necessariamente diversa da chi si è adesso) e operando un salto nelle memorie autobiografiche, come se si stesse ‘sognando’ il film della nostra vita.

Vivono tre tempi: il passato, il presente della scelta e il futuro della loro simbolica immortalità. Si immergono nel passato nell’atto di divenire un gesto che perduri per sempre.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Nel ri-osservare tutto ciò che si è sognato o fatto o realizzato o portato a termine, si hanno principalmente due diversi sguardi:

  • uno sguardo positivo che rende il racconto di sè a sè stessi una favola degna di narrazione;
  • uno sguardo negativo, in cui domina il modo verbale dell’ “avrei potuto” e dell’ “avrei dovuto,” colmo di rimpianti e rimorsi.

Questi due sguardi portano ad altrettante operazioni di giudizio riguardo le proprie scelte: l’una di accettazione totale di tutto, fino a poter dire “dovessi rifarlo, non cambierei nulla”, l’altra un rifiuto di parti di sè che di conseguenza sono non-integrate e possibilmente fonte di distress quotidiano con risvolti psicopatologici.

La prima operazione di giudizio è un’aspirazione a cui noi tutti dovremmo tendere, per riconoscere che alla fine di questo strano giro di giostra abbiamo lasciato un qualcosa che potrà continuare a vivere anche quando noi moriremo.

Giungere alla consapevolezza di aver generato un lascito, sia questo un manufatto che il nostro partner porterà al collo, una poesia che i nostri cari leggeranno prima di coricarsi, una passione trasmessa ad un figlio, un’idea che camminerà su altre gambe, un sogno che cullerà altre coscienze o le sconquasserà con violenza come un’eco in una valle vuota.

Ecco il vero potenziale del lascito: la possibilità di diventare una eco, che risuoni una musica ri-conoscibile per chi resiste al nostro passaggio.

 Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Come misurare la tua intelligenza spirituale? Quale propensione hai nel lasciare sulla terra e negli altri un segno del tuo passaggio? Vuoi parlarne a te stesso o a noi in BrainCare?

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Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

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Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Meditazione. È una procedura di controllo della propria mente utilizzata principalmente per il rilassamento, ma come funziona dal punto di vista biologico?

È stato individuato un piccolo gruppo di neuroni che trasmette informazioni dall’area cerebrale di controllo della respirazione a quella in grado di generare attivazione.

Questo nucleo sembra essere responsabile della sensazione di calma che ci pervade quando respiriamo lentamente, come succede nella meditazione, o di tensione quando respiriamo rapidamente e freneticamente.

Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Questo ammasso di neuroni, che unisce la respirazione al rilassamento, all’attenzione, all’eccitamento e all’ansia, è situato in profondità nel tronco encefalico, in un’area che rappresenta un pacemaker per la respirazione.

Infatti il complesso pre-Bötzinger o preBötC, questo il nome assegnatogli, è responsabile della generazione del ritmo respiratorio e controlla, quindi, tutti i vari tipi di respiri legati alle diverse emozioni: da quello normale a quello affannato, passando per quello eccitato, oppure il respiro di quando sbadigliamo, sospiriamo, ridiamo o abbiamo un incontrollabile attacco di singhiozzo.

In che modo questo nucleo chiarisce l’effetto calmante della respirazione lenta della meditazione?

Una sua sottopopolazione di neuroni, che esprime due marcatori genetici denominati Cdh9 e Dbx1, manda segnali al locus coeruleus.

Questa struttura proietta a praticamente ogni area del cervello e produce arousal: ci sveglia dal sonno, mantiene la nostra attenzione e scatena, in casi estremi, ansia e angoscia. È risaputo inoltre che i neuroni del locus coeruleus mostrano un comportamento ritmico il cui tempo è correlato con quello della respirazione.

Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Infatti, in uno studio pubblicato su Science (http://science.sciencemag.org/content/355/6332/1411) si è dimostrato che la rimozione di questa particolare classe di cellule non esibisce effetti sulla normale respirazione necessaria per l’ossigenazione e per la vita, tuttavia rendeva gli animali (i topi) eccezionalmente calmi, anche in situazioni sconosciute, in cui di norma sono spinti a compiere comportamenti esplorativi.

Quindi se respiriamo lentamente la “sottopopolazione Cdh9-Dbx1” localizzata nel complesso pre-Bötzinger trasmetterà questa informazione al locus coeruleus, il quale interviene nel diminuire i nostri livelli di attivazione, consentendoci di raggiungere lo stato di rilassamento voluto.

Questa scoperta fornisce una spiegazione biologica del perché attività come la meditazione abbiano un effetto calmante sulla persona e, dal punto di vista clinico, la comprensione della funzione di questo complesso di neuroni potrebbe essere adoperata nel potenziare le terapie per lo stress o per la depressione.

Vieni a provare una sessione di rilassamento e meditazione presso BrainCare e attiva il tuo complesso preBötC. Ti aspettiamo.

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Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

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Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

Rinascita – come gli stati down siano un’occasione incredibile di rinascita

“Lo zio era adirato con lui per come aveva sprecato il buon impiego di telegrafista a Villa de Leyva, ma si lasciò trasportare dalla sua convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma che la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sè.”

G.G. Márquez – L’amore ai tempi del colera

Márquez, nella sua traccia narrativa denominata realismo magico, aveva l’abitudine di attestare verità sulla vita attraverso un astuto stratagemma narrativo.

Questo trucco era far diventare quella profonda verità la colonna portante di tutta la vita di un personaggio dei suoi romanzi.

Florentino Ariza, in questo libro in particolare, non riuscirebbe a vivere se non credesse vero che la vita ci costringe più volte a reinventarci e a partorirci da noi. Lo stratagemma sta nell’affezionarsi ad un personaggio identificandosi.

In questo modo, le sue credenze diventano le nostre.

Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

Fuor d’identificazione, solo un bambino, perchè ancora ignaro delle verità dell’esistenza che solo l’esperienza può dare potrebbe non credere reale questa frase. Nella vita è fondamentale reinventarsi.

Se non lo facessimo non potremmo continuare a esserci.

Di tanto in tanto, ci accorgiamo di aver bisogno di cambiare, di sentire soffiare il vento del diverso. Sentiamo di essere diversi noi, ci chiediamo se le nostre scelte sono state tutte giuste o, consapevolmente, ne agguantiamo la quota d’errore.

Veniamo attraversati da eventi con il riverbero di un terremoto, che non costringono lo scuotere delle terre emerse, ma obbligano le porzioni di esperienza che compongono la nostra coscienza ad essere duramente riesaminate.

Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

Anna Cantagallo ci stupisce con queste frasi: “Non esiste una ricetta per la reinvenzione di sè, ma certi stati emotivi possono dimostrarsi un ottimo trampolino di lancio per un cambiamento radicale.

  • Siete in un blue mood costante.

Vi sentite giù. Siete affaticati, stanchi, tendenti alla depressione. Non ce la fate più. State permanendo in uno stato affettivo negativo e non siete più motivati.

  • Non siete soddisfatti.

Avete un bel periodo e ce la mettete tutta, ma non vi sentite soddisfatti. Il vostro lavoro non vi dà quello che auspicavate.”

Sono due casi diversi e non necessariamente co-presenti nella vita di ognuno e, proprio per questo, necessitano di una rivisitazione sui generis.

La persona depressa necessita di una reinvenzione perchè il paesaggio che si prospetta al di fuori della sua psiche è, almeno momentaneamente, una prigione. Vorrebbe solo aver le chiavi per aprirla, uscire e sentirsi vivo.

Quest’uscita dalla prigionia della sua stessa mente può avvenire (nei casi gravi) attraverso un graduale percorso di psicoterapia e (nei casi più leggeri) attraverso alcuni accorgimenti che, seppur apparentemente semplici, nascondono dei benefici enormi:

1) Attività fisica.

Il movimento ha delle implicazioni neurologiche, fisiche e psichiche enormi. Favorisce e causa attivamente il rilascio di endorfine, dopamina, serotonina e adrenalina. Sono neurotrasmettitori fondamentali per il nostro buon umore e la vostra determinazione, che devono essere rilasciati se vogliamo sentirci vivi.

Il movimento causa un cambiamento della nostra percezione di noi stessi, ci vediamo sotto una luce migliore, diversa. Possiamo reinventare la chimica del nostro cervello e il nostro corpo, al tempo stesso.

2) Fare e farsi del bene.

Dire grazie a qualcuno o scrivere delle lettere di gratitudine è una potentissima medicina che aiuta l’emergere del buon umore.

L’espressione della gratitudine comporta dei mutamenti cerebrali strutturali, soprattutto nelle regioni devolute all’empatia e alla teoria della mente.

Se volete davvero reinventarvi, pensate a quelle persone e a quelle situazioni che vi hanno reso ciò che siete ora. Dovete sempre benedire le vostre radici, solo così prenderete coscienza delle brecce nella vostra vita che potete sfruttare per cambiare mindset.

3) Sfruttate il disfattismo.

Chi dice che un periodo nero è necessariamente negativo?

La vita non è una scalata di montagna che ascende e basta: la vita è un saliscendi faticoso e per sopravvivere bisogna imparare ad amare anche i propri momenti bui. Le giornate o i periodi negativi hanno il beneficio di farvi riflettere su chi siete e su cosa pensate di voi stessi in maniera critica.

Se imparerete a criticare ciò che credete sia un lato negativo della vostra personalità e ad accettarlo, realizzerete che il cambiamento non è poi così impossibile.continua Anna Cantagallo.

D’altra parte, la persona insoddisfatta necessita di una reinvenzione perchè, nonostante ci stia mettendo cuore e anima in un progetto in cui crede, non vede adeguatamente ripagati i suoi sforzi. La persona insoddisfatta necessita di fare piccole cose:

  • Continuare ad avere un mindset positivo ed ottimista.

La luce in fondo al tunnel c’è, basta solo scorgerlo. Ciononostante, reinventarsi diventa fondamentale per avere una sorta di torcia psichica che indirizziamo verso la fine del tunnel stesso.

Se mutiamo internamente, attraverso piccoli gesti quotidiani, la strada verso la soddisfazione personale sarà decisamente più percorribile.

  • Riposare meditando.

Respirate di pancia ogni tanto. Chi vi ha detto che ‘pancia in dentro, petto in fuori’ fa sempre bene? Respirate con la pancia in fuori.

Sentite l’afflato dell’ossigeno attraverso i vostri capillari, immaginatevi l’aria come una fonte di energia che fate entrare e che assorbe la vostra negatività e che poi, uscendo, la porta via.

  • Essere coraggiosi e elastici.

Dovete crederci fino in fondo e, nel caso il vostro progetto non decolli, cambiate: la flessibilità è un top skill di questi anni, richiesto dappertutto.

  • Vi è un ulteriore consiglio che sia le persone insoddisfatte e le persone depresse che cercano di cambiare possono sfruttare per migliorare le loro giornate: scorgere una vocazione. Questa è l’impresa più difficile e la più grande fortuna che possa capitarvi, quella di trovare qualcosa che amate fare. Una volta trovata, non ci sarà un giorno in cui non sarete motivati a continuare per quella strada, spingerete sempre e con forza. Solo allora reinventarsi sarà possibile, perchè la trasformazione accadrà attorno ad un’attività che vi appassiona e vi rende vivi.

Potrete, finalmente, diventare ciò che davvero siete. Provateci fino in fondo. Partorite la vostra nuova vita.

Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

E nel caso (improbabile) in cui nulla di ciò funzioni? Anna Cantagallo conclude: “Prendete un biglietto aereo e andate a cambiare prospettiva, anche solo per un weekend.

Viaggiate quanto più potete, per fiatare il cambiamento nell’aria e nel mondo, prima di reinventarvi dal di dentro.”

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Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? – di Anna Cantagallo

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer?

Obesità – Anna Cantagallo spiega come l’obesità sia un fattore di rischio non soltanto per le malattie cardiovascolari, ma anche per quelle neuro-degenerative

L’Obesità è una patologia riconosciuta come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e come principale imputabile dell’insulino resistenza, che precede lo sviluppo del diabete di tipo 2.

Anna Cantagallo racconta che negli ultimi anni le ricerche hanno dimostrato l’esistenza di meccanismi molecolari comuni anche tra obesità e malattia di Alzheimer, dimostrando il coinvolgimento di determinate molecole intracellulari in entrambe le patologie.

Accertare queste molecole e considerarle come target terapeutici potrebbe rappresentare un grande passo avanti nella comprensione dei meccanismi di queste malattie ed un eccellente strategia per sviluppare nuove terapie.

Uno studio di Rodriguez-Casado del 2016 analizza l’ipotesi del legame tra le due condizioni.

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

Conseguenze metaboliche dell’obesità: quali sono e quale il legame con l’Alzheimer?

“L’insulino resistenza – spiega Anna Cantagallo – è un’alterazione metabolica in cui le cellule non riconoscono l’insulina, portando ad un incremento  del livello di glucosio nel sangue.

L’iperglicemia a sua volta stimola l’iperinsulinemia nel pancreas, che con il tempo porta l’organismo a espandere una condizione di diabete di tipo 2.

