Author Archives: Anna Cantagallo

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Anna Cantagallo: amministratore di sostegno anche in assenza di infermità

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Amministratore di sostegno. La corte d’appello ha ritenuto inadeguata la richiesta da parte del coniuge di una coppia di nominare la moglie come amministratore di sostegno, nonostante questo possedesse ancora la totale capacità di intendere e di volere. Tuttavia, il soggetto in questione ha ritenuto opportuno fare questa richiesta poiché soffre di malformazione atero-venosa (MAV), che in futuro avrebbe potuto provocargli crisi emorragiche e stati di incoscienza, tali da determinare infermità o menomazione fisica e/o psichica. Tuttavia la Cassazione ha condiviso quanto richiesto dalla coppia, poiché il concetto di infermità non è necessariamente collegato alla totale incapacità di provvedere ai propri interessi, ma può essere dovuto anche ad una situazione parziale o temporanea, o a una situazione ancora solo prevedibile.

La Cassazione da poi ulteriori specificazioni rispetto a quanto detto, citando l’articolo 408 c.c. secondo cui nominare l’amministratore di sostegno, come prevenzione per una futura incapacità sfrutta il principio dell’autodeterminazione della persona, su cui si basa tutta la dignità umana.

Anna Cantagallo continua: “Con l’ordinanza 12998/2019 della Cassazione pertanto si stabilisce che l’amministratore di sostegno può essere nominato dal soggetto anche quando quest’ultimo è pienamente in grado di intendere e di volere, ma sa che per motivi di salute potrebbe non esserlo più. Facendo questa scelta, quindi, colui che assume questo ruolo può fin da subito avere compiti di scelta sull’accettazione o rifiuto delle eventuali cure salvavita da mettere in atto.”

Si può quindi accogliere quanto richiesto dai due coniugi, ritenendo d’obbligo un ulteriore accertamento, poiché nel momento in cui il soggetto si trova in uno stato di incoscienza, scatenata dalle possibili crisi emorragiche derivanti dalla malattia, potrebbe non essere più in grado di esprimersi rispetto al rifiuto o al consenso di una trasfusione salvavita.

Anna Cantagallo conclude dicendo: “quanto deciso dalla Cassazione certamente ha una rilevanza molto importante poiché la persona in una fase in cui è ancora in grado di intendere e volere può scegliere qualcuno di sua fiducia a cui affidare la decisione sulle sue cure future, senza eventualmente doversi appellare ad un rappresentante legale che potrebbe non soddisfare a pieno le proprie volontà”.

 

 


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Cyber-bullismo. Prevenzione delle molestie in rete

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Cyber-bullismo. Il lavoro di prevenzione e l’eventuale intervento sul cyber-bullismo dovrebbero derivare dall’azione congiunta di scuola, famiglia e della comunità. In particolare, nell’ambito scolastico, gli insegnanti dovrebbero creare un clima che scongiuri e punisca il cyber-bullismo, che educhi gli studenti a non essere indifferenti a questa forma di molestie e di ricorrere in aiuto ai compagni in difficoltà per denunciarne la presenza. Per quanto riguarda il bullismo Olweuse collaboratori nel 1999 hanno proposto un programma, il “Bulliyng Prevention Program” (BPP), progettato per affrontare i problemi di bullismo a scuola. Esso consiste in un maggior coinvolgimento di insegnanti e genitori nel sistema scolastico al fine di aumentare la consapevolezza della gravità del cyber-bullismo e consolidare il controllo e la vigilanza degli studenti con l’obbiettivo di limitare i comportamenti molesti, attraverso regole rigide contro il bullismo che prevedono punizioni coerenti alla trasgressione del regolamento puntando sulla promozione di modelli comportamentali positivi.

