Author Archives: Anna Cantagallo

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Resistenza. L’importanza della forza mentale negli sport di resistenza

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Resistenza. Gli sport di resistenza per essere svolti a livello ottimale richiedono sempre una forte forza mentale. Tutti i grandi atleti, infatti, oltre ad avere delle abilità fisiche innate hanno bisogno del sostegno della propria mente che gli sussurra “ce la puoi fare”. La resistenza quindi è dettata sia da fattori fisiologici, come ad esempio la ventilazione polmonare e la gittata cardiaca, ma anche dal cervello. Questo vuol dire che nel primo caso giocano un ruolo importante anche gli aspetti genetici e ambientali. Ad esempio molti atleti etiopi e keniani registrano performance di resistenza ottimali aiutati dal fatto che il loro Dna li predispone a svolgere sport di questo tipo. Ciò è sostenuto da diversi studi che dimostrano come tali etnie crescano con questa predisposizione anche per l’ambiente in cui vivono, che li porta ad avere un sistema muscolo scheletrico favorevole e alti livelli di emoglobina ed ossigeno. Come detto all’inizio però la genetica non è l’unico fattore discriminante,  in quanto ci sono molti atleti che non possono far affidamento soltanto sulla loro etnia. In questo caso è il cervello che permette di raggiungere buone prestazioni negli sport di resistenza. Infatti fin dai tempi passati si sono raccolti studi che hanno dimostrato che la mente svolge un ruolo importante sia in esercizi di affaticamento che di tolleranza alla fatica.

Il problema, però, è che questo spesso viene sottovalutato, perché nel corso degli allenamenti ci si concentra principalmente ad ottimizzare il sistema respiratorio e cardiovascolare.resistenza Per capire, però, in che modo il cervello possa entrare in relazione con la resistenza è necessario capire quale meccanismo neurologico interviene sulla fatica. Esistono due tipi di affaticamento, ovvero quello periferico e quello centrale. Il primo si sviluppa attraverso l’allenamento di resistenza tradizionale e consiste in una diminuzione transitoria della capacità del sistema muscolare di lavorare in maniera efficiente. Questo potrebbe essere causato da diversi fattori, come ad esempio la ventilazione polmonare e la gittata cardiaca. Per averne un’idea più chiara l’affaticamento periferico fa riferimento al momento in cui i corridori iniziano a respirare più affannosamente in seguito ad una corsa di lunga distanza. Il secondo, invece, è più difficile da riconoscere in quanto comporta dei cambiamenti a livello dell’eccitabilità intracorticale con una successiva riduzione dell’impulso neuronale dalla corteccia motoria ai muscoli. Quindi in poche parole più è lungo l’allenamento e più debole diventa il segnale inviato dal cervello ai muscoli. Tuttavia ci sono degli studi che hanno dimostrato che esiste un circuito cerebrale in grado di ridurre l’affaticamento centrale. Questo sistema è costituito da due fasi una di inibizione e l’altra di eccitazione. La prima funziona seguendo queste fasi: gli input sensoriali del sistema periferico inviano un segnale inibitorio dal midollo spinale alla corteccia motoria primaria, che aumenta l’attività dei recettori inibitori GABA, che hanno la funzione di segnalare a tutte le aree cerebrali di ridurre l’attività motoria. Quindi in termini più semplici questa è la fase in cui il corpo fa sapere al cervello di essere stanco, tramite accelerazione della respirazione o crampi muscolari. Se quindi l’atleta decide di rallentare, la frequenza cardiaca diminuisce, come anche il respiro e il movimento. Ma se invece ci fosse ancora sufficiente energia i segnali di inibizione verrebbero ridotti al minimo in modo da far partire la seconda parte del circuito ovvero l’eccitazione. Gli input corticali inviano un segnale eccitatorio alla corteccia motoria primaria, la quale va a contrastare il segnale inibitorio in modo da tenere l’attività motoria ad un livello elevato, riducendo la fatica. Quindi se l’atleta è ancora in grado di allenarsi il cervello segnala al corpo di mantenere i muscoli in movimento con una frequenza cardiaca e respiratoria elevata. La ricerca però sta cercando di individuare il modo in cui si può portare il cervello a far percepire sempre meno il senso di fatica.  Uno di questi potrebbe essere quello di compiere continuamente esercizi a lunga distanza oppure attraverso la neurostimolazione. Quest’ultima infatti è in grado di aumentare significativamente la capacità di resistenza del corpo, permettendo di raggiungere il massimo potenziale di sforzo. Questo perché viene stimolata la plasticità cerebrale con una massimizzazione dei segnali eccitatori e una minimizzazione del segnale inibitorio, permettendo agli atleti di mantenere lo stesso livello di sforzo per lunghi periodi di tempo.