Il tessuto adiposo nei soggetti obesi secerne dei mediatori pro-infiammatori denominati adipochine che, insieme all’eccesso di acidi grassi liberi, concorre a sviluppare uno stato d’insulino resistenza.

Le adipochine attraversano la barriera ematoencefalica, attivando le cellule della microglia che risiedono nel sistema nervoso centrale e inducendo nel cervello una risposta locale infiammatoria inizialmente protettiva, ma che diviene poi deleteria quando si arriva a uno stato d’iperattivazione.

Questo induce una continua secrezione di citochine che provoca un perpetuarsi della neuro-infiammazione.

Difatti è stato provato che la quantità di microglia in persone con Alzheimer è maggiore rispetto ai cervelli sani, e che fermare la neuro-infiammazione diminuisce i problemi di memoria derivati dalla malattia e ne rallenta la progressione.”

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

E i meccanismi tipici della malattia di Alzheimer come si relazionano all’obesità?

“Ci sono evidenze che indicano che la segnalazione infiammatoria da parte del fattore di necrosi tumorale attivi chinasi sensibili allo stress. Questo fa sì che si blocchi l’azione intracellulare dell’insulina producendo disfunzione sinaptica e deterioramento dell’ippocampo.

Un’adeguata segnalazione dell’insulina nel sistema nervoso centrale assicura la sopravvivenza neuronale e regola processi chiave dell’apprendimento e della memoria, inclusa la plasticità dendritica e le connessioni sinaptiche.

In alcuni modelli animali di obesità è stato descritto uno stato d’insulino resistenza derivante da un’infiammazione nell’ipotalamo, regione cerebrale chiave nell’interazione tra sistema nervoso centrale e sistema endocrino.

Una neuroinfiammazione estesa rende vulnerabili determinate funzioni dell’ippocampo associate con l’immagazzinamento e la formazione di memorie.

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

Uno studio effettuato su cervelli di diabetici con Alzheimer mostra livelli dell’interleuchina 6 superiori rispetto a quelli riscontrati in cervelli con Alzheimer non diabetici, suggerendo che il diabete possa aumentare la vulnerabilità a disequilibri del sistema infiammatorio.

Qualsiasi trasformazione nei segnali neuronali dell’insulina produce neuroinfiammazione, stress ossidativo e deficit energetico.

È molto probabile che la reazione d’insulino resistenza periferica nel diabete di tipo 2 e l’alterazione del segnale cerebrale dell’insulina nell’Alzheimer siano processi mediati da meccanismi similari.

Gli studi su questa malattia suggeriscono sempre più che si tratti di un’infermità metabolica in quanto l’uso del glucosio e la sensibilità del cervello all’insulina risultano alterarsi in maniera crescente.

Ciò provoca perdita neuronale, disfunzione sinaptica, iperfosforilazione della proteina tau e neuroinfiammazione.”

Che conclusioni trarre da questi studi?

“Nonostante la scoperta di questi meccanismi molecolari comuni occorre tenere a mente che attualmente non esiste nessun trattamento in grado di curare la demenza di Alzheimer – racconta Anna Cantagallo.

Tuttavia viene messa in risalto l’importanza della prevenzione dell’obesità in quanto consiste in un significativo fattore di rischio che oltre a far sviluppare un diabete di tipo 2 ha effetti patogenetici a livello cerebrale.

La prevenzione può essere attuata attraverso la promozione di abitudini salutari, programmi nutrizionali e esercizio fisico, e attraverso farmaci specifici per le alterazioni metaboliche.

Questi studi riguardanti la relazione tra disfunzione metabolica e neuro-degenerazione aprono nuovi orizzonti per l’investigazione di bersagli terapeutici che potrebbero risultare promettenti per arrestare l’avanzamento dell’Alzheimer.”

Chiedete una consulenza ai professionisti BrainCare per la prevenzione delle è patologie neuro-degenerative.

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer?

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Declino cognitivo – si può predire con le analisi del sangue

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Declino cognitivo – si può predire con le analisi del sangue

Declino cognitivo – è un calo fisiologico delle capacità cognitive come la memoria e l’attenzione ed è possibile prevederlo nelle persone molto anziane analizzandone il sangue e i rischi di sviluppo di un evento cardiovascolare maggiore.

In una meta-analisi di tre studi longitudinali aventi come partecipanti individui di almeno 85 anni, sono state prese in considerazione tre misure per annunciare un futuro declino cognitivo:

  • il Framingham risk score, che consente di calcolare il rischio di malattie cardiovascolari a 10 anni,
  • il CAIDE risk score, che permette di predire il rischio di demenza vascolare a partire dai fattori di rischio cardiovascolari, dall’età e dall’incidenza della demenza,
  • il carico ossido-infiammatorio, dato dal punteggio cumulativo di tre biomarker del sangue (interleuchina-6, proteina C-reattiva e omocisteina).
    I fattori di rischio per il disturbo cardiovascolare e per ictus, quali ipertensione e ipercolesterolemia, sono già manifestamente associati a declino cognitivo e demenza, mentre non è ancora chiaro il ruolo dei biomarker: potrebbero essere utili nell’identificare individui a rischio di un futuro impedimento cognitivo in quanto responsabili della infiammazione e dello stress ossidativo, visto che questi sono coinvolti nella fisiopatologia della demenza.

“L’infiammazione è coinvolta nella neuro-degenerazione, partecipando allo sviluppo di alcuni dei classici tratti distintivi della demenza di Alzheimer come le placche beta-amiloidi.

Inoltre livelli più alti di stress ossidativo, che coinvolge la compromissione della funzione cellulare legata ad un accumulo sproporzionato di proteine e alla conseguente trasformazione delle strutture molecolari, potrebbero avere effetti diretti sulla struttura e sulla integrità neuronale, influenzando così le funzioni cognitive.”

“Quindi un punteggio alto nel Framingham risk score e nel CAIDE risk score, congiunti ad un carico ossido-infiammatorio considerevole, ovvero livelli eccessivi dei tre biomarker nel sangue, sono associati al MCI (Mild Cognitive Impairment) dominio-specifico, in particolare per i tempi di reazione e per l’attenzione.”

Declino cognitivo – si può predire con le analisi del sangue

I biomarker sono relativamente facili da pesare in un contesto clinico e potrebbero fornire ai medici una visione globale della salute cardiovascolare dell’individuo sia per quanto riguarda la condizione attuale sia per il rischio di un futuro deficit cognitivo vascolare.

Inoltre identificare individui a rischio di deterioramento è basilare per sviluppare strategie di intervento mirate per ridurre il carico ossido-infiammatorio (con alimentazione, integrazione e farmaci) e prevenire quindi la demenza.