Il BPP viene quindi utilizzato anche nei casi di cyber-bullismo con intervento a livello scolastico attraverso il quale debellarlo, anticiparne lo sviluppo e creare migliori relazioni tra pari. Secondo il manuale del cyber-bullismo per gli insegnanti, curato dall’Università degli studi di Napoli nel 2012, gli insegnanti a scuola dovrebbero dunque:

  1. Includere lezioni sul cyber-bullismo per attivare le competenze sociali e educare alla risoluzione dei conflitti attraverso il miglioramento delle capacità di decisone, di problem-solving e le abilità comunicative degli studenti, focalizzandosi sui valori della gentilezza e rispetto per l’altro.
  2. Dare specifiche linee guida su come prevenire e fermare il cyber-bullismo.
  3. Perfezionare il clima sociale nella classe.
  4. Educaregli adolescenti come rispondere e, più importante, quando ignorare i cyber-bulli e le forme di prevaricazioni online.
  5. Istruire tutti gli studenti circa l’importanza di parlare, fornire assistenza alle vittime e segnalare gli incidenti di cyber-bullismo.
  6. Rafforzare gli adolescenti per prevenire in modo indipendente e rispondere alle preoccupazioni sul cyber-bullismo e la sicurezza in internet.
  7. Cooperare con la famiglia per educare degli adolescenti a sviluppare capacità quali l’autocontrollo e la preoccupazione per il benessere degli altri.
  8. Programmare interventi individuali e di sostegno psicologico per gli studenti coinvolti nel bullismo o nel cyber-bullismo, sia come bulli sia come vittime.
  9. Provvedere un sostegno continuo alla vittima per affrontare il malessere inflitto dal bullo e cercare di insegnarle efficaci metodi per prevenire e gestire il cyber-bullismo.
  10. Cooperare con chi commette queste forme di prevaricazione: gli insegnanti dovrebbero esplorare le ragioni per cui gli studenti si comportano in questo modo e perché molestano gli altri online.
  11. Programmare attività che promuovano la capacità di assunzione di competenze e l’empatia, aiutare chi usa la rete per aiutare il bullo a comprendere e sperimentare.”

Il dipartimento di psicologia di Napoli con la collaborazione dell’Università di Cipro, di Tessalonica e di altri enti, ha creato il progetto “TABBY”(Valutazione della minaccia di cyber-bullismo nei giovani) nato per tentare di ridurre le difficoltà incontrate nella quotidianità da insegnanti, istruttori, educatori, dirigenti scolastici, genitori e correlate all’uso improprio della rete e dei nuovi dispositivi digitali da parte dei giovani. Il suo scopo è quindi di combattere il cyber-bullismo in modo più mirato, insegnare a ragazzi e ragazze a non trovarsi nei guai nell’utilizzo della rete, cercando di fornire strumenti e informazioni utili a insegnanti e genitori per comprendere i segnali premonitori e non sottovalutare i problemi quando si presentano.

Il materiale previsto dal progetto TABBY sono i video e la TABBYcheck-list.

Nella check list si chiedono, ai ragazzi e alle ragazze, informazioni su quello che succede loro a scuola e sull’utilizzo che fanno di internet. Le risposte che forniscono sono utili a stimare in che misura i loro comportamenti nella vita reale e in internet li pongono a rischio di agire o subire le molestie online. Alla fine della check-list il ragazzo ottiene un punteggio che gli consentirà di sapere se è a rischio di essere coinvolto in queste dinamiche e di ottenere consigli per non cadere nel cyber-bullismo. TABBY è quindi uno strumento interattivo utile per capire cosa sta accadendo ai ragazzi nella loro vita online e che livello di rischio hanno di subire molestie e minacce in rete che possono limitare la loro libertà e diminuire la qualità della loro vita. I ragazzi possono elencare le risposte nel totale rispetto della normativa vigente sulla privacy il TABBY online all’indirizzo www.tabby.eu. Per quanto riguarda i video, il dvd è formato da 4 brevi filmati di animazione, utili per spiegarecosa accade quando nella rete o con i cellulari si sminuisconoi potenziali rischi. I video sono destinati ai ragazzi e vengono poi discussi con loro i contenuti e le possibili soluzioni.


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Cibo per la mente

Mappe mentali: come utilizzarle in maniera efficace

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Mappe mentali. Le mappe mentali possono essere definite come una rappresentazione grafica del pensiero che venne teorizzata dal cognitivista inglese Tony Buzan, partendo da alcune riflessioni rispetto alle tecniche utilizzate per prendere appunti. Esse infatti hanno come fine ultimo quello di aiutare la persona ad implementare la memoria visiva e a memorizzare un numero di informazioni sempre maggiore. Queste quindi possono rappresentare un valido alleato per organizzare il pensiero in maniera efficace. Le mappe mentali poi non si mostrano efficaci soltanto nel prendere appunti o nel memorizzare le informazioni, ma anche nel prendere decisioni, capire un argomento complesso o trovare delle soluzioni creative. In poche parole è un metodo che aiuta a ragionare e ad assimilare informazioni in maniera produttiva ed efficace.

