Author Archives: Anna Cantagallo

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Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

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Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Arte e neuroscienze. – “L’incontro tra due discipline non prende posto dove l’una comincia a riflettersi sull’altra, ma dove l’una realizza che deve risolvere da sè, con i suoi mezzi, un problema simile ad uno affrontato dall’altra.”

(Gilles Deleuze)

Il subbuglio del caffè che risale la cannula della moka riempie l’ambiente di un rumore tenue.

Il suo aroma fa cadere la stanza in un’atmosfera alla morfina e, una volta riempita una tazzina, vi sedete al tavolo per accingervi a lavorare.

Sfortuna vuole che ne rovesciate il contenuto sul tavolo: questo dapprima si diffonde come una macchia circolare uniforme, poi disegna, grazie alla conformità del tavolo e alle microscopiche crepe che ne abitano le superficie delle righe confuse, quasi fossero rami d’albero.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Immaginate ora di essere un artista con un dottorato in Neuroscienze. Questa esperienza con il caffè non potrà che suscitarvi un paragone: la conformazione delle cellule neuronali.

Almeno, questo è ciò che probabilmente accenderebbe la fantasia di Gregg Dunn, un artista americano, che ha unificato arte e neuroscienze, sua materia di studio e diventata il suo principale motore ispiratore.

Infatti, una delle sue opere (qui sotto) è sbocciata soffiando dell’inchiostro su una carta non assorbente.

La conformazione della carta stessa, il soffio dell’artista e le turbolenze dell’aria portano alla realizzazione di una rete che richiama la struttura ad albero dei neuroni e degli assoni.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Dunn spiega che occuparsi di popolazioni di neuroni al microscopio per il suo dottorato lo ha portato ad immaginare come potesse replicare, nel modo più scientifico possibile, l’intricato, meraviglioso, misterioso ed enigmatico loro dispiegarsi e connettersi che accade ogni secondo della nostra vita, chiusi nei meandri del nostro organo più importante.

La fenomenologia delle connessioni intra-cerebrali è esteticamente magnifica e allo stesso tempo incredibilmente articolata.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Un lavoro sofisticato, che Dunn ha scelto di intraprendere con l’aiuto di pochi e fidati colleghi. Dice Dunn in un’intervista: “Il mondo microscopico appartiene al mondo dell’arte visiva orientale.

Non c’è differenza tra il rappresentare il paesaggio di una foresta e un paesaggio del cervello. Le forme neurali e i dipinti orientali collidono in un modo completamente naturale.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Dunn ha ragione su due punti. Primo, la forma di ogni neurone rende la similitudine con una foresta un salto associativo quasi obbligato.

La conformazione a ramo di un dendrite è praticamente identica alla parte superiore di un albero, ad una serie di crepe nel pavimento, al movimento dei fiumi e dei canali visti dall’alto o ad un fulmine.

In natura, la morfologia del neurone si ripete dovunque. Come dice Dunn: “Non sarei sorpreso se la forma che rappresento avesse la sua rappresentazione base ad un livello cosmico.

È la soluzione frattale dell’Universo.” Secondo, la concezione orientale dell’arte orientale, essa è contraddistinta da una continua ricerca della semplicità.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Picasso ha cercato per tutta la sua vita di dipingere come un bambino, sottintendendo la volontà di arrivare a quelle linee base non solo utili ma necessarie per rappresentare su tela un concetto o un oggetto.

L’arte orientale non necessitava di questa ricerca: è nata con alle spalle la tradizione minimalista della linea e dell’asciuttezza; non a caso gli ideogrammi sono sbocciati nelle terre d’Oriente.

Dunn prende spunto dalla produzione artistica di questo mondo e il suo tentativo artistico riflette questa ricerca all’essenziale.

Tuttavia, come egli stesso riferisce, rappresentare pochi neuroni sulla tela non è affatto realistico. Non replica in maniera adeguata l’incredibile complessità del cervello:

Esiste un cliché nel mondo della neuroanatomia riguardo come ogni regione del cervello renda solo così poco del suo ‘stato reale’, poichè tutte le singole unità processuali devono essere concentrate in un posto così piccolo.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Mettete insieme 100 miliardi di neuroni, ognuno con un migliaio di connessioni sinaptiche con gli altri, il limite di capacità cranica dato dall’evoluzione e difatti avete un organo molto piccolo e molto denso. Un’imperscrutabile confusione da un lato, un organo squisitamente ordinato dall’altro. […]

È letteralmente l’oggetto più complicato dell’intero universo.

Questo straordinario nido di cellule, quando connesso in un certo modo, dà vita a questo strano senso dell’Io, il quale è capace di ponderare e imparare cose riguardo il suo ambiente di riferimento.

È un miracolo assoluto, e rappresenta la radice primaria del perchè siamo esseri consci capaci ad apprezzare questo mondo e tutta la sua bellezza.”.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Dunn è riuscito a unire arte e neuroscienze anche tramite l’implementazione di procedure speciali, come la tecnica del micro-etching, micro-incisione.

Prima di tutto, Dunn dipinge i neuroni a mano, poi li scannerizza e invia gli scan ad un computer in cui li assembla attraverso un software di post-produzione.

In questa fase, produce, assieme ad un collega di nome Brian Edwards, un’immagine ad alta risoluzione.

La realizzazione di questa immagine avviene attraverso l’input di algoritmi complessi che consentono al computer di computare i diversi modi in cui le diverse parti delle immagini potrebbero comunicare le une con le altre per scambiarsi le informazioni.

Essi, poi, utilizzando una procedura detta fotolitografia (la stessa usata per creare i microchip), compiono delle microincisioni sull’immagine ottenuta mentre essa è appoggiata a delle lastre di metallo congiunte.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

L’angolo di queste micro-incisioni determina il modo in cui la luce cadrà all’interno delle stesse e si rifletterà all’esterno.

In un secondo momento, stampano questa immagine su un foglio trasparente, che viene posto sopra un foglio di metallo laminato con materiale sensibile alla luce.

Questo viene ricoperto di inchiostro: in tutti i posti in cui il foglio trasparente è ricoperto l’inchiostro nero, la luce non potrà colpire il foglio laminato.

A questo punto, illuminano il foglio con dei raggi ultravioletti, che fissano l’immagine nei punti in cui il foglio fotosensibile era oscurato dall’inchiostro. Nell’ultimissima fase, attaccano fogli d’oro sulla superficie. Il risultato?

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Un lavoro straordinario, in cui uno spettatore può contemplare la dinamica delle connessioni cerebrali.

Come spiega lo stesso Dunn in questo video, un gioco di luci ben realizzato dà meglio l’idea di come le informazioni vengano processate in una modalità bidirezionale, dalla corteccia alle regioni più interne del cervello e viceversa, in un costante viavai di luce dorata che non si ferma mai e ci permette di essere vivi, di esserne consci e di essere consci del nostro essere consci.