Declino cognitivo – si può predire con le analisi del sangue

Tali misurazioni ematiche vanno poi correlate con le valutazioni delle funzioni cognitive.

La comprensione dei meccanismi che influenzano la salute cognitiva potrebbe poi avere conseguenze per quanto riguarda l’estensione dell’aspettativa di durata e qualità di vita.

Vieni in BrainCare e affidati agli specialisti della salute del cervello, attraverso la prevenzione medica e psicologica.

http://www.medscape.com/viewarticle/876252_1

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Declino cognitivo - si può predire con le analisi del sangue

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Profumo delle mie brame – Allenare nostro senso più sconosciuto

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Profumo delle mie brame – Allenare nostro senso più sconosciuto

Profumo – Anna Cantagallo illustra come  il nostro senso più sconosciuto, l’olfatto, possa essere allenato

Se altri spiriti veleggiano sulla musica, il mio sul tuo profumo, o dolce amore, naviga […]”

Charles Baudelaire – I capelli

Il profumo e nel senso più assoluto, qualsiasi odore hanno una caratteristica che rasenta il soprannaturale: sono evocatori di memorie senza base materiale.

Essi, nella loro immaterialità, provocano una ri-genesi di momenti che furono.

Sono l’ossigeno che alimenta il fuoco del ricordo.

Profumo delle mie brame – Allenare nostro senso più sconosciuto

Quante volte ci fermiamo davanti ad un profumo pensando a come lui o lei lo portava?

Quante volte il passaggio di una persona sconosciuta che mette lo stesso profumo ci fa girare la testa e stringere il cuore perchè crediamo, ancora per una volta, di essere vicini all’originale portatore?

O, di nuovo, quante volte accade di sentire un certo odore e venire interiormente sommersi da dolci memorie d’infanzia?

I profumi hanno un potere immenso, un potere che il mondo del neuromarketing sta ora riscoprendo.

La loro immaterialità, lo ha svelato la scienza, non è tale: essi sono nebulose di molecole che, entrando attraverso le nostre narici, rimangono intrappolate nel muco nasale; qui si dissolvono e, attraverso le cellule olfattive recettrici, vengono trasporate fino al tratto olfattivo, da cui partono per essere programmate a livello cerebrale.

“È il primo senso che utilizziamo appena nati e un gene ogni 50 è dedicato al suo funzionamento.

Addirittura, i neuroni delle regioni deputate all’elaborazione delle informazioni olfattive sono gli unici che vengono rimpiazzati in maniera ciclica e regolare ogni 4/8 settimane.

Inoltre, gli odori, a differenza delle informazioni visive o uditive, non si fermano in un centro cerebrale di ‘smistamento’ ad altre aree, ma affluiscono direttamente alle preposte aree cerebrali: amigdala, talamo e neo-corteccia su tutte.” Spiega Anna Cantagallo.

Profumo delle mie brame – Allenare nostro senso più sconosciuto

Tutto ciò rende l’olfatto un senso oltremodo fondamentale: non solo possiamo rimembrare un amore passato, ma, da un punto di vista di utilità evolutiva, possiamo distinguere i buoni odori da quelli cattivi, preferendo possibilmente di ingerire un alimento sano a detrimento di uno potenzialmente pericoloso.

Non solo: possiamo anche associare un certo odore ad una certa esperienza positiva o negativa e decidere, come insegna il comportamentismo, di ripetere quell’esperienza o di evitarla, attraverso la risposta fight-or-flight.

Doty e Cameron hanno condotto una ricerca pochi anni fa (2009) sulle differenze di genere e l’influenza degli ormoni deputati alla riproduzione nella percezione degli odori.

Come emerge, uomini e donne hanno diverse abilità olfattive, che li rendono rispettivamente più sensibili a certi odori rispetto ad altri.

Per esempio, le donne riconoscono meglio il lime, il muschio, il cocco, mentre gli uomini le superano su cioccolata, anguria, cipolla e banana.

Oltre le differenze di genere, anche le differenze individuali giocano un grande ruolo.

Profumo delle mie brame – Allenare nostro senso più sconosciuto

Per esempio, alcuni individui sono più sensibili agli odori chimici, altri no. In base a queste differenze, possiamo stilare una classifica di tre gradi di senso olfattivo, continua Anna Cantagallo:

  • “Non-annusatori. Soprattutto uomini. Poco sensibili a odori chimici. Gradiscono note piccanti e speziate, cioccolato, limone e menta piperita. Al test della capsaicina (principio attivo del peperoncino) reagiscono con pochi colpi di tosse.
  • Annusatori di medio livello. Rappresentano il 50% della popolazione. Apprezzano il cibo e le note floreali sottili. Considerano irritanti certi composti chimici e l’odore del fumo delle sigarette. Al test della capsaicina rispondono a uno stimolo con una media di 15 colpi di tosse.
  • Super-annusatori. Soprattutto donne. Sono molto sensibili ai composti chimici e preferiscono il profumo del cibo alle note floreali. Amano la vaniglia, il profumo delle bistecche e delle arance. Al test della capsaicina sono positivi con una media di più di 30 colpi di tosse.”

Come possono tornare utili queste informazioni sulle nostre capacità olfattive e relative differenze?

Tutto sta nell’abbinamento tra il giusto cliente, il giusto profumo e la giusta esperienza. Il neuromarketer conosce i propri polli.

Nel marketing degli odori esiste la possibilità di rovinare o, al contrario, innalzare l’esperienza di consumo di un cliente in maniera sottile e inconscia.

Se gli odori delle altre persone, dell’aria e del cibo sono generalmente ben accetti, le fragranze dei fiori, l’odore dell’alcool e le note pungenti dei composti chimici sono mal sostenuti dal 40% dei clienti.

Se avete intenzione di bruciare incenso nel vostro negozio contemplate la possibilità di poter scartare clienti che desiderereste all’interno.

L’odore dell’incenso è molto forte e piace a pochi. Una scelta più intelligente è far diffondere note floreali molto leggere all’interno del negozio, poichè solo i ‘super-annusatori’ saranno molto sensibili ad esse.

Così come assicurare una leggera sfumatura di lavanda ai vostri clienti: sebbene non piaccia a tutti, essa facilita e determina il rilascio di endorfine, le molecole del buon umore.

Profumo delle mie brame – Allenare nostro senso più sconosciuto

La scelta di suddividere la clientela in base al proprio profilo olfattivo risulta più sensata rispetto a criteri quali l’età o il reddito.

Inoltre, permette ad un brand di personalizzare l’esperienza del cliente e del proprio prodotto introducendo una sfumatura olfattiva che sia solo sua.