Partendo quindi da quanto diceva Buzan quello che si deve fare è sfruttare molto di più la memoria visiva, valorizzando la caratteristica del nostro cervello di amare le immagini. Il nostro pensiero infatti si muove per associazione e salti mentali, ovvero in modo “radiante”. Quindi tutti i mille metodi che vengono utilizzati per prendere appunti sono meno efficaci, perché non mettono in luce a sufficienza quelli che sono i concetti chiave. È come costringere il nostro cervello ad annoiarsi, perché dalla maggior parte dei fogli di appunti non emerge la creatività di cui ha bisogno. Esso funziona in modo multidimensionale, con colori, immagini, simboli e ha bisogno sempre di materiale evocativo che lo aiuti a creare nuove associazioni logiche.

Cibo per la mentePertanto più verranno create mappe mentali in modo dinamico e personale e più facilmente si potrà ricordare o trovare soluzioni valide.

 Ma in che modo le crei? Innanzitutto partendo sempre da un punto centrale che permetterà di modellare la mappa e di estendere tutti i rami. Da qui poi basteranno ritmo, colori, unicità, chiarezza e logica!

Se sei quindi interessato a saperne di più su come costruire mappe mentali in maniera efficace, iscriviti subito alla nostra serata.

Ti aspettiamo!!


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Gli atteggiamenti che condizionano l’efficacia personale

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Efficacia personale. Per definire l’efficacia personale è necessario definire il modo in cui questa abilità viene concepita da ognuno di noi.  Secondo la docente di Psicologia di Stanford Univerity Carol Dweck, esisterebbero due tipi di mentalità a riguardo: la mentalità statica, in inglese fixed mindset, e quella dinamica, chiamata invece growth mindset. Persone con mentalità statica sono fermamente convinte che abilità come intelligenza o creatività siano innate in ognuno di noi, e che pertanto non possano essere modificabili: secondo questi individui, “intelligenti si nasce”. Persone con mentalità dinamica invece credono che solo una pratica costante possa far emergere il nostro vero potenziale. Il loro motto è quindi “intelligenti si diventa”. Queste differenze hanno importanti implicazioni nel modo di considerare la propria efficacia, e in particolare nella modalità di affrontare i fallimenti: mentre infatti una fixed mindset vede la sconfitta come prova di uno scarso talento, una growth mindset utilizza invece il fallimento come sprone per intensificare gli sforzi e trovare nuove strade.efficacia personale

Ma quali sono i fattori alla base di queste differenze? Sembra che un ruolo fondamentale sia svolto dai genitori: essi infatti, soprattutto nei primissimi anni di vita, influenzano in maniera determinante le nostre convinzioni. Generalmente, ogni bambino che viene al mondo possiede un’innata predisposizione verso una growth mindset; a fare la differenza è la visione dei genitori: quelli con un’analoga mentalità incentivano tale predisposizione, cosa che invece non fanno genitori con una mentalità statica, che spesso giudicano i figli, dicendo loro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.In sintesi, ciò che fa la differenza nel modo di concepire l’efficacia personale è il fatto di essere indirizzati a valorizzare il talento piuttosto che l’esercizio. Tuttavia, la responsabilità non è tutta dei genitori: la Dweck infatti ha dimostrato che ognuno di noi è in grado di sviluppare una mentalità dinamica. Ancora più interessante è il fatto che la nostra non è una mentalità totalmente statica o dinamica: essa è sempre il risultato di un mix tra le due componenti. Pertanto, anche la persona più “statica” possiede una piccola componente di dinamicità, e viceversa. Questa diversa predisposizione permea molti aspetti della nostra vita, tra cui le relazioni d’amore: possedere una mentalità statica infatti correla positivamente con una visione dell’amore basata sulla ricerca dell’”anima gemella”; individui che appartengono a questa categoria concepiscono quindi la relazione come un rapporto che dev’essere perfetto e senza alcun intoppo durante il cammino. Al contrario, la visione tipica di una mentalità dinamica è quella che accetta il fatto che relazioni senza ostacoli non esistono; anzi, esse acquisiscono valore proprio in funzione del tempo dedicato a lavorare sugli aspetti più deboli. Tutto può essere plasmato, basta possedere la giusta dose di determinazione e la voglia di migliorarsi giorno dopo giorno.