Inoltre, Dunn e Edwards hanno costruito delle luci e delle teche attorno alle strutture delle opere, per aggiungere colori diversi.

Verificando l’angolo d’impatto della luce, uno può controllare il colore che rimbalza e viene processato dal nostro sistema visivo.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

 

Queste immagini rappresentano il cosiddetto brainbow, l’arcobaleno cerebrale, una tecnica di neuroimaging per tingere i neuroni limitrofi unendo proteine fluorescenti colorate.

Dato che le combinazioni di colori sono date dal gioco della luce e visto che non c’è colore sulla superficie del foglio, le possibili combinazioni sono infinite.

Dunn non ha circoscritto il suo lavoro alle sole cellule neuronali. Alcuni dei suoi migliori lavori sono sulle cellule gliali, cellule indispensabili per il supporto e la connessione tra neuronale, e, addirittura, sul midollo spinale.

Il lavoro di Dunn è coerente con la sua ricerca infinita delle semplicità, partendo dalla premessa che l’oggetto da rappresentare è in realtà l’organo più complesso dell’intero universo.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

La sua ricerca non è insensata: è ricerca pura, che tiene conto di quanto anche dentro una cosa apparentemente semplice vi sia un mondo incredibilmente complesso da cogliere e, nella medesima maniera, come dietro una cosa apparentemente impossibile da decifrare vi siano dei pattern che ne rendono più facile l’analisi e la rappresentazione.

Una super-filosofia dello ying e dello yang, compenetrati ed intrecciati insieme perché in verità inseparabili.

Gregg Dunn, l’artista neuroscienziato che ha creato il connubio perfetto: arte e neuroscienze.

Cibo per la Mente del Mese di ??? sarà dedicata al connubio Arte e NeuroScienze.

Iscriviti: ti aspettiamo! Per scoprire insieme le bellezze del nostro sistema nervoso centrale, sia quelle contenute in esso che quelle che lo stesso ci permette di scoprire.

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Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

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Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Tossicodipendenza – Come prevenire o curare i danni delle droghe sulle funzioni cognitive e emozionali

Anna Cantagallo racconta che durante l’adolescenza i giovani sono particolarmente vulnerabili e propensi a testare sostanze stupefacenti.

Fare uso di droghe in maniera precoce influisce negativamente sul funzionamento cognitivo e sulla capacità di regolazione emotiva, essendo le aree cerebrali più colpite quelle frontali.

“Il disturbo da uso di sostanze presenta sintomi cognitivi, comportamentali e fisiologici oltre ai problemi psicologici e sociali che spesso sono causa stessa dell’assunzione.

Le droghe provocano delle modificazioni cerebrali che a volte non cessano dopo la disintossicazione e che si traducono a livello comportamentale in comportamenti ripetitivi e di desiderio patologico.

Dal punto di vista della personalità, coloro che mostrano un rischio più elevato di iniziare ad assumere sostanze stupefacenti sono i soggetti con ridotto autocontrollo.”

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Per quanto riguarda lo sviluppo cerebrale, qual è la fase più a rischio in cui si potrebbero assumere droghe?

“Gli adolescenti – spiega Anna Cantagallo – non sono più vulnerabili solamente per quanto riguarda l’aspetto di liberazione e la propensione a farsi “trascinare” dai coetanei, ma anche da un punto di vista più propriamente organico.

Infatti le regioni prefrontali, in cui sono localizzate le funzioni di controllo cognitivo, non hanno ancora raggiunto piena maturità.

Il sistema emozionale che ha sede nell’area limbica invece è già pienamente sviluppato.

Si va a creare dunque uno squilibrio, come teorizzato da Somerville e colleghi nel 2010, in questo “sistema duale”, tra intensa attivazione socio-emotiva e scarso controllo cognitivo.

L’effetto di quest’asincronia è lo scarso giudizio dell’adolescente che non vede il reale pericolo dei comportamenti che mette in atto, come appunto l’assunzione di sostanze.”

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Quali alterazioni si verificano a livello neurobiologico?

“Quando si parla di neuro-tossicità delle droghe si intende il fatto che esse siano in grado di aumentare la concentrazione di dopamina nelle sinapsi tra i neuroni dell’area tegmentale ventrale, area del desiderio e  della motivazione, e quelli del nucleus accumbens, ovvero il circuito della ricompensa.

Le varie proiezioni neurali dell’area tegmentale ventrale verso altre aree cerebrali fanno sì che queste modificazioni avvengano in gran parte dell’encefalo.

Questa neurotossicità delle sostanze stupefacenti è alla base delle alterazioni neurali che provocano i cambiamenti comportamentali manifestati dai soggetti che ne fanno uso.

Le funzioni cognitive che ne risentono in maggior misura sono il decision making, il controllo inibitorio, e la memoria.

Per quanto riguarda la presa di decisione i tossicodipendenti sono attratti da scelte svantaggiose che concedono di ottenere ricompense immediate.

Lo dimostrano studi di neuroimaging che evidenziano un’anomalia nell’attività della corteccia prefrontale ventro-mediale.

I deficit nel controllo inibitorio sono associati  a una riduzione di attività della parte dorsale della corteccia cingolata anteriore, mentre quelli relativi alla memoria sono legati all’eccessiva concentrazione dopaminergica nel circuito della ricompensa.”

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Che cosa si intende quando si parla di “disregolazione emotiva” nella tossicodipendenza?

“Studi come quello di Fuchs e colleghi del 2004 – racconta Anna Cantagallo – dimostrano l’alterazione delle normali funzioni delle regioni frontali da parte delle sostanze stupefacenti, e quindi conseguenti anormalità nel controllo cognitivo ed emotivo.

Verdejo-Garcia e Bechara, nel 2009, applicano la teoria dei marker somatici di Damasio alla capacità di regolare le emozioni in condizioni di assunzione di sostanze psicoattive.

In base a questa teoria, durante il processo decisionale, il sistema cognitivo codifica oltre alle informazioni fisiologiche anche quelle emotive relative allo stimolo percepito.

I tossicodipendenti, non avendo intatte le abilità di decision making, non sono dunque in grado di fare queste valutazioni, e la conseguenza è la messa in atto di comportamenti privi di giudizio e impulsivi.

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Le principali manifestazioni dei deficit di controllo emotivo in questi soggetti sono l’alessitimia (l’incapacità di identificare le proprie emozioni e di comunicarle verbalmente), il sensation seeking (ricerca del benessere in comportamenti rischiosi) e una bassa intelligenza emotiva.

” Per questi disturbi sono stati sperimentati protocolli valutativi volti a misurarli e protocolli terapeutici deputati a ridurli.