Qui in BrainCare offriamo la possibilità di utilizzare la tDCS, durante sessioni di allenamento con personal trainer, in modo da poter aumentare la resistenza e migliorare le proprie performance sportive. Se sei interessato non perdere tempo e chiamaci subito!.


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plasticità

Plasticità. Come avviene l’apprendimento delle abilità motorie

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Plasticità. Come avviene l’apprendimento delle abilità motorie

Plasticità. Il cervello umano possiede la meravigliosa caratteristica di essere dotato di plasticità e quindi di potersi modificare, in maniera più o meno duratura, a seconda degli eventi. Questo aspetto può entrare in gioco in diverse situazioni: la prima in seguito a danni cerebrali per processi relativi al recupero funzionale, la seconda in contesti legati all’apprendimento e alla memoria. Proprio riguardo a questo ultimo aspetto la plasticità cerebrale è molto importante nell’ambito sportivo, poiché permette di acquisire e conservare le abilità motorie.

Infatti l’apprendimento di queste viene definito come il processo attraverso il quale i movimenti vengono eseguiti con maggiore precisione e rapidità, in seguito ad una pratica continua. Infatti, elevate performance sportive possono essere raggiunte tramite l’esecuzione di diverse sessioni di allenamento, che consentono di raggiungere il livello massimo di prestazione.L’apprendimento motorio, poi, avviene sempre in due fasi chiamate veloce e lenta. La prima comporta un miglioramento immediato già a partire dalla prima sessione di allenamento, la seconda invece porta a continui progressi legati ad un esercizio continuo e costante.Ad esempio se una persona non ha mai tirato un pallone in porta il momento in  cui si troverà a farlo sarà decisamente faticoso, mentre la volta successiva a livello cognitivo sarà già preparato ma ancora non abile, ma continuando con l’allenamento potrà poi imparare ad essere coordinato e preciso.

plasticità

Oltre alle due fasi sopracitate il processo di apprendimento è legato ad altri stadi ovvero la codifica, il consolidamento e il richiamo. La prima riguarda il momento in cui l’abilità viene memorizzata a livello cerebrale e avviene nella fase di allenamento. La seconda è in uno stato offline, in quanto si esplica nella fase di intervallo tra le diverse sessioni e quindi è una sorta di stadio intermedio tra la fase veloce e lenta. L’ultima invece consiste nella capacità di riuscire a recuperare le abilità apprese senza nessuno sforzo cosciente.

Ma nello specifico in quale aree cerebrali avviene l’apprendimento motorio? Diverse sono le sezioni corticali coinvolte, come ad esempio quelle percettive e visive, ma quella maggiormente attivata è la corteccia motoria primaria. Questa infatti si attiva all’inizio dei movimenti volontari e quindi anche nella fase lenta e veloce dell’apprendimento. Quando poi l’abilità è consolidata a livello della memoria muscolare e procedurale, la corteccia motoria è molto meno coinvolta e l’elaborazione è adibita ad aree di ordine inferiore come il cervelletto. Ciò riflette proprio il cambiamento comportamentale, che avviene nel momento in cui l’abilità migliora e quindi passa da un livello volontario ad uno automatico. Ma in che modo si può favorire la plasticità neuronale in modo da raggiungere una maggiore capacità motoria? Utilizzando la tDCS! Infatti,  l’associare un allenamento intenso ad una stimolazione della corteccia motoria primaria favorisce l’attivazione neuronale e l’apprendimento motorio. Di conseguenza, quindi, si creano delle nuove connessioni neuronali che facilitano le fasi di consolidamento e richiamo.

In BrainCare offriamo la possibilità di utilizzare la tDCS in abbinamento ad attività motoria, seguita da personal trainer, in modo che l’apprendimento possa avvenire in maniera più rapida e si possano raggiungere ottimi livelli in uno specifico ambito motorio.

Quindi sei interessato a stimolare la tua plasticità cerebrale, al fine di raggiungere performance pari a quelle di un vero atleta, non esitare a contattarci!.