Se anche tu sei interessato a lavorare sui tuoi atteggiamenti o inclinazioni, presso BrainCare troverai quello che fa per te: un team di medici e psicologi ti accompagnerà infatti nella creazione di un percorso totalmente personalizzato, mirato a migliorare il tuo approccio nei confronti della vita lavorativa, familiare, e personale.

Ti aspettiamo!

 


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riabilitazione

Nuove tecnologie in neuroscienze per la diagnosi e la riabilitazione neuropsicologica

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Riabilitazione. La riabilitazione neuropsicologica si basa sull’assunto che il cervello è un organo estremamente plastico e che quindi training riabilitativi specifici permettono di compensare o sostituire l’abilità persa. Essa quindi ha come finalità quella di migliorare la vita di quotidiana di pazienti che hanno subito un danno cerebrale. La riabilitazione neuropsicologica più classica, poi, si basa sull’utilizzo principalmente di strumenti carta e matita, che seppur efficienti ed utili, talvolta possono presentare delle limitazioni.

riabilitazioneInfatti non sempre riescono a riportare fedelmente gli ostacoli reali che si possono incontrare nella vita reale e danno un feedback minore al paziente rispetto ai suoi progressivi miglioramenti. Per questo motivo l’introduzione della tecnologia e quindi di training cognitivi computerizzati aiuta a rendere la riabilitazione neuropsicologica molto più efficiente. Per quale motivo? Innanzitutto perché i dati possono essere raccolti in maniera istantanea, oltre al fatto che ogni esercizio può essere tarato sulle esigenze individuali della persona. Inoltre i pazienti hanno la possibilità di poterli utilizzare anche a casa, raddoppiando quindi l’efficienza della terapia.

Negli ultimi anni poi la tecnologia sta facendo ulteriori passi avanti in quanto si sta raggiungendo la capacità di creare ambienti virtuali, tridimensionali ed interattivi che permettono di riprodurre i luoghi normalmente frequentati dai pazienti. Questo ovviamente rappresenta un grande aiuto, perché in questo modo non vengono soltanto registrate le riposte comportamentali in relazione alla patologia, ma anche in base all’ambiente in cui la persona è inserita. Di conseguenza questa innovazione rappresenta anche un grande aiuto per il terapista che riesce a delineare un programma terapeutico sempre più efficace e adatto alle necessità della persona. Come in tutte le grandi scoperte vi sono anche dei limiti rappresentati dai costi elevati e dalla necessità di formare persone specializzate nell’utilizzo della tecnologia.

A questo proposito la dott.ssa Anna Cantagallo durante il corso parlerà di tutti quelli che sono i limiti e i vantaggi rappresentati dalla riabilitazione neuropsicologia 2.0 e 3.0 e di alcuni specifici strumenti che possono essere utilizzati in questo campo.


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Danno psichico e danno biologico: la neuropsicologia in ambito forense

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Danno. Freud definiva traumi “gli eventi in grado di provocare un’eccitazione psichica tale da superare la capacità del soggetto di sostenerla o elaborarla”. Questa ovviamente è una definizione prettamente psicanalitica che associa all’evento traumatico stati di d’ansia, paura e angoscia. Se si lega invece ad un concetto di tipo forense il danno biologico, include tutto ciò che riguarda l’essere umano ovvero la sfera relazionale, la vita affettiva, la funzionalità cognitiva e la personalità.

Se si pensa poi al danno biologico in maniera più ampia si deve considerare il danno psichico, che a sua volta è collegato a quello morale ed esistenziale. Quali sono le differenze?.