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Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

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Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi 

Farmaci anti-cancro. L’arrivo in Italia degli innovativi farmaci anti-cancro per le persone affette ha una tempistica sconcertante: dall’attimo in cui il nuovo farmaco viene registrato in Europa all’effettiva messa in circolo trascorrono circa 1000 giorni:

in media, un paziente oncologico italiano rimane in attesa 2,2 anni (806 giorni) per poter ricevere un potenziale medicinale salva-vita.

Questo ritardo è causato dalla latenza tra l’atto di deposito del dossier di autorizzazione e la valutazione del farmaco presso l’Agenzia Europea dei Medicinali (European Medicines Agency – EMA), fino alla disponibilità di una nuova terapia nella prima regione italiana.

L’EMA richiede tempi abbastanza lunghi per testare il farmaco: circa 383 giorni. Essi sono fondamentali per un esame approfondito delle caratteristiche farmacologiche, cliniche e di safety del farmaco. Superati i dovuti test e, quindi, ottenuta l’approvazione dell’EMA, servono mediamente altri 78 giorni per rendere fruibile il farmaco ai clienti.

Tuttavia, i soli test eseguiti dall’EMA non significano de facto la disponibilità immediata del farmaco a tutti i clienti: all’AIFA (Associazione Italiana del Farmaco) servono ulteriori 260 giorni per garantire il farmaco all’intera popolazione italiana.

A questi tempi già lunghissimi, bisogna aggiungere i tempi delle singole regioni, che variano dai 31 ai 293 giorni.

Tra le più veloci la Lombardia e la Puglia, mentre tra le più lente l’Emilia Romagna, dove si raggiungono i 1047 giorni di attesa. Un percorso lunghissimo, dunque, che può significare la possibile morte del paziente in attesa dei farmaci anti-cancro innovativi.

Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

In uno scenario in cui la sopravvivenza al cancro migliora, vi è un ulteriore pericolo di natura extra-medicale che aggrava la situazione dei malati: la povertà.

Infatti, un paziente che si trovi in una condizione economica di povertà, anche se in regime di cure gratuite presso il SSN, ha un rischio di mortalità per cancro più alto del 20% rispetto a chi non vive nell’insicurezza economica.

Questo rischio si chiama ‘tossicità finanziaria’ ed interessa il 22,5% dei pazienti italiani. Essa determina la crisi economica del soggetto stesso, impossibilitato a ricevere il farmaco non perché in attesa dello stesso ma perché avente insufficienti risorse economiche per permetterselo.

Non solo: durante il tempo d’attesa del farmaco, la situazione economica del soggetto sembra essere soggetta a aggravamenti: è ciò che denuncia il IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato il 18/05 al Senato nel corso della XII Giornata del Malato Oncologico, organizzata da FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia).

Come attesta il Presidente del FAVO, Francesco De Lorenzo: “La spesa per i farmaci oncologici è passata da poco più di un miliardo di euro nel 2007 a oltre tre miliardi nel 2014”.

Una spesa difficilmente sostenibile dai malati stessi, poiché vittime di un peggioramento della loro situazione economica durante la terapia stessa, che ovviamente determina un amento del tasso di mortalità nei mesi e anni successivi.

“Il processo che va dall’approvazione europea alla reale disponibilità concreta del farmaco per i cittadini è particolarmente lento, Può quindi tradursi in una forma di razionamento che penalizza fortemente i malati, specialmente nel caso di farmaci innovativi salvavita.”

(Stefano De Lorenzo)

Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

In Italia, i servizi a carico del SSN stanno diminuendo sempre di più, traducendosi in una forte ricaduta finanziaria sulle tasche dei cittadini.

Un paziente, qualora fosse affetto da un male che non è curabile attraverso prestazioni elargite dal SSN ha due scelte: non curarsi o indebitarsi.

Ad esempio, in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’esenzione dal pagamento del ticket per le indagini diagnostiche viene garantita solamente ai pazienti che hanno una diagnosi certa di cancro, quando sarebbe utile dare questa possibilità anche a coloro che hanno il semplice sospetto di un tumore di qualsiasi tipo.

Il bisogno di cercare una risposta strategica, sia essa politica o tecnica, all’impatto economico e sociale del cancro sta ormai oltrepassando i confini nazionali.

Bisogna appellarsi alle risorse che trascendono il nostro paese e che profumano di Europa.

De Lorenzo, che è anche presidente della European Cancer Patient Coalition (ECPC), sta da tempo lottando per l’attuazione di nuove norme che permetterebbero un migliore accesso ai farmaci anti-cancro per i pazienti oncologici e l’introduzione di nuove politiche di gestione dei farmaci stessi che prendano in considerazione il piano italiano e europeo.

“É necessario garantire un accesso alle cure uguale per tutti i cittadini italiani.”

(Stefano de Lorenzo)

Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

Nel frattempo mentre aspetti la tua terapia oncologica specifica, rinforza il tuo corpo, la tua mente e il tuo cuore, e fa in modo che il farmaco ti trovi pronto al meglio, per meglio poter funzionare. Ti aspettiamo in BrainCare, anche solo per informazioni e per condividere il tuo malessere o il tuo dolore.

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Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

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Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

Ansia – come riducendo l’ansia riusciamo anche a ridurre il dolore

Anna Cantagallo racconta che la correlazione bidirezionale tra dolore fisico e ansia clinicamente significativa è stata ampiamente documentata.

Perché bidirezionale? Ci sono sia casi di disturbi d’ansia in cui il paziente è soggetto a livelli particolarmente elevati di dolore, e sia casi di persone affette da condizioni mediche di dolore cronico che sperimentano ansia.

“Per quanto riguarda le psicopatologie – illustra Anna Cantagallo – le ricerche si sono basate prevalentemente sul disturbo di panico (PD) e sul disturbo post traumatico da stress (PTSD), che risultano essere spesso accompagnati da condizioni di dolore cronico.

Kuch e i suoi colleghi riscontrarono nei pazienti con PD un’incidenza particolarmente elevata di dolori localizzati soprattutto a livello lombare, alle spalle e alla testa. In condizioni mediche caratterizzate da un dolore fisico acuto sembra che sia la paura del dolore stesso ad aumentare la percezione dell’effettiva sofferenza provata.

Questo è stato comprovato anche dal fatto che ridurre l’ansia coi farmaci riduca anche il dolore fisico causato da patologie organiche.”

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

Se l’ansia amplifica il dolore, il dolore che effetto ha sull’ansia?

“Mostoufi e i suoi colleghi, in uno studio del 2014, rilevano la differenza d’intensità nella percezione del dolore tra soggetti con PTSD, soggetti con altri disturbi d’ansia, e un gruppo di controllo.