Conclude Anna Cantagallo. “Non esiste un ‘profumo a taglia unica’, l’unica vera e intelligente alternativa è la seguente: segmentare e selezionare la clientela. Divide et impera. Smells familiar?”

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Profumo delle mie brame - Allenare nostro senso più sconosciuto

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Il piccolo principe: un libro per bambini, o una storia ricca di profondi significati psicologici?

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Il piccolo principe: un libro per bambini, o una storia ricca di profondi significati psicologici?

Il piccolo principe – Il libro di fama internazionale di Antoine de Saint-Exupery, per la sua semplicità grammaticale ed i contenuti ad alto livello fiabesco ed immaginativo, viene solitamente rivolto ad un pubblico molto giovane, o utilizzato a scuola nei primi anni del liceo per chi sta imparando il francese.

Anna Cantagallo racconta di come in realtà oltre ad essere un libro apparentemente semplice ed adatto ai più piccoli sia anche apprezzabile dagli adulti, in grado di scorgere oltre alla fiaba anche il simbolismo delle metafore di vita.

Il piccolo principe: un libro per bambini, o una storia ricca di profondi significati psicologici?

“Tutti gli adulti dovrebbero rileggere questo libro ad un certo punto nella propria vita. – afferma Anna Cantagallo-

Uno dei temi predominanti è la difficoltà degli adulti di trovare il proprio “bambino interiore”, la propria creatività e capacità immaginativa, cosa che porta ad appesantirli e a vivere in maniera triste e monotona.

Da bambini, quando ci veniva chiesto “Che cosa ti piace fare?”, era molto facile produrre una lista di attività che ci rendessero felici.

Gli adulti trovano molte più difficoltà, si scordano spesso che cosa significa fare le cose soltanto per il piacere di farle, e non per ottenere qualcosa in cambio di altro o per qualche scopo preciso.

I personaggi del piccolo principe e le relazioni tra essi raffigurano parti nascoste della nostra psiche ed interiorità.”

Il piccolo principe: un libro per bambini, o una storia ricca di profondi significati psicologici?

 Come interpretare le figure del pilota e del piccolo principe?

“Il pilota rappresenta l’adulto insoddisfatto che non ha fatto fruttare il proprio sé artistico ed ha rinunciato alla sua grande passione di disegnare.

Egli tuttavia non dimentica il bambino che è in sé e lo cerca in ogni adulto che incontra, sperando che mostrando il proprio disegno, qualcuno possa vedere che oltre quel finto cappello c’è in realtà un boa che si mangia un elefante.

Il piccolo principe invece rappresenta la purezza dell’infanzia e di colui che ancora non conosce, che conserva l’innocenza e la semplicità del bambino.

Il rapporto tra i due è quindi esemplificativo del rapporto tra l’adulto e il bambino.

Il bambino vuole imparare dall’adulto perché è curioso ed il mondo per lui è ancora tutto da scoprire, e l’adulto vuole sporgersi in quel mondo che tanto gli manca e che non sempre riesce a ricordare.”

Il piccolo principe: un libro per bambini, o una storia ricca di profondi significati psicologici?

Che ruolo assume la volpe?

“La volpe – spiega Anna Cantagallo – insegna il valore dell’amicizia al piccolo principe, basandosi soprattutto sul concetto di prendersi cura.

È il tempo offerto all’altro e l’impegno che viene messo nel conoscerlo che rende questo legame unico e lo differenzia dagli altri.

La volpe parla di “domare”, ovvero creare un rapporto bidirezionale di scambio reciproco.

Questo concetto si può ricondurre alla teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969); la madre diventa una base sicura per il bambino, che si abitua a questo “rito” e sa che tutte le volte che avrà bisogno lei ci sarà.

È proprio su questo che si basa il legame che si va a creare tra i due personaggi; il piccolo principe va a trovare la volpe tutti i pomeriggi, conquistando la sua fiducia e creando in lei aspettative e rappresentazioni degli altri come figure responsive e presenti.

Il legame di attaccamento sicuro instauratosi diverrà un modello per le future relazioni, e permetterà al bambino di crearsi una rappresentazione interna di sé come degno di amore.”

Il piccolo principe: un libro per bambini, o una storia ricca di profondi significati psicologici?

Come interpretare invece la rosa?

“La bellezza e la vitalità della rosa dipendono esclusivamente dalle cure del piccolo principe ed è questo forte bisogno di proteggerla che la rende così importante ai suoi occhi.

Ma questa dipendenza spaventa anche il piccolo principe. Il bisogno che abbiamo di affiliarci agli altri e di creare legami inizia con la nostra nascita e dura per tutta la vita.

Non siamo fatti per essere soli e completamente indipendenti: è giusto non perdere di vista sé stessi e crearsi una propria identità a prescindere dagli altri, ma quando l’individualismo diventa troppo si arriva a negare l’essenza della natura umana, che non può svincolarsi dalle relazioni.

Nei passaggi concernenti la rosa si affronta anche il tema del distacco, un’esperienza che per quanto può sembrare negativa è una fase necessaria nella vita.

Il processo di separazione permette di differenziarsi dagli altri e di attuare l’individuazione, ovvero l’assicurazione di sé come soggetto dotato di particolarità distinte, e la differenziazione, ovvero realizzare di essere diversi dagli altri.”

“È chiaro – conclude Anna Cantagallo – che, nonostante sia stato scritto all’inizio della seconda guerra mondiale, il libro tratti temi ancora fortemente attuali e ci spinga a guardarci dentro e ad interrogarci circa le questioni importanti della vita.”

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Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

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Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

Marketing emozionale – Anna Cantagallo spiega i segreti del marketing emozionale

“Aujourdhuimaman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas.”

Albert Camus, L’ètranger

Camus, nel suo primo romanzo Lo straniero pubblicato nel ’42, delinea la figura di un uomo, Meursault, destinato a divenire una delle migliori creazioni letterarie del secolo scorso.

Il libro si apre con l’annuncio al lettore della dipartita della madre.

Il lettore non si è ancora ripreso che Meursault va avanti, imperterrito, nella sua narrazione telegrafica: “Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.”

Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

Meursault è diventato lui stesso un telegramma. Apatico, anaffetivo, un essere bidimensionale o addirittura mono.

E, nel corso della storia, notiamo come egli venga attraversato dagli eventi piuttosto che essere il primo ad intervenire attivamente sugli stessi.

Gi accade addirittura di uccidere un uomo che non conosce.

Solo alla fine scorgiamo una sua sfumatura di pensiero, una sua idea del mondo, ma ne riparleremo tra qualche paragrafo.

Come si vive senza emozioni? Risponde Anna Cantagallo: “Facile: non si vive.