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comportamento

Valutazione e riabilitazione dei disturbi del comportamento conseguenti a lesioni cerebrali e sostegno e addestramento ai familiari

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Comportamento. Il comportamento riguarda l’espressione manifesta, l’azione e la reazione, di un individuo inserito in un contesto sociale. I disturbi del comportamento si manifestano attraverso una difficoltà di controllo e di gestione delle proprie emozioni, incapacità di adattare il proprio comportamento all’ambiente, scarsa capacità di empatia, bisogno urgente di soddisfare i propri bisogni, aggressività, rabbia, trasgressione alle norme sociali e morali, incapacità di relazione. I disturbi comportamentali generalmente sono dovuti ad una lesione delle aree prefrontali del cervello e delle loro connessioni con altre strutture cerebrali, che possono manifestarsi immediatamente dopo il trauma o a distanza di tempo, e permanere nel tempo.comportamento

Tali comportamenti “anomali” possono determinare un deterioramento delle relazioni dell’individuo affetto da lesione e il suo intorno sociale prossimale e distale, dato che la lesione cerebrale agisce modificando le componenti della personalità e le reazioni emotivo-motivazionali. Per riabilitare tali pazienti è necessario approfondire attraverso l’utilizzo di test quali funzioni sono state alterate dalla lesione. Gli interventi non farmacologici per i disturbi comportamentali comprendono la musicoterapia, l’arteterapia, la danza, la ludoterapia, la Pet terapia. Molti studi recenti evidenziano che la gravità dei sintomi comportamentali sia più dovuta a delle variabili contestuali piuttosto che individuali. Dietro ad un comportamento aberrante si cela una profonda sofferenza e dunque una necessità di sostegno. Importantissimo ruolo ricopre il sostegno dalla rete sociale prossimale, costituita dai membri della famiglia (caregivers). La letteratura scientifica ci insegna che specifici interventi rivolti all’addestramento di familiari, rappresentano uno strumento per contrastare l’evoluzione di disturbi cognitivi e comportamentali legati a lesioni cerebrali. E’ necessario dunque rendere il familiare autonomo e competente nell’assistenza, ridurre lo stato di ansia migliorando la vita familiare e rendere anche l’ambiente sicuro e adattabile al paziente. L’addestramento dei caregiver è possibile grazie al trasferimento di conoscenze, metodologie e strumenti di gestione comportamentale.

Obiettivi

  • Fornire nozioni base sulla condizione del paziente con lesione cerebrale
  • Imparare a gestire la condizione patologica in famiglia
  • Conoscere le difficoltà psicologiche e fisiche del paziente
  • Imparare a valorizzare le risorse e i limiti del paziente

Programma del corso

8.00-8.30: Registrazione dei partecipanti
8.30-10.30: I disturbi del comportamento e loro modelli teorici
10.30-10.45: Pausa caffè
10.45-12.45: La valutazione dei disturbi del comportamento: presentazione dei test
12.45-13.30: Pausa Pranzo
13.30-15.00: Il trattamento dei disturbi del comportamento: interventi degli operatori
15.00 – 16.00: Il trattamento dei disturbi del comportamento: addestramento ai familiar

Docente:
Dott.ssa Anna Cantagallo:
Medico neurologa e fisiatra, referee in neuroscienze. Direzione scientifica BrainCare.

Quota di partecipazione:
122 € + IVA

Sede:
BrainCare Direzione Generale – Via Fornace Morandi 24, Padova

Modalità di iscrizione:

Per iscriverti ai corsi 2018 è sufficiente compilare la scheda di iscrizione che trovi nella BROCHURE CORSI 2018 inviarla assieme alla ricevuta di pagamento a segreteria@braincare.it

Per effettuare il bonifico di iscrizione ai corsi seguire le seguenti coordinate bancarie:
IBAN: IT 70 Q 03268 12100 052832701030
Intestato a BrainCare srl
Banca Sella s.p.a., via S. Marco, 11/C – 35129 – Padova

Per completare l’iscrizione è sufficiente inviare la ricevuta del pagamento e il modulo di iscrizione adeguatamente compilato, al seguente indirizzo: segreteria@braincare.it.

Il corso fa parte del programma formativo del 2018 in tema di neuropsicologia. Scopri qui tutti i corsi in programma.


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esplosività

Esplosività. In che modo gli atleti possono performare in maniera esplosiva

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Esplosività. In che modo i grandi atleti riescono a mostrare una grande esplosività quando stanno gareggiando? Sicuramente il fatto che Usain Bolt sia diventato l’uomo più veloce del mondo dipende sia da una sua predisposizione naturale, che dal suo sistema neuromuscolare.