Essi vengono sottoposti al cold pressor task in cui gli viene chiesto di immergere la mano in un contenitore con acqua gelida.

I risultati mostrano una ridotta sensibilità allo stimolo nocicettivo nei partecipanti affetti da PTSD rispetto agli altri due gruppi.

In questo caso l’ansia in questo particolare disturbo d’ansia sembra quasi “anestetizzare” la persona dalla sensazione dolorosa, mentre in altri la sensibilità si ingrandisce.

Tuttavia non sempre si possono trarre conclusioni di tipo causale quando si presenta una correlazione, e potrebbero intervenire, oltre al dolore e all’ansia, anche ulteriori variabili.

Il dolore è un’esperienza complessa che non si può limitare all’aspetto fisico delle stimolazioni nocicettive, essendo causato anche da un versante psicologico, emotivo e motivazionale.”

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

Quali sono i fattori cognitivi e psicologici coinvolti nel processo?

“L’aspettativa – spiega Anna Cantagallo – è un fattore cognitivo che svolge un ruolo rilevante nella percezione nocicettiva.

Avere la certezza che sta per accadere qualcosa di potenzialmente pericoloso o avversivo porta a provare certamente paura, che come conseguenza comportamentale può avere o una risposta di attacco o una di fuga dell’organismo, o  qualsiasi azione, anche mentale, che possa “proteggere” dalla minaccia imminente.

Essere incerti riguardo allo svolgersi di un determinato evento, provoca ansia invece che paura, andando ad attivare l’individuo sia da un punto di vista di arousal fisiologico che mentale.

Un’altra funzione cognitiva implicata nella mediazione delle sensazioni dolorose è l’attenzione. Eccleston e Crombez, nel 1999, trassero evidenze rispetto alla capacità in situazioni ansiogene di distogliere l’attenzione dalla fonte del dolore, distraendo l’individuo.

In uno studio del 2002, James e Hardadottir dimostrarono un’interazione tra focus attentivo  e tratti ansiosi, e come questa attenzione  influenzi la tolleranza soggettiva al dolore.

Sembra che sia proprio l’orientamento e l’intensità dell’attenzione a condizionare la percezione nocicettiva: ma questo vale solo fino ad un certo livello di dolore, oltre il quale il fenomeno del distogliere l’attenzione diventa disfunzionale.”

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

E le basi neurali?

“Uno studio di Ploghaus e colleghi del 2001 utilizza la risonanza magnetica funzionale per indagare le risposte di attivazione a stimoli nocicettivi di natura termica.

La percezione del dolore varia per intensità fisica e per intensità dell’ansia provata.

Essi hanno osservato differenze tra le risposte della corteccia entorinale dell’ippocampo a stimoli caratterizzati dallo stesso grado di intensità fisica, ma diversi per quanto riguarda la capacità dell’ansia di aumentare o meno la percezione di intensità del dolore.

Questi risultati portano a sorreggere l’ipotesi secondo la quale in situazioni di forte ansia l’ippocampo aumenta l’intensità di percezione degli stimoli avversivi, inducendo quindi a mettere in atto comportamenti adattivi in caso di bisogno.

È solamente mettendo in allarme l’individuo e aumentando talvolta la sua sofferenza che egli può apprendere a evitare situazioni potenzialmente nocive.

Gli stati d’ansia, dunque, sembrano avere una vera e propria valenza evolutiva e di tutela dell’organismo da potenziali danni, ed è proprio per questo che a volte è necessario che l’individuo diventi più sensibile al dolore quando diviene forte e cronico, piuttosto che sopravvivere sopportando all’infinito il dolore stesso.” Termina Anna Cantagallo.

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

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Ansia - può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

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Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

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Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

 

Information technology  – “Technology can become the wings that will allow the educational world to fly farther and faster than ever before – if we will allow it.”

“La tecnologia può divenire le ali che permetteranno al mondo educativo di volare più lontano e più velocemente di mai prima – se glielo permetteremo.”

Jenny Arledge

La tecnologia rappresenta una gigantesca parte delle nostre vite e, in ambito lavorativo, un settore appealing e dai risvolti creativi.

I Millennials, nati prima e durante l’avvento di respiro globale della tecnologia e i Centennials, nati con lo smartphone tra le mani, saranno le leve delle posizioni lavorative del domani.

Essi ricopriranno ruoli e incarichi esclusivamente del mondo IT.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

A tal proposito, vi siete mai domandati qual è la posizione più pagata nel mondo della tecnologia? Digitalic ha stilato una classifica che risponde al probema.

Al primo posto troviamo l’applications development manager, quel manager che si occupa del business di un’azienda attraverso la supervisione, pianificazione e coordinamento di tutte le attività legate al sostentamento delle applicazioni software di un’azienda.

Retribuzione media calcolata in dollari? All’incirca 112.000$ l’anno. Il suo è un ruolo tutt’altro che facile: poniamo di infilarci nei panni dell’applications development manager di Amazon, Ebay o Justeat.

Dobbiamo occuparci di qualsiasi macro- e micro-aspetto dell’applicazione, assicurarci che nessun bug ne rovini l’efficienza e assicurarne la resa migliore in qualsiasi momento.

È un lavoro di struttura, che implica la conoscenza assoluta di qualsiasi aspetto di novità e di base dell’azienda, della sua mission e del suo modo di rappresentarsi al mondo del finger-internet.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

La sua è una figura tutt’altro che rarefatta nel mondo lavorativo dell’oggi. Considerate che da Aprile 2016 a fine Marzo 2017 sono nate 900.000 nuove app sul solo mercato Android, giunte ora alla quota complessiva di più di 2.800.000.

E nell’Apple App Store? Da Giugno 2016 a Gennaio 2017 si è registrato un incremento di 500.000 nuove app, per un totale di più di 2.200.000 applicazioni utilizzabili.

Cifre che rendono la figura dell’applications development manager assolutamente necessaria. Non solo per l’incremento del numero di app, ma anche per una questione di settorializzazione insito agli app-markets online.

“Chi si inventa una app, sa che deve farlo in un mondo che da un lato è competitivo, in cui più programmatori si sfidano al fine di creare il prodotto indispensabile e che dall’altro offra una percentuale di guadagno tale da far valere l’investimento iniziale.

Il suo è un lavoro di fino, specifico e essenzialmente di comunicazione. Un lavoro sui generis, sui app-is.” spiega Anna Cantagallo.

Qual è la situazione nel mondo della app? Digitalic viene ancora in nostro soccorso, mostrandoci quali sono le 50 app per il business più scaricate nel periodo 2016/17 iOS e Android. Ne risulta una chiara divisione del mercato in zone di interesse:

  • In tema di lavoro, Corner Job, Info Job, Indeed e Job Rapido sono le più scaricate: la gente sembra avere fiducia in queste app che funzionano come una sorta di CPI (centro per l’impiego) online e decidono di usare la rete come finestra per sporgersi alla realtà lavorativa. Le app sopracitate sono ai primi 10 posti sia in Android che in iOS.