Se fossimo senza emozioni, come Meursault, non avremmo un preziosissimo amico per la nostra sopravvivenza.

Esse possono essere definite come quei meccanismi biologico-fisico-psichici (le emozioni prima di essere capite sono corporee) che determinano il nostro adattamento al mondo.

Sono delle risposte che l’individuo dà alle domande dell’ambiente. L’ambiente chiede, l’uomo risponde. L’infanzia schiaccia, l’individuo collassa o reagisce e si fa forte. Senza di esse saremmo dunque morti.”

Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

In questo framework di pensiero, dove può avere un senso il ‘Cogito, ergo sum’ di Cartesio? Antonio Damasio, nel 1994 pubblicò L’errore di Cartesio, dimostrando come le neuroscienze abbiamo sorpassato il pensiero cartesiano.

Ormai, non si crede più che siamo essere solamente cognitivi. Siamo esseri molto emotivi e le nostre emozioni si compenetrano con la nostra capacità cognitiva, addirittura anticipandola.

Le emozioni precedono i pensieri. “Il ‘Cogito, ergo sum’ è più esattamente un ‘Sento, dunque sono’.

La sicurezza di vivere ci è data dalla fondamentale componente emotiva che ci abita.” continua Anna Cantagallo.

Questa componente è disposta in livelli nella nostra psiche, a livello cerebrale. Secondo le evidenze attuali, il cervello si è evoluto attraverso un processo di stratificazioni e al suo nucleo primitvo, il cosiddetto cervello proto-rettiliano deputato alla sopravvivenza, si è col tempo aggiunto il sistema limbico, che elabora le emozioni ed racconta la nostra capacità di adattamento all’ambiente circostante.

Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

Questa parte del nostro cervello è stata definita System 1 da Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2005.

Solo in seguito si è sviluppato il System 2, la neo-corteccia, responsabile per la nostra capacità di razionalità.

Queste nozioni sono fondamentali nel mondo del neuromarketing.

Sapere che la nostra psiche è abitata da diversi sistemi, deputati l’uno alle emozioni e alla sopravvivenza e l’altro alla nostra capacità di pensare scientificamente può essere un aiuto fondamentale quando si vuole vendere un prodotto ad un cliente.

Il venditore di successo conosce gli stratagemmi per accendere il sistema limbico. Sa parlarci, sa che parole usare.

Ad esempio, sa che il cervello rettiliano ama concetti chari e precisi, trasparenza e una pubblicità fatta più tramite sogni che parole.

Non serve necessariamente l’intermediazione del linguaggio se una pubblicità ha immagini abbastanza evocative.

Pensiamo di entrare in un qualsiasi negozio. Il cervello, solo entrando e dando un’occhiata, si è già fatto un’idea del posto e compie la sua scelta ben prima di raggiungere agli scaffali.

La nostra parte emotiva ha già deciso cosa vuole e cosa non vuole e informerà la nostra abilità di decision-making.

Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

Il marketing emozionale si basa su queste chiarezze scientifiche e ha come obiettivo quello di “connettere emozionalmente i brand con i consumatori, costruendo l’ego delle persone”, come ha spiegato l’esperto americano Graeme Newell.

Questo perchè i messaggi della comunicazione di vendita fanno sentire meglio il cliente, che si sente più bello, più intelligente, più forte e/o  più rivoluzionario una volta acquistato un prodotto che si accordi e possibilmente soddisfi queste caratteristiche personali.

Come se le emozioni dessero sostanza ai nostri desideri e alle nostre aspirazioni di diventare delle persone migliori e, al contempo, suscitassero un’identificazione personale con il brand.

Pensiamo di offrire della Pepsi a una persona che beve solo coca-cola: la prenderà come un’offesa personale. Si tratta di una faccenda seria.

Marketing emozionale – Sento, dunque sono. Sento, dunque compro.

Conclude Anna Cantagallo: “Le nostre azioni economiche sono dunque preformate a livello emozionale.

Il neuromarketer di spessore conosce i meccanismi emozionali che informano le nostre azioni e cerca di usarli come canali preferenziali per creare una relazione di successo con il cliente.

D’altronde, anche i più acuti stratagemmi di neuromarketing divengono inutili di fronte alla più potente delle armi che il cliente sente e ritiene – inconsciamente – fondamentale quando opera un acquisto: l’empatia.”

Torniamo ora a Meursault: l’unica traccia di pensiero che esso dimostra si trova alla fine del libro.

Esso si trova in prigione e riceve una visita del prete di servizio. Meursault non vuole ciò che il prete gli propone, il prodotto che esso vuole: la fede in un’istanza superiore per poter inserire il suo peccato in una cornice di senso.

Meursault non ci sta, non vuole questo prodotto. E, in un atto purificatorio scarica verbalmente l’ira sul povero prete.

Solo dopo questa purga emozionale, sceglierà di abbracciare “la dolce indifferenza del mondo” in maniera pacifica.

Solo con le emozioni, l’uomo si sente vivo.

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Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

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Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Cambiamento – In Italia vive un elevato numero di associazioni e gruppi di volontariato che tentano d’infondere la coscienza civile con valori condivisibili e trasmissibili al fine di suscitare non solo l’interesse, ma l’azione reale per il cambiamento

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta - Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiatoQu’est-ce qu’un homme révolté? Un homme qui dit non. Mais s’il refuse, il ne renonce pas: c’est aussi un homme qui dit oui, dès son premier mouvement.

Un esclave, qui a reçu des ordres toute sa vie, juge soudain inacceptable un nouveau commandement.

 “Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi.

Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

 

Albert Camus – L’homme révolté

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

All’origine della rottura con Jean-Paul Sartre vi fu il saggio L’homme révoltè, opera in cui Albert Camus si sofferma sull’analisi di confronto tra il concetto di rivoluzione, portatore e promotore di valori umani con la realtà – passata e presente – dei movimenti rivoluzionari del suo tempo.

Nella sua opera, non mancano le critiche alle rivoluzioni storiche e assolutiste come il bolscevismo e il nazionalsocialismo, coniderate due risposte sbagliate alla già tronfia e strutturale insensatezza della storia.

Questo gli valse l’inimicizia di Sartre, filosovietico, e di gran parte della sinistra francese.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Aldilà del dramma di isolazione – seppur autoindotto – vissuto da Camus, L’homme révolté possiede ancora un respiro profondamente attuale e deve servire come faro in un oceano in realtà già molto illuminato, quello della storia contemporanea.

Un oceano che possiede luci di emergenza in ogni dove, in cui i drammi giungono alle bacheche di noi tutti, in cui i bombardamenti e le loro conseguenze in un paese come la Siria riempiono e fanno sovrabbondare gli occhi di rabbia, senso di impotenza: inerme insignificatezza.