Infatti sia negli uomini che negli animali esistono due tipi di fibre, le une adibite alle contrazioni rapide e le altre a quelle lente. Le prime vengono reclutate nel corso dei movimenti rapidi ed esplosivi, mentre le seconde vengono utilizzate nei movimenti che hanno bisogno di resistenza.Per averne un’idea più chiara basta pensare alla carne scura e bianca del pollo: la prima è concentrata sulle gambe e cosce e quindi permette all’animale di mettere in atto movimenti più lenti come il camminare, la seconda invece è sul petto e le ali e quindi consente azioni di vera esplosività. E nell’uomo come funziona questa distinzione? La persona media possiede nella parte inferiore del corpo una maggiore concentrazione di fibre scure, mentre un vero campione ha una quantità elevata di fibre bianche. Questo viene confermato anche da alcuni studi: l’atleta ha una percentuale più alta di fibre a contrazione rapida che gli permette di correre più velocemente durante uno sprint di 40 secondi.Campioni come Bolt quindi funzionano come dei ghepardi in grado di mettere in atto una contrazione rapida estrema.

esplosività

Non tutti però sono come il campione giamaicano, quindi un modo per poter raggiungere l’esplosività nella fase iniziale della contrazione è quello di aumentare lo sviluppo della forza in modo rapido (RFD Rate of Force Development).

In poche parole non potendo raggiungere questa forza estrema nella fase di movimento rapido devono concentrare tutta l’energia nella fase precedente.

I movimenti rapidi richiedono contrazioni che avvengono sulla scala cronologica di 50-200 ms, ma in genere occorrono 300-500 ms per sviluppare la forza massima. L’esplosività non viene raggiunta fino a 500ms, quindi i movimenti rapidi (50-200ms) sono migliorati tramite RFD.E nella pratica che cosa dovrebbero fare gli atleti, che non hanno la fortuna di essere nati come Bolt, per poter aumentare la contrazione rapida e la RFD?La tecnica più efficace è quella di mettere in atto ripetizioni rapide ad alta velocità, che permettono di aumentare la velocità di trasferimento del segnale dal cervello ai muscoli. Questo aspetto poi è stato confermato da uno studio danese del Journal of Applied Physiology (https://www.physiology.org/doi/pdf/10.1152/japplphysiol.00283.2002) che ha registrato un  correlazione tra l’aumento dell’attività cerebrale e la RFD, che si esplica con una maggiore attivazione della fibra neuromuscolare. Qui in BrainCare offriamo la possibilità di aumentare l’esplosività durante l’allenamento muscolare a contrazione rapida, attraverso l’utilizzo della tDCS. Quest’ultima infatti permette di rendere i segnali neurali più efficienti, in modo da poterli convogliare su capacità motorie di potenza al picco.Quindi se stai aspirando a raggiungere l’esplosività di un ghepardo non esitare a contattarci!


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lavoro

Lavoro. Il lavoro adimensionale: nuovi gradi di libertà e benessere

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Lavoro. Il mondo del lavoro ha sempre rappresentato un ambito di cambiamento e rivoluzioni, che hanno cercato di rispecchiare le evoluzioni della società. Oggi, infatti, le nuove tecnologie non hanno stravolto solo la società ma anche gli uffici, le aziende, i dipendenti. Da questo si parte per quella che può essere definita una ”de-standardizzazione” degli orari, dei luoghi di lavoro e della necessità di presenza.

Da aggiungersi a tutto ciò vi è l’Internet of Things (IoT) che permette di connettere le persone e le macchine, così che gli interventi da remoto divengano possibili anche su macchine che sono distanti migliaia di chilometri, modificando il lavoro e il rapporto che l’impiegato ha su di esso.

Alla base di questa concezione vi è il concetto di flessibilità, che rende il lavoratore più autonomo nella gestione delle proprie ore. Allo stesso tempo, però, l’azienda potrà richiedere flessibilità oltre che concederla: così il lavoratore è ormai abituato a guardare la posta elettronica alla sera, o nel week end.lavoro adimensionale La presenza, suggerisce la Dott.ssa Cantagallo, una volta utilizzata come unità di misura del lavoro, non è più indispensabile; gli ottimi lavoratori non sono più definibili in base alle ore di lavoro trascorse dietro la scrivania.

Iniziative come lo Smart Working, che permettono ad esempio al lavoratore di rimanere a casa due volte a settimana gestendo il proprio lavoro da lì, partono dal presupposto che il benessere della persona ed il benessere aziendale si influenzino reciprocamente, e così è: un lavoratore che gestisce il proprio tempo, è un lavoratore più contento, più sereno e più produttivo.