 

  • Successivamente, le app preferite sono quelle con un risvolto pratico molto pronunciato: le app per scannerizzare documenti. Scanner Form domina in iOS, mentre Simple Scan è regina di Android. Indispensabili, rendono il cellulare un computer portatile nel vero senso della parola, con tanto di “scanner interno”.

 

  • Nel mondo Android vanno molto anche le suite office, WPS Office (7° posto) e Polar Office (8°) guidano il mercato. Scelta condivisibile: chi non desidera produrre file multimediali senza dover necessariamente aprire il laptop?

 

  • Inoltre, abbastanza a sorpresa, si collocano molto bene le app che permettono di registrare una telefonata. Call Recorder e TapeAcall Lite su tutte. Sarebbe interessante disquisire sul perchè di una certa scelta di download, ma in una prospettiva di cyber-security essa rappresenta unicamente il riflesso agito di una salvaguarda di fondo dei propri interessi in un mondo in cui le nostre informazioni sono praticamente sulla bacheca di tutti. Una smart choice.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

Tornando alla graduatoria dei lavori più pagati nel mondo della tecnologia (nessuno scende sotto i 90.000$ annuali di media) troviamo:

  • 2° posto: il software engineering manager: a capo di un team di ingegneri per permettere la perfetta resa di un software;

 

  • 3°, 4°, 5°, 6°: l’informationtechnology architect, software architect, solution architect e data architect. tutti architetti diversi gli uni dagli altri. L’IT architect si occupa di progettare dei modi con cui migliorare e aggiornare i sistemi computeristici di una data azienda. Il sofware architect si occupa ovviamente del software e della sua spendibilità: egli miscela grandi doti di programmazione unite a senso per la vendita ed empatia aziendale. È un comunicatore di visione. Il solution architect si occupa del rapporto con colleghi e clienti secondo un’ottica di progettazione dei consigli: il suo compito è implementare le soluzioni che il mondo circostante gli comunica creando progetti spendibili. Infine, il data architect si occupa dei dati di un’azienda: egli li unisce, li integra, ne vede i trend, sa dove l’azienda sta sbagliando e dove è brillante, consigliando sul futuro delle scelte economiche della stessa prevedendo la tendenza del mercato grazie ai dati sul passato e sul presente.

 

  • : informationtechnology program manager: gestisce l’intero IT di un’azienda.

 

  • 8: userexperience (UX) manager: gestisce l’esperienza soggettiva del cliente nell’interagire con un prodotto dell’azienda o con le sensazioni globali che essa ha generato a livello di fiducia e serietà. “Un lavoro di domotica, empatia, meta-comunicazione e capacità di leggere il cliente.” continua Anna Cantagallo.

 

  • : systemarchitect: figura che si occupa di creare sistemi di networking e computer. Abile programmatore, è responsabile del dare, controllare e rendere efficienti i sistemi di rete di un’azienda. Deve anche fornire supporto tecnico e aiuto a livello progettuale.

 

  • 10°: scrum master: tra le figure più ricercate, lo scrum master è un esperto di framework interattivi agili e veloci per la gestione del ciclo di sviluppo di un software.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

“Come potere notare, il mondo dell’IT offre un’immensità nell’etere di possibilità da cogliere. Servono ovviamente skills molto elevate di programmazione e di progettazione, non indifferenti capacità creative e una visione d’insieme completa e insieme innovativa.” conclude Anna Cantagallo.

Il mondo dell’IT vi aspetta: mettetevi in gioco!

Infine, se volete conoscere le APP utili alla stimolazione cognitiva ed emozionale contatta BrainCare!

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My Voice: la firma vocale che ferma la voce – Anna Cantagallo

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My Voice: la firma vocale che ferma la voce

My Voice – “Sei bellissima”. “Ti amo.” “Nessuno cucina come te, mamma.”

Il motto di My Voice recita: una soluzione per parlare con la propria voce quando la SLA ti porta via tutto il resto.

In questo video, il primo paziente affetto da sclerosi laterale amiotrofica ad averla utilizzata, Alberto Spada, viene mostrato mentre registra la sua voce, incidendo su un cloud personale le frasi sopracitate.

My Voice, frutto del centro clinico NeMO, è nata con l’intento di far salvare ai pazienti affetti da SLA la propria voce, con la possibilità di poter riascolatare le loro frasi una volta che la malattia prenderà il sopravvento.

My Voice: la firma vocale che ferma la voce - Anna Cantagallo

My Voice: la firma vocale che ferma la voce – Anna Cantagallo

La SLA, sclerosi laterale amiotrofica – o di Lou Gehrig, di Charcot o dei motoneuroni –, è una malattia neurdegenerativa  progressiva dei motoneuroni, che colpisce sia i neuroni motori centrali o superiori (“1° motoneurone”) localizzati al livello della corteccia, sia i neuroni motori periferici (“2° motoneurone”, a livello del tronco encefalico e del midollo spinale).

Il motoneurone corticale invia il messaggio al motoneurone periferico, il quale comunica con l’effettore periferico del segnale, ovvero il muscolo stesso.

Le manifestazioni della SLA sono rigidità muscolare, ipotonia, ipertonia, contrazioni muscolari e graduale debolezza del muscolo a causa dell’ipotrofia protratta.

Questi sintomi possono sfociare in più grandi e diffusi disturbi a livello della produzione di linguaggio, della capacità respiratoria e della deglutizione.

La neurodegenerazione è ancora oggi ad eziogenesi non totalmente conosciuta, anche se il 5-10% dei casi sono spiegabili attraverso il passaggio generazionale della componente genetica genitoriale.

In metà di questi casi, la causa è da riscontrarsi nell’espressione di uno di due specifici geni: il NEK1, confermato nel ruolo patogenetico di alcune forme forme familiari e in alcune forme sporadiche, e il gene SARM1, nel cromosoma 17, responsabile solo di alcune forme sporadiche.

Ovviamente, il quadro causale della neurodegenerazione motoneuronale è ancora lontano dall’essere completato, ma la ricerca sta gettando basi nel progresso che lentamente porterà alla sua totale comprensione.

My Voice: la firma vocale che ferma la voce – Anna Cantagallo

Nella strada che ricercatori e clinici hanno intrapreso per aiutare chi e è affetto da SLA, My Voice rappresenta un tentativo di salvaguardare una parte dei pazienti che, per il decorso della malattia stessa, risulta enormemente fragile: la voce.