Dimoriamo una parentesi storica dove il dolore vive manifesto, ma in cui l’agire che genera cambiamento sembra aver perso la sua spinta generatrice.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La révoution non è alle porte, la révolution non c’è proprio.

Si consideri il nostro paese, non certo galeotto di rivoluzioni nel senso stretto della parola, come i cugini d’Oltralpe o la Russia.

In Italia vive un elevato numero di associazioni e gruppi di volontariato che tentano d’infondere la coscienza civile con valori condivisibili e trasmissibili al fine di suscitare non solo l’interesse, ma l’azione reale per il cambiamento.

L’universo silenzioso dell’associazionismo italiano respira e pulsa di novità: esistono decine di associazioni per la tutela degli animali, della costituzione, dell’ambiente o per il tentativo di costruzione di un’economia più rispettosa.

Il problema sta nel suo essere silenzioso. Se muto, tutto ciò non fa breccia nel cuore dei cittadini. Le proposte ci sono, ma il paese non fa nessun passo avanti.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La voglia esiste, ma manca la volontà. A cosa è possibile incolpare queste possibilità inagite?

“Se il mondo dell’associazionismo è muto, il problema è fondamentalmente un problema di comunicazione. Ogni giorno un enorme mole di informazioni giunge alle retine e alle orecchie dei cittadini – ipotizza Anna Cantagallo.

Una mole tale che:

  • Il cittadino non sa più cosa pensare.
  • Il cittadino riceve informazioni che differiscono tra loro.
  • Il cittadino riceve informazioni che attestano quanto le proteste non valgono nulla, demotivando la sua possibile volontà.”

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Riguardo l’ultimo punto in particolare, un esempio recente ci arriva dal mondo NoTAV.

Decine di articoli di giornale sono stati pubblicati per informare sulla problematicità multiforme della questione e ne sono stati scritti altrettante decine sul tentativo dei cittadini di agire per cambiare, senza che nulla cambiasse realmente.

Cosa comporta una scelta editoriale di questo stampo? La percezione dell’inutlità di qualsiasi forma di rivolta.

Così, i cittadini non si interessano al fatto che una struttura come la TAV è assolutamente evitabile, non elaborano una soluzione di più ampio raggio che indichi un ripensamento strutturale dell’intero mondo dei trasporti e lasciano la lotta in mano a pochi guerriglieri e gli interessi economici nelle mani di pochissimi magnati.

Questo problema comunicativo non è soltanto extra-associativo, ma anche inter-associativo.

Le diverse associazioni spendono troppo tempo a esaminare le cattive politiche per cercarne le cause.

Si soffermano alla superficie reattiva del problema, senza scendere all’elaborazione strutturale dello stesso.

Inutile dire che, in questa prospettiva, l’ideazione di politiche “positive”, anzi, pro-positive, resta l’ultimissima maglia della catena.

L’ultimo step a cui sbucare per tentare di innovare. La classica via del lamento; incontinente, insopportabile.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

“L’ultimo esempio ci viene dal referendum costituzionale tenutosi lo scorso 4 Dicembre.

I sostenitori del NO alla riforma Renzi-Boschi hanno avanzato solo posizioni di contrasto, attestanti una forte distanza con la politica e senza proporre soluzioni alternative.

Quando il NO vinse, Spinoza, una nota pagina social satirica, scrisse “La Costituzione è salva.

Ora possiamo tornare a ignorarla”. Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato.

Ci si lamentava prima, ci si lamenta anche ora.” continua Anna Cantagallo.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La lotta non è una scelta facile, soprattutto quel tipo di scontro che prevede l’implementazione di idee nuove.

Non è facile fare a pezzi il mondo, sostenerlo insieme e includerci un pezzo che prima non c’era.

Non è facile cambiare. Non è facile ribellarsi. Camus, tuttavia, la pensava diversamente.

Sempre ne L’homme révolté scrisse:

“Je me révolte, donc nous sommes.”

“Mi ribello, dunque siamo.”

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La rivolta dà la sicurezza di esistere, fornisce la consapevolezza di essere ciò che si è. Pugno, ergo sum. Combatto e regalo al mio gruppo un senso per cui esistere, una piccola luce in cui credere.

Come l’hashtag #BlackLivesMatter: “le vite delle persone di colore valgono”.

Ma si può ottenere qualcosa con un hashtag?

A quanto pare sì, come successo a Zian Ashmed, un ragazzo di fede musulmana ammesso alla Stanford University dopo aver inviato come saggio di risposta alla loro domanda “Cosa ti importa e perchè?” una semplicissima lettera contenente 100 volte l’hashtag #BlackLivesMatter.

Quando Zian ha scoperto che la sua lettera era stata accettata e il suo posto era assicurato, ha ammesso:

Non pensavo assolutamente di poter entrare alla Stanford, ma è rincuorante sapere che percepiscono il mio attivismo convinto come una risorsa e non come un ostacolo.

” Zian ha stretto una causa e ha vinto un posto in un’università prestigiosa. Ha lottato per un ideale e ce l’ha fatta.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La lotta prende diverse forme, in questo caso silenziosa, in altri urlata.

L’urlo sussume, però, un coinvolgimento emotivo con la problematica di risolvere.

Mentre, la generazione dei Millennials, il presente e il futuro del mondo del lavoro, presentano una generale disaffezione verso ogni questione.

Sognano, da un lato, creare un impatto e avere una forte influenza sugli altri.

Dall’altro, sono dis-affezionati rispetto ai contenuti emotivi di un ostacolo sociale. Può anche esserci sensibilizzazione, ma se non c’è passione non c’è lotta. E si torna a capo.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Lottare non è una scelta facile, ma per le questioni che stanno a cuore è l’unica scelta giusta.

Ci si sveglia dentro, si controllano le variabili, si capisce come queste si intersecano e si influenzano e poi si agisce.

Con calma, con motivazione e con moltissima cognizione di causa.

Sia questo per una nuova sfida aziendale o anche solo per preparare un esame.

“E tu sei pronto per le tue sfide” conclude Anna Cantagallo.

Le sfide che la vita mette davanti sono innumerevoli e non finiscono mai.

Ma a quel punto, si hanno due scelte: sfido la vita o sfido me stesso per sentirmi vivo?

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Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

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Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Impostore – La teoria piramidale dei bisogni di Maslow è a pieno merito una delle teorie più usate nella psicologia mainstream contemporanea.

Maslow teorizzò che alla base dei nostri bisogni giace l’istinto di sopravvivenza, che determina la nostra base più animale e che, a mano a mano che si sale verso la sommità della piramide, cerchiamo di soddisfare altri bisogni più evoluti.