Altre possibilità di lavori che mantengono gradi di libertà gratificanti per i lavoratori riguardano, ad esempio, le piattaforme di crowdworking: si tratta di intermediazione di lavori professionali che vengono richiesti per brevi periodi attraverso la selezione dei candidati online. Questi possono poi gestire il loro lavoro ed eseguirlo nei momenti che preferiscono, mentre l’azienda monitora il tempo e la produttività per poi far corrispondere il lavoro della persona ad un pagamento adeguato.

Il lavoro comincia ad essere liberato dalle dimensioni di spazio e tempo e questo cambierà non solo il mondo lavorativo ma anche la società tutta: le trasformazioni interesseranno le città, il quotidiano e il modo di vivere, permettendo di rivedere il lavoro non più come un dovere ma come un piacere, aumentando così anche il rendimento e il benessere del lavoratore, da cui si potranno ottenere solo benefici.

Il rischio a cui non si deve andare incontro, però, è quello di pensare che il lavoro in questo modo possa e debba dilagare all’interno dell’intera vita della persona, eliminando i tempi realmente liberi dal lavoro, ricadendo così nell’errore di dimenticare il benessere del lavoratore oltre che a quello aziendale.

Se vuoi rivedere i ritmi e le modalità del tuo lavoro, contattaci! Troveremo la soluzione giusta per i tuoi bisogni e la tua personalità, soluzione che potrai proporre al tuo team di lavoro.


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saggezza

Saggezza. Nuove prospettive per la sua “misurazione”

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Saggezza. La saggezza è sempre stato un concetto interessante ma spesso ambiguo: chi è saggio? In base a cosa? La saggezza raggiunge tutti ad una certa età? Molti studi si sono preposti di rispondere a queste domande, ma i risultati non sono stati sempre soddisfacenti. È difficile stabilire il “grado di saggezza” di una persona, anche perché il concetto stesso è difficile da definire e categorizzare, dato che spesso dipende dal modo in cui la cultura di riferimento lo concepisce.saggezza Le neuroscienze, oggi, però vengono in aiuto. Attraverso la misurazione di alcuni parametri neurobiologici e psicosociali potrebbe essere possibile “calcolare” la saggezza di ognuno di noi: lo studio dell’algoritmo che permetterebbe la trasformazione di un concetto prettamente psicologico in un dato concreto è stato pubblicato nel Journal of Psychiatric Research: in uno studio di 524 volontari inseriti in un progetto di ricerca ancora in corso (Successful Aging Evaluation o SAGE), è stato utilizzato il calcolatore che propone una serie di affermazione a cui il soggetto è chiamato a rispondere sul fatto che le condivida o meno; i risultati ottenuti sono poi stati confrontati con due strumenti già in uso nella pratica clinica che sono la ’12-item Three-Dimensional Wisdom Scale’ e la ’40-item Self-Assessed Wisdom Scale’.

L’assunto teorico alla base di tale strumento è che il livello individuale può essere spiegato studiando la neurobiologia del soggetto, riferendoci in questo caso alle caratteristiche anatomiche e funzionali del suo cervello; inoltre, sembrano essere diverse le aree e i sistemi neurali responsabili delle diverse componenti della saggezza, come Dilip Jeste (docente di psichiatria dell’Università di San Diego e direttore del centro Healthy Aging) afferma (http://www.popsci.it/saggezza-la-calcolera-uno-strumento-ad-hoc.html).

Come sostiene la Dott.ssa Anna Cantagallo, “ancora una volta l’incontro con le neuroscienze ha portato ottimi frutti; permette non soltanto di portare nuove validazioni nel campo della psicologia, specialmente per concetti come la saggezza che si pensava non avessero un “riscontro” organico, ma anche di incrementare la conoscenza del nostro cervello, nei suoi aspetti più complessi.”

Lo strumento, dunque, oltre che tentare di dare una svolta in alcune pratiche cliniche, specialmente nelle valutazioni cognitive, potrebbe risultare un’importante risorsa per le sperimentazioni in ambito di HR aziendali  che si prefiggono di portare alla luce nuove conoscenze psicologiche, neurologiche e funzionali sul cervello, nella direzione di nuovi approcci e sviluppi.