My Voice permette agli utenti di salvare una parte di sè, di portarla oltre la malattia, aldilà del futuro di afonia a cui sono costretti.

Ovviamente, l’app non è utilizzabile solamente da chi è malato di SLA, ma anche da qualsiasi altro tente che voglia salvare in un cloud personale alcuni messaggi che ritiene importanti, per poi riprodurli nel momento più opportuno.

Immaginate un padre affetto da SLA che, impossibilitato dalla malattia, vorrebbe augurare la buonanotte a suo figlio prima che Morfeo lo prenda tra le sua braccia.

My Voice lo aiuterà a fargli sentire proprio questo:

“Buonanotte, piccolo. Fai bei sogni.”

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My Voice: la firma vocale che ferma la voce - Anna Cantagallo

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Disturbi cardiovascolari – le condizioni di stress aumentano la probabilità. Come prevenirli!

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Disturbi cardiovascolari – le condizioni di stress aumentano la probabilità. Come prevenirli!

Disturbi cardiovascolari – Anna Cantagallo spiega le soluzioni allo stress nella prevenzione delle malattie cardio-vascolari.

Sono i meccanismi sottostanti a essere poco chiari.

Uno studio molto recente, risalente al Gennaio del 2017 e pubblicato su “The Lancet”, rivela come un’iperattivazione dell’amigdala correli positivamente con un ingrossato rischio di incorrere in malattie cardiache e ictus.

L’amigdala, una delle componenti cerebrali del sistema limbico, è imputabile dei meccanismi neurali alla base delle emozioni e in particolare della paura.

Questo sistema si occupa di valutare gli input sensoriali attribuendogli una valenza emotiva e producendo poi come output risposte comportamentali, autonome ed endocrine.

L’amigdala inoltre è anche la sede dei recettori di vari neurotrasmettitori e ormoni stress correlati, come il cortisolo.

Disturbi cardiovascolari – le condizioni di stress aumentano la probabilità. Come prevenirli!

Qual è la relazione tra stress e disturbi cardiovascolari?

“E’ ampliamente dimostrato – racconta Anna Cantagallo – che lo stress psicologico sia causa di diverse patologie, tra cui anche quelle cardiache.

In alcuni casi questi disturbi sono mediati da comportamenti disfunzionali messi in atto per affrontare lo stress, come il fumo e l’alcol, in altri la connessione tra patologia ed elevati livelli di stress è diretta.

Ciò su cui ancora non si sa molto sono i processi fisiologici che agiscono al livello cerebrale quando si provano emozioni forti e negative come lo stress e come queste condizionino il sistema cardiovascolare.

A New York di recente sono stati condotti due studi per tentare di riempire questa lacuna di conoscenza e approfondire la conoscenza causale circa i motivi sottostanti questo legame.

Nel primo i 293 partecipanti allo studio sono stati sottoposti a scansioni PET e CT per ottenere una rilevazione sia dell’attività cerebrale a riposo che dell’infiammazione a livello delle arterie.

Il secondo studio invece prevedeva la distribuzione di questionari che misuravano il livello di stress percepito a soggetti con Disturbo da Stress Post-traumatico. ”

Disturbi cardiovascolari – le condizioni di stress aumentano la probabilità. Come prevenirli!

Che cosa è emerso dai due studi? I risultati di uno studio possono essere ricondotti a quelli dell’altro?

“Occorre precisare che nel primo studio i partecipanti non avevano patologie cardiache o cancro e che per i cinque anni successivi alla scansione è seguito un periodo di follow-up caratterizzato da un minimo di tre ulteriori visite.

Nei 22 soggetti che in questo periodo hanno sviluppato condizioni cliniche a livello cardiovascolare, come infarti o ictus, è stata notata la presenza di un’iperattivazione dell’amigdala.

È stata riscontrata anche un’associazione tra attivazione di quest’area e aumento di attività metabolica in aree come il midollo, che si occupa di generare nuove cellule ematiche. Il secondo studio conferma, in modo diverso, quanto emerso dal primo.

La Perceived Stress Scale (PSS-10) ha infatti evidenziato ulteriormente la correlazione sostanziosa tra infiammazione arteriosa e attivazione a livello dell’amigdala, oltre che fornire le prove anche di un maggiore stress percepito in questi soggetti.”

Disturbi cardiovascolari – le condizioni di stress aumentano la probabilità. Come prevenirli!

Come si possono interpretare questi studi, o inserire in un’ottica di trattamento?

“Sono necessarie ulteriori ricerche di approfondimento, ma certamente si parte da una buona base di conoscenza – prosegue Anna Cantagallo.

Queste informazioni sono preziose perché permettono di volgere uno sguardo al futuro e di elaborare interventi più specifici e mirati non solo a gestire le patologie cardiache, ma anche a prevenirle.

È opportuno non sottovalutare mai il fattore stress in questi pazienti, ma considerarlo come un fattore di rischio di pari importanza rispetto ad altre cause organiche.

Blumenthal e i suoi colleghi in uno studio del 2016 hanno dimostrato come affiancare la riabilitazione cardiaca a interventi di supporto psicologico o di psicoterapia  che hanno come scopo quello di alleggerire lo stress porti a risultati promettenti.”

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Disturbi cardiovascolari - le condizioni di stress aumentano la probabilità. Come prevenirli!

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Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

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Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Autoipnosi – La Sindrome del Dolore Addominale Funzionale (FAPS) è un disturbo gastrointestinale, caratterizzato da dolore cronico o frequente di cui non può essere accertata una causa specifica.

Il dolore può essere molto indebolente nella vita quotidiana, andando a interferire con il funzionamento della persona durante varie attività, e i bambini ne soffrono in particolar modo.

Anna Cantagallo spiega come in aggiunta alle tecniche di gestione più tradizionali, di recente è stato indagato il trattamento tramite auto-ipnosi del dolore addominale proprio nei bambini.

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Quali sono le cause della FAPS?

“La sindrome addominale Funzionale di dolore non è associata a malfunzionamenti a livello del colon.

Il dolore provocato da questa condizione non può essere spiegato da alterazioni né radiologiche né degli esami di laboratorio.

Alla base del FAPS c’è un’alterazione negli impulsi nervosi tra intestino e cervello, non un problema di mutata motilità intestinale.

Il dolore, che può essere sia frequente che continuo, è raramente collegato a funzioni intestinali come l’alimentazione o la defecazione.

Anche se spesso i sintomi compaiono senza pausa apparente, possono anche essere effetto di infezioni o eventi traumatici; durante i periodi di stress, i sintomi possono peggiorare.

Il cervello degli individui con FAPS ha un’ipersensibilità nei confronti dei dolori addominali, a causa di un’alterazione nell’asse che collega il cervello all’intestino e nella capacità del sistema nervoso di regolamentare i segnali dolorosi che attraversano il tratto gastrointestinale.