“Si passa dalla basica fisiologia al bisogno di sicurezza, al senso di appartenenza, alla stima (di sè e degli altri) per arrivare al target più importante, l’autorealizzazione.” spiega Anna Cantagallo.

Impostore - Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Arrivare ad auto-realizzarsi, dunque, si attesta come il drive fondamentale delle nostre scelte, per un principio molto facile da comprendere.

Immaginiamo un futuro in cui collocarci, in cui abbiamo tutto ciò che abbiamo sempre desiderato.

Immaginiamo le nostre massime aspirazioni e godiamo dei sentimenti che questa fantasia determina e corrobora.

Nello spazio della fantasia tutto – e il contrario di tutto – è possibile.

La determinazione che alimenta le nostre scelte nasce dal bisogno di realizzare queste fantasie.

Di rendere reale lo spazio potenziale dell’immaginazione.” Continua Anna Cantagallo.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Accade, tuttavia, che alcuni uomini e alcune donne che hanno fatto delle loro fantasie realtà, siano cronicamente insoddisfatti della loro posizione o dei traguardi da loro raggiunti.

Questi individui tendono ad alimentare una credenza psichica anormale secondo la quale quegli stessi successi per cui hanno investito soldi e tempo sono, in realtà, frutto del caso, del tempismo, della fortuna e non invece delle loro reali competenze e sacrifici.

Questa, come spiega la neuroscienziata Tara Swart, si chiama sindrome dell’impostore.

Essa colpisce soprattutto la psiche di amministratori delegati e manager aziendali, senza distinzione di sesso, età o cultura.

Essi, dopo un successo veloce in cui le loro competenze tecniche e di leadership hanno avuto un grande peso, coltivano l’idea di essere in una posizione solitaria e vulnerabile dalla quale non possono mostrare queste stesse debolezze a nessuno.

Si sentono soli ma devono dimostrare di essere potenti e iperconnessi.

Inoltre, non tendono a parlare con nessuno dei loro problemi e dei loro pensieri, avendo come unico interlocutore loro stessi.

Ovviamente, il ristagno di idee a stampo paranoico nella propria testa ha degli effetti fisiologici molto gravi: può emergere l’insonnia, il sistema immunitario può indebolirsi e si possono scatenare episodi depressivi.

Questo blue-mood obbliga la propria psiche a pensare ‘non sono davvero bravo in ciò che faccio’, ‘non lo merito’, ‘non dovrei ricoprire questo incarico’.

In questo modo, un individuo è portato a credere che un giorno qualcuno scoprirà il suo essere un impostore e lo denuncerà a tutti, togliendoli la maschera di dosso.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Questo terrore di esseri scoperti obbliga il povero manager di turno a guardarsi attorno con sospetto, a non avere fiducia in chi lo attornia e a non cercare alleanze lavorative con realtà aziendali i cui leader vengono percepiti come maggiormente abili.

Succede che l’individuo con la sindrome dell’impostore si chiuda in una bolla di inattività e inerzia decisionale, perchè il dubbio che pervade la sua autostima si diffonde alle sue scelte, reali espressioni della posizione che rappresentano.

È, semplicemente, più facile non provarci.

L’individuo con questa sindrome lascia la possibilità di successo agli altri, perchè si percepisce troppo stupido, ansiogeno, rude e volgare rispetto a chi gli sta intorno.

Gli altri meritano tutto ciò che hanno, mentre lui vive con enorme senso di colpa la possibilità e/o la realtà di avere successo, perchè crede di non poter sopportare l’ansia, le responsabilità e il prestigio che derivano dalla sua posizione.

Esso si sente come un pilota d’aereo che impartisce comandi e intrattiene i clienti, ma non sa nemmeno come si accende il motore.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Come si origina questa forte mancanza di sicurezza in sè? Principalmente, per una mis-percezione d’ampio raggio.

Chi ha la sindrome dell’impostore vede unicamente i suoi difetti e li crede ciò che realmente lo rendono inferiore rispetto agli altri, mentre l’errore sta nel non capire e immaginare che anche tutti gli altri esseri umani possiedono difetti al di sotto della loro lucida e perfetta superficie.

Questa credenza patogena nasce nel periodo dell’infanzia, quando percepiamo la differenza che sottosta tra noi bambini e gli adulti.

Per un bambino è impensabile parlare per ore ad un tavolo senza poi andare fuori a correre o giocare con i lego o avere più responsabilità insieme come preparare la cena, coccolare i pargoli, pagare le bollette, viaggiare.

Il bambino percepisce gli adulti come onnipotenti e matura la convinzione profonda di non poter essere come loro.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

“Il problema nasce dalla natura stessa della condizione umana: noi percepiamo noi stessi da dentro, conoscendo i nostri difetti e le nostre ansie, insicurezze, paure, mentre percepiamo gli altri sempre da fuori, senza poter filtrare ciò che fanno o dicono attraverso i loro processi mentali.” conclude Anna Cantagallo.

Tutti abbiamo paura di qualcosa, tutti siamo insicuri, tutti agonizziamo sentimentalmente per una qualsivoglia causa o persona.

La soluzione alla sindrome dell’impostore sta nel capire che le insicurezze e i punti ciechi sono caratteristiche universali di qualsiasi essere umano su questa terra e non sono crucci o maledizioni personali.

Questa comprensione richiede però uno sforzo notevole: un salto di fede.

Dobbiamo avere fede nel fatto che la nostra psiche lavori bene o male sempre allo stesso modo, con le sue mancanze, le sue difficoltà, le sue ipocrisie, nella nostra testa e in quella degli altri.

Gli altri sono imperfetti come noi lo siamo, proprio perchè sono umani. Le nostre fragilità interiori non devono impedirci di fare ciò che gli altri fanno.

Esse ci devono servire come base per comprendere che i nostri punti deboli sono quelli che un qualsiasi essere umano può lamentare.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

I nostri desideri sessuali più rivoltanti, le nostre paranoie più labirintiche e i nostri terrori più sepolti presentano un corollario, dissimile ma esistente, in ognuno di noi.

Tutti, dal più umile lavavetri al più ricco CEO siamo attraversati da crepe psichiche e dai rimorsi e dai rimpianti di azioni commesse o taciute nel passato.

Siamo tutti umani e questo salto di fede ci aiuta ad umanizzare il mondo attorno a  noi.

In parole povere? Siamo tutti normali. E imperfetti. E lacunanti. E paranoici. E pueruli. E corruttibili. Come scrisse Michel de Montaigne:

“Kings and Philosophers shit and so do ladies.”

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