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Birra. Come risvegliare olfatto e gusto attraverso la birra

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Birra. Come risvegliare olfatto e gusto attraverso la birra

Birra.  Ognuno di noi è dotato di un apparato gusto-olfattivo, che se ben usato è molto potente. Tuttavia la maggior parte delle volte questo non viene utilizzato nella maniera corretta, quando si tratta di mangiare una pizza o di degustare una birra. Le ragioni posso essere diverse, ma molto è dovuto ad un aspetto culturale che porta a vedere la pizza come un alimento veloce e questa bevanda in maniera meno complessa e ampia rispetto al vino, quasi a livello di un the freddo da assumere nelle calde sere d’estate. Per fortuna questa concezione sta cambiando, anche perché il mondo del luppolo è talmente ampio e diffuso che non deve temere nessun rivale. Anche nell’assaporare una birra ci sono diversi aspetti che devono essere presi in considerazione come ad esempio la compattezza, la schiuma, il colore, la persistenza, ma anche il sapore e il gusto. La degustazione, infatti, attiva precise esperienze sensoriali ed emozionali legate ai nostri organi di senso.  Gli occhi sono i primi ad essere attivati in quanto permettono di distinguere il colore, ma anche la sua consistenza. Subito dopo segue l’olfatto insieme al gusto permettendo di riconoscerne il malto e il luppolo utilizzato, il grado alcolico, la struttura e tanto altro. Allo stesso tempo però l’attivazione sensoriale è accompagnata dal riemergere di ricordi ed emozioni. Quell’aroma particolare potrebbe risvegliare la memoria di un tramonto sulla spiaggia, il profumo di spezie sulle strade di Marrakech o non attivare proprio nulla. Questo perché la degustazione è un momento sensoriale, individuale ed emozionale che porta ad esperienze differenti e personali nelle diverse persone. L’obiettivo di questa serata sarà quello di quello di accompagnarti in un’esperienza sensoriale ed emozionale a partire dalla misurazione con test specifici delle tue abilità di olfatto e gusto fino ala degustazione di alcune birre. Infatti l’idea è che ognuno dei presenti porti via con sé la consapevolezza di quanto i propri sensi più arcaici possano essere non solo valutati ma anche allenati anche attraverso questa bevanda complessa, meravigliosa e tutta da scoprire.

Se sei pronto a tuffarti in  questa esperienza, iscriviti subito scrivendo una mail ad info@braincare.it o al link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-come-risvegliare-olfatto-e-gusto-attraverso-la-birra-46800864646

Ti aspettiamo!


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Alzheimer. Scoperto il coinvolgimento di una nuova area cerebrale

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Alzheimer. Scoperto il coinvolgimento di una nuova area cerebrale

Alzheimer. La malattia di Alzheimer è una patologia neurologica degenerativa che colpisce il cervello. E’ la forma più comune di demenza senile: la malattia colpisce la memoria e le funzioni cognitive, si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare ma può causare anche altri problemi, tra cui stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.A livello cerebrale, nei pazienti affetti da morbo di Alzheimer, si osserva un grado variabile di atrofia corticale, ovvero una riduzione della massa dei tessuti/organi. Negli stadi più avanzati le strutture maggiormente atrofizzate sono l’ippocampo, la corteccia entorinale e l’amigdala. A livello microscopico si evidenzia un accumulo extracellulare di placche senili e ammassi neurofibrillari  e intraneuronali. Con la progressione della malattia si verifica una perdita neuronale che è poi all’origine della sintomatologia caratteristica della malattia.

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felictà

Felicità. Raggiungere la felicità o fare in modo che essa arrivi a noi spontaneamente?

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Felicità. La Psicologia Positiva, di cui lo psicologo statunitense Martin E. P. Seligman è considerato il padre, è quella parte della psicologia che si occupa di individuare delle modalità attraverso cui la persona possa potenziare le proprie capacità e raggiungere un benessere maggiore. È un approccio alternativo in quanto la Psicologia Tradizionale si è da sempre concentrata sugli aspetti che peggiorano la vita dell’individuo e sulle possibili soluzioni da adottare per debellarli e condurre un’esistenza priva di disagio.

Ciò però non equivale ad ottenere un miglioramento delle proprie condizioni, ma a rientrare nella curva statistica della “normalità” e non su quel picco da tutti ambito della “felicità”.

Una proposta per il potenziamento delle risorse di ciascun individuo è quella di ShawnAchor, un ricercatore americano specializzato in felicità. Nel suo libro “Il vantaggio della felicità” spiega come attraverso 7 semplici passi l’individuo possa raggiungere alti livelli di efficienza e successo sia a livello lavorativo che quotidiano con l’aiuto della felicità.