Di conseguenza, anche stimoli di lieve entità vengono ingranditi e percepiti in maniera molto dolorosa.”

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Quali sono le tecniche più tradizionali di gestione della sindrome?

“Innanzitutto – racconta Anna Cantagallo – è opportuno specificare che solitamente non è possibile eliminare del tutto i sintomi; bisogna dunque mirare a controllare il dolore in modo da migliorare globalmente la qualità della vita quotidiana.

Nel trattamento della sindrome del di dolore addominale funzionale il cervello ha un ruolo cruciale nella percezione del dolore.

Fattori come ansia e depressione dirigono in maggior misura il focus attentivo della persona verso i sintomi dolorosi, mentre il rilassamento può aiutare a diminuirne la severità.

Tra le tecniche di trattamento non farmacologiche della FAPS abbiamo la meditazione o altre tecniche di rilassamento, l’ipnosi per focalizzare l’attenzione altrove, e la terapia cognitivo-comportamentale per lavorare su pensieri, percezioni e comportamenti relativi ai sintomi dolorifici.

A livello farmacologico invece vengono somministrati solitamente antidepressivi triciclici per bloccare la propagazione dei segnali nocicettivi dall’addome al cervello.

Anche gli inibitori selettivi di ricaptazione della serotonina-noradrenalina possono aiutare ad alleviare i sintomi in alcuni casi.”

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Autoipnosi per curare la FAPS: cosa è risultato dallo studio?

Anna Cantagallo risponde: “Uno studio pubblicato a marzo 2017 e condotto da Juliette M. T. M. Rutten e colleghi ha dimostrato l’efficacia dell’autoipnosi nel trattamento del dolore addominale nei bambini.

In particolare si valuta l’effetto che ha su bambini con sindrome del colon irritabile o con sindrome del dolore addominale funzionale.

Lo scopo dello studio è di confrontare l’efficacia di un auto-ipnositerapia domiciliare con l’ausilio di un CD e l’ipnositerapia individuale eseguita da terapisti qualificati.

Sono stati condotti trial clinici randomizzati su 250 bambini in 9 centri dei Paesi Bassi con un follow-up un anno dopo la fine del trattamento.

I bambini sono stati assegnati casualmente al gruppo di ipnosi guidata + autoipnosi domiciliare, o a quello di ipnosi solo guidata da terapisti con un rapporto di 1:1.

È risultato che la validità dei trattamenti auto eseguiti in casa non era inferiore rispetto all’ipnositerapia svolta da terapisti addestrati.

Inoltre l’utilizzo di un CD cattura particolarmente l’interesse dei bambini, dimostrandosi una valida e attraente soluzione per loro.

Per i ragazzi un po’ più grandi, che tendono a essere poco propensi a utilizzare dei CD, i ricercatori hanno proposto APP create ad hoc per tablet e smartphone.

Purtroppo però ci sono anche dei limiti; questi servizi pur diventando più comodi e economici con la parte domiciliare, richiedono comunque molto tempo, e gli specialisti d’ipnositerapia pediatrica sono ancora poco numerosi.”

Venite in BrainCare a chiedere informazioni in merito!

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Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

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Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Bambini ed emozioni – Anna Cantagallo spiega le strutture neurologiche alla base del comportamento dei bambini, quali potrebbero essere le origini di disturbi emozionali e come comportarsi nei casi più complessi.

I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio.

La crescita dei bambini non prevede soltanto la maturazione volumetrica del sistema nervoso e della psiche, ma anche quella qualitativa: i piccoli sono totalmente diversi dagli adulti e ragionano in modo loro.

Le differenze non riguardano soltanto le funzioni cognitive, ma soprattutto quelle emotive, condizionate da un cervello immaturo e perciò più intense e coinvolgenti rispetto a quelle di un adulto.

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Che ruolo gioca il sistema nervoso nel comportamento emotivo del bambino?

La dottoressa Anna Cantagallo spiega che è innanzitutto la corteccia prefrontale a coprire un ruolo fondamentale nella differenza tra bambini e adulti.

Questa corteccia infatti verifica in particolar modo le risposte emotive, inibendo le spinte eccessive e permettendo di padroneggiare le emozioni intese come risposte automatiche che seguono a specifiche reazioni somatiche.

L’adulto canalizza (o dovrebbe) questi impulsi e tiene a freno la propria impetuosità.

Grazie allo sviluppo della corteccia prefrontale prende tempo, analizza la situazione, riflette, si rende conto se l’azione suscitata è esorbitante o no.

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

La capacità di avere potere sulla situazione viene meno nei casi in cui la corteccia prefrontale è poco attiva.

È una parte della corteccia prefrontale, ovvero quella orbitofrontale, a essere il centro delle reazioni emotive in quanto interconnessa con diverse aree del sistema limbico (sede primaria della nostra vita emotiva) e alla corteccia somato-sensoriale, da cui dipendono le percezioni del nostro corpo.

La corteccia orbitofrontale gioca quindi un ruolo primario nella vita affettiva, nel mettersi nei panni dell’altro, nella coordinazione delle emozioni, ma anche nelle relazioni con gli altri.

Se la corteccia orbitofrontale è lesa o insufficientemente sviluppata il controllo delle emozioni risulta insufficiente o del tutto carente.

Come affrontare concretamente questo ritardo nella maturazione emotiva del bambino?

“A partire dai 3-4 anni il bambino modifica step by step le proprie emozioni in quanto assimila dall’esperienza e l’esperienza agisce a ritroso sui circuiti dell’emozione, promuovendo la loro maturazione” continua Anna Cantagallo.

“Nei casi in cui manifesti pianti e capricci, invece che sgridarlo, è meglio ricorrere a un approccio indiretto, per esempio raccontando una fiaba, o, ancor meglio, simulando una scena simile con delle marionette in cui è lui a esercitare i ruoli.

Se invece la corteccia orbitofrontale subisce alterazioni nel corso dei primi anni di vita, attraverso le continue riprese anche violente e i ripetuti no, non si verifica un regolare sviluppo emotivo e relazionale.

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Quando l’adulto reagisce a una condizione di crisi del bambino alzando la voce, intimorendolo, atteggiando il volto a espressioni di pericolo, contribuisce a stressarlo e a far si che i suoi circuiti registrino un’esperienza negativa, che poi replicheranno nel futuro.

Anche assistere a scene di durezza fa sì che i bambini incassino memorie emotive negative che, in assenza della capacità di elaborazione cognitiva, contribuiscono ad accrescere le loro paure inconsce.