Questi sono: “il vantaggio della felicità”, “il fulcro e la leva”, “l’effetto tetris”, “ cadere in su”, “il cerchio di zorro”, “la regola dei 20 secondi” e “l’investimento sociale”.

Nella Psicologia Positiva il punto di partenza è il concetto di “plasticità cerebrale”ovvero l’idea che  il cervello possa essere modificato nei suoi circuiti elettrici nel corso della vita.

Ora sintetizzeremo ciò che Achor ritiene essere centrale in ognuno dei 7 passi alla luce di questa informazione.

felicità

Innanzitutto egli evidenzia come si possano ottenere benefici nella salute o in ambito lavorativo dallo sperimentare emozioni positive perché ciò amplia lo spettro cognitivo (memoria e attenzione per esempio). La meditazione, l’esercizio e la pratica di un punto di forza sono solo alcune delle modalità attraverso cui poter raggiungere la felicità.

Ritiene che anche il modo in cui l’individuo percepisce se stesso e la realtà giochi un ruolo fondamentale: secondo i principi della Teoria dell’Aspettativa (es.https://www.psicosocial.it/effetto-pigmalione/)  se ci si aspetta un evento positivo il cervello elabora dei modelli uguali a quelli che costruirebbe se effettivamente fosse avvenuto qualcosa di soddisfacente. È pertanto importante mantenere un atteggiamento mentale propositivo, ma con aspettative realistiche.

È possibile secondo Achor addestrare il cervello a cercare nella realtà gli aspetti che potrebbero giovare piuttosto di quelli deleteri: si è visto in uno studio condotto tramite il gioco del Tetris (http://www.lescienze.it/news/2009/09/02/news/piu_tetris_piu_corteccia_cerebrale-573753/) che i circuiti cerebrali possono essere modificati e creati. Il cervello tramite la pratica, come ad esempio la lista giornaliera delle “tre benedizioni”, filtra le informazioni che, tramite il pensiero, lo rendono più selettivo a determinati stimoli.

Non bisogna dimenticare che non bisogna dimenticare che è piuttosto usuale incontrare sulla propria strada degli ostacoli ed, riguardo ciò, egli ritiene opportuno mettere in luce l’aspetto utile del fallimento che alcune volte questi ci portano a sperimentare: la possibilità di creare una Terza Via. Quando si incontra un ostacolo è importante costruire una via alternativa alla negazione o all’evitamento per fare in modo di essere spinti verso la soluzione. Questo meccanismo mentale  può essere conseguito creando una realtà “controfattuale” di successo, con uno stile esplicativo ottimista e con il modello ABCD che porta alla “decatastrofizzazione”.

Partire da piccoli obiettivi è un’altra modalità utile al raggiungimento di grandi traguardi perché permette di riprendere il controllo sulle situazioni che ci appaiono eccessivamente difficoltose e avere la strada più spianata verso l’ambita felicità. Avere un locus of control interno spinge al cambiamento perché riducendo lo stress aumenta la performance, ma anche la tecnica di “divisione della realtà” che riguarda la comprensione degli aspetti della realtà che si possono e non si possono controllare, permette di incanalare i propri sforzi in ambiti più accessibili. A tal proposito esiste la “Teoria della Definizione degli Obiettivi” che stabilisce essere più vantaggioso porre obiettivi di media difficoltà (sotto-obiettivi)  in quanto rende possibile ottenere risultati via via più importanti fino alla vetta del raggiungimento dell’obiettivo primo con un vissuto – indovina un po’ – di felicità soggettiva.

per raggiungere un maggiore benessere è fondamentale che ciascun individuo ponga questi comportamenti nel “cammino della minore resistenza”: ogni azione necessita di un’energia di attivazione per essere svolta e dipende dalla forza di volontà, una risorsa limitata, perciò più viene reso abitudinario un comportamento desiderabile minore probabilità si avrà di ricadere nella routine scorretta. Le abitudini, di norma, richiedono una bassa energia di attivazione e minore forza di volontà per essere compiute.

In conclusione lo studioso mette in risalto l’importanza delle relazioni sociali e della coesione sociale all’interno di un gruppo: gli altri risultano essere fonte di energia e motivazione anche e soprattutto nel momento in cui vivono momenti positivi. Le persone intorno a noi fungono da barriera anti-stress ed è perciò auspicabile riuscire a coltivare nel tempo una buona rete di supporto sociale con cui riuscire a condividere la nostra e altrui felicità.

Esistono però punti di vista differenti sull’utilità della felicità. Un esempio è quello riportato dal medico e psicoterapeuta Russ Harris nel suo libro “La trappola della felicità”: credere che la felicità sia una condizione naturale dell’uomo e che debba compiere ogni sforzo per raggiungerla porta l’individuo al desiderio di controllare ogni aspetto della propria vita senza considerare che ciò lo costringe ad utilizzare maggiori risorse mentali e lo riconduce ciclicamente ai pensieri negativi che cerca di eliminare.

Una volta riconosciute e sconfitte queste trappole del pensiero la persona è pronta ad abbracciare la pratica dell’ACT (Accetta, Connettiti, Traduci), un processo che si basa su ricerche scientifiche e che è alla base della recente scuola di pensiero chiamata “Mindfulness”. È un’alternativa che comprende 6 principi: defusione, espansione, connessione, sé osservante, valori e azione ragionata.

L’ACT è pertanto una modalità che porta all’accettazione della propria vita interiore, è un punto di partenza per la costruzione del miglioramento e della felicità. In questo ambito il controllo citato nella tesi precedente viene sostituito dalla “defusione”, ovvero l’accettazione della realtà per quella che è senza la necessità di combatterla. Le emozioni sono un altro punto di differenza con quanto sostenuto da Achor in quanto egli ritiene che siano intrinsecamente legate ai pensieri e che influenzino la tendenza dell’essere umano ad agire, ma che non controllino direttamente le sue azioni. Utile può essere la tecnica dei “dieci respiri” in quanto permette di sganciare l’attenzione dal flusso dei pensieri e di guardarlo dall’esterno per raggiungere una consapevolezza superiore.

Per connettersi con i propri valori, cioè i propri desideri profondi, è utile essere in contatto con il proprio corpo, l’ambiente, i suoni e il respiro; in questo modo la vita diventerà degna di essere vissuta in felicità  poiché le azioni avranno una motivazione positiva di base. Il raggiungimento di questa meta avviene innanzitutto stabilendo obiettivi a breve, medio e lungo termine che possano essere a loro volta scomposti in piani d’azione. Mantenendo fissi i propri valori e ponendo aspettative realizzabili, la tecnica ACT produrrà un cambiamento nella vita di chi sceglie di accettarla così come è.

Restano aperti molti interrogativi in quanto la Psicologia Positiva non ha ancora trovato una modalità soddisfacente di applicazione nelle terapie e nella prevenzione e non è ancora chiaro se i tratti positivi abbiano una derivazione genetica o siano frutto dell’interazione con l’ambiente (http://www.humantrainer.com/articoli/fata-psicologia-positiva.PDF).

La Mindfulness, invece, è una tecnica che può essere utilizzata parallelamente ad ogni genere di psicoterapia e studi scientifici ne sostengono il suo valore a livello preventivo e per l’evitamento di episodi remissivi di molte patologie tra cui depressione, ansia e molte altre (http://www.elicoides.it/wp-content/uploads/2015/10/dialoghi-adleriani-TOSI-05.pdf).

Vieni a trovarci in BrainCare e affidati ai nostri esperti della mente e delle emozioni a trovare la tua strada migliore per raggiungere un solido stato di benessere e la felicità. Ti aspettiamo!


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Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

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Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

Obesità. La medicina ci mette in guardia da questa pericolosa condizione, ma allo stesso tempo, se non prendiamo le giuste precauzioni, la società ci porta in questa direzione. La disponibilità e la convenienza di “cibi spazzatura” insieme alla sedentarietà a cui siamo costretti dal lavoro di oggi, infatti, sono i principali cause dell’obesità. L’obesità è la patologia tipica del mondo occidentale e in generale delle società del benessere. L’obesità viene stabilita, secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso l’Indice di Massa Corporea (IMC), che mette a rapporto la massa espressa in chilogrammi e il quadrato dell’altezza espressa in metri. Per essere normopeso, bisogna avere un IMC compreso tra 18,50 e 24,99. I valori al di sotto di questa soglia definiscono i soggetti sottopeso e gravemente sottopeso (IMC < 16), mentre i valori al di sopra di 24,99 definiscono i soggetti sovrappeso (25 < IMC < 29,99), con obesità moderata (30 < IMC < 34,99), con obesità grave (35 < IMC < 39,99) e con obesità gravissima (IMC ≥ 40).

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