In conclusione, la conoscenza delle caratteristiche dello sviluppo nervoso del bambino, e quindi dei suoi comportamenti e risposte emotive, consente agli adulti di afferrare meglio le reazioni infantili e di mettere in atto delle risposte adatte a un migliore sviluppo

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Bambini ed emozioni - I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

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Sinergia Aziendale – Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

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Sinergia Aziendale – Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

Sinergia Aziendale – Anna Cantagallo analizza come scegliere un team eccellente e perché

“Dimmi con chi lavori e ti dirò chi sei.”

Un’azienda di valore che desidera essere alternativa, imponendosi sul mercato con un’idea chiara di chi è e di come intende mostrarlo ai suoi clienti deve essere guidata da un leader carismatico.

Questo è indubitabile. Ma il leader è paragonabile ad un iceberg: esso ne rappresenta solo la punta.

Esso gestisce con responsabilità la direzione della sua vision, ma non potrebbe nemmeno cominciare il suo cammino senza un solido team alla spalle.

Sinergia Aziendale – Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

Il leader deve coordinare le passioni, i diversi interessi e le diverse competenze delle persone con cui lavora, per arrivare a quella condivisione di energie necessarie alla sinergia aziendale.

La scelta di un ottimo team è dunque tutt’altro che facile. In questa fase divengono fondamentali i manager human resource, quegli individui preposti a selezionare con cura i futuri colleghi dei lavoratori già presenti.

Le grosse aziende hanno abitualmente una o più figure che si occupano solo di questo, mentre nelle realtà più piccole è il leader stesso che opera con minuzia la scelta della composizione interna del personale.

Sinergia Aziendale – Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

Anna Cantagallo illustra: “Braincare® ha ideato un protocollo per un’accurata selezione del personale basato su 12 metriche.

12 “vie” per una più facile comprensione della persona che abbiamo di fronte.

Queste 12 metriche sono divise in 4 macroaree, che corrispondono ai diversi lobi cerebrali e ne rispecchiano le funzioni.

Esse analizzano 12 diverse competenze individuali e Braincare®, per ognuna di queste abilità, propone specifiche misurazioni.

Ciò permette di operare una quotazione razionale e ponderata, secondo i desideri del manager human resource.”

Sinergia Aziendale – Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

Prima macroarea: Lobo Frontale, Pianificazione e Socializzazione

Il lobo frontale costituisce la parte anteriore del cervello ed è principalmente costituito dalla corteccia frontale e pre-frontale.

Il lobo frontale è adibito alle funzioni cognitive più evolute, quali la facoltà di prendere decisioni in modo autonomo, pensiero astratto, pensiero critico e pensiero creativo.

Flessibilità cognitiva, attenzione, apprendimento, creazione ed impiego di nuove strategie, progettazione nel medio e lungo termine, inibizione ed autocontrollo, capacità di giudizio, controllo dei movimenti, regolazione della vita sociale, emotività e personalità.

Tutte caratteristiche oltremodo fondamentali per tutti i componenti del vostro team. I test proposti da Braincare® esaminano:

Resilienza e Flessibilità Cognitiva: Test di Resilienza Personale Braincare®.

Empatia e cognizione sociale: Test di Empatia e Cognizione Sociale Braincare®.

Working Memory­­­: prova visiva IVM; prova visuo-spaziale VPT; prova verbale Brown-Peterson.

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Seconda macroarea: Lobo Temporale, Memoria e Linguaggio

Il lobo temporale è coinvolto nell’elaborazione uditiva e ospita la corteccia uditiva primaria.

Inoltre, le funzioni del lobo temporale sinistro si estendono alla comprensione, elaborazione e produzione del linguaggio.

All’interno del lobo temporale mediale (nelle profondità del cervello, nelle sue strutture più primitive) si trova l’ippocampo, una struttura speculare nei due emisferi fondamentale per l’immagazinemento di nuovi ricordi e quindi necessario per le nostre abilità di memoria.

Una buona memoria è solitamente indice di ippocampo ricco di “saggezze”, tradotte in neuroni e sinapsi. Braincare® propone delle prove per:

  • Comprensione metaforica: Espressioni Idiomatiche e Metafore.
  • Comunicazione pragmatica: Dado Test.
  • Memoria autobiografica e storica:Test della Memoria Storica Braincare®.

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Terza Macroarea: Lobi Parietale e Occipitale, Attenzione e Visione

Situati nella parte posteriore del cervello, adibiscono a funzioni diverse.

Il lobo parietale è adibito all’elaborazione delle sensazioni somatiche ed è legato a compiti sia motori che sensoriali, come la trasformazione degli input fisici in coordinate retinocentriche, così da permettere la perfetta coordinazione del movimento e lo spostamento dell’attenzione.

Il lobo occipitale aiuta questo processo tramite la modificazione delle informazioni visive, elaborate nella corteccia visiva primaria.

I test e le prove proposti da Braincare® esaminano:

  • Attenzione focale: Vienna System RT.
  • Ottica perimetrica e divisa: Vienna System PP.
  • Previsione di velocità e di direzione di spostamento: Vienna System ZBA.

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Quarta Macroarea. Sistema Nervoso Autonomo, Sensazioni ed esperienze emozionali

Parte del Sistema Nervoso Periferico è conosciuto anche come Sistema Nervoso Vegetativo o Viscerale.

Esso innerva con le sue cellule gli organi interni e le ghiandole, controllando le funzioni vegetative dell’organismo, quelle funzioni che sfuggono al nostro controllo ed agiscono in maniera autonoma.

Per questo motivo, il SNA è anche definito Sistema Nervoso Involontario. I test proposti da Braincare® indagano:

  • Markers somatici: BioFeedBack vari.
  • Quiete e azione:
  • Emozioni: Valenza e Arousal SAM.

Sinergia Aziendale – Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

Le 12 metriche sono dei sentieri di analisi, utili sia in ambito human resource sia in ambito clinico.

L’analisi di queste quattro macroaree permette al manager human resource di poter scegliere con accuratezza il personale.

Chiaramente, una verifica di tutte le 12 prove è temporalmente dispendiosa, soprattutto se non siamo sicuri di voler assumere una certa persona.

Ma se, poniamo un esempio, la persona che abbiamo di fronte sembra essere molto resiliente e la resilienza è una caratteristica che, come leader, riteniamo indispensabile, potremmo testarlo solo su quella capacità ed averne un riscontro obiettivo.

“Infine per ciascun profilo professionale possiamo creare un pool di valutazioni specifiche fra le 12 metriche.

La valutazione della persona e l’accostamento delle sue metriche con quelle del profilo richiesto, ci potrà aiutare a scoprire se quella persona combacia bene con quel tipo di professione oppure se “è fatta” per un altro lavoro.” Conclude Anna Cantagallo.

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Sinergia Aziendale - Le 12 Vie per la perfetta Sinergia Aziendale: le Metriche Human Resource

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