Il danno psichico si differenzia da quello fisico perché non è qualcosa di esteriormente tangibile, in quanto coinvolge la psiche e porta il soggetto ad una riduzione evidente e durevole delle sue attività di vita quotidiana. Quindi nello specifico la persona manifesta un’alterazione dell’integrità psichica, con una riduzione di alcune funzioni mentali primarie, l’affettività, i meccanismi difensivi, le pulsioni e il tono dell’umore.

Il danno morale, invece, talvolta viene confuso con quello psichico, ma esso non rappresenta una vera e propria psicopatologia, ma soltanto una sensazione di dolore e di tristezza che interferisce sull’equilibrio interno ed esterno della persona, ma non danneggia il funzionamento di vita quotidiana.

Infine il danno esistenziale si manifesta come un cambiamento a livello della personalità e del modo di vivere della persona, modificandone lo stile e la qualità di vita.

Se sei interessato a saperne di più di questo argomento, la Dott.ssa Anna Cantagallo durante il corso di formazione parlerà della valutazione del danno biologico e psichico in ambito medico-legale, includendo anche il metodo di stesura di una relazione peritale e gli aspetti deontologici ad essa legati.


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Il neglect: l’importanza delle basi neurobiologiche

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Neglect. Con il termine neglect o eminegligenza spaziale unilaterale ci si riferisce ad un disturbo causato da un deficit dell’attenzione selettiva spaziale.

Solitamente, il deficit insorge a causa di una lesione al lobulo parietale inferiore destro e si manifesta come mancata percezione e rappresentazione dello spazio di sinistra. Ad esempio, il paziente non si rade a sinistra, non mangia il cibo a sinistra del piatto.

A questo disturbo, inoltre, sono spesso associati l’anosognosia e/o un neglect motorio. Nel primo caso, si fa riferimento ad una assente consapevolezza o spesso una negazione della malattia; nel secondo caso, si definisce neglect motorio la tendenza a non utilizzare gli arti di sinistra (anche quando non è presente plegia o paresi).

Quando ancora il fenomeno era meno conosciuto, fu interessante oltre che importante dal punto di vista scientifico, notare l’evoluzione dei lavori di un pittore,

Anton Räderscheidt, che fu colpito da un ictus a seguito del quale egli ebbe una lesione al lobo parietale destro: prima dell’accaduto, i suoi autoritratti appaiono “normali” dal punto di vista percettivo, ogni parte del foglio è stata utilizzata in egual modo rispetto alle altre; nei tre anni successivi all’ictus, gli autoritratti evidenziano invece una marcata negligenza sinistra.neglect

Perché il neglect è solitamente sinistro? Ci viene spiegato dal modello di Kinsbourbe: ciascun emisfero possiede dei meccanismi per orientare l’attenzione in direzione controlaterale (definiti vettori attenzionali). La tendenza a dirigere l’attenzione verso sinistra da parte dell’emisfero destro è più debole rispetto a quella dell’emisfero sinistro (verso destra): ne consegue che una lesione destra porti automaticamente ad una manifestazione di neglect sinistro, ma una lesione sinistra potrebbe più facilmente causare ad un non grave deficit dell’orientamento oppure ad un’estinzione (negligenza delle informazioni provenienti dal lato lesionale solo in condizioni di doppia e simultanea stimolazione sensoriale).

Una novità nel campo di ricerca dedicato al neglect, è rappresentata dagli studi sulle basi neurobiologiche dell’eminegligenza: oltre ad un danno parietale inferiore destro, diverse ricerche confermano ormai che il neglect può manifestarsi a seguito di una lesione che coinvolge il fascicolo longitudinale superiore, ovvero un fascio di fibre che connette il lobo parietale al lobo frontale, dimostrando la possibilità di un problema nella connessione parieto-frontale e non soltanto, come prima si pensava, alla parte inferiore del lobo parietale.


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successo

Psicologia e lavoro: come la mente può influenzare il nostro successo

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Successo. Per avere successo nella vita e quindi anche nel lavoro quello di cui si ha bisogno non è soltanto un elevato quoziente intellettivo, ma anche molto altro. Ciò che distingue le persone di successo è prima di tutto il fatto che hanno la piena consapevolezza di poter raggiungere i loro obiettivi.

Infatti quando ci proponiamo di arrivare ad una meta e quindi sentiamo di potercela fare, non abbiamo paura e arriviamo con il giusto entusiasmo al nostro obiettivo.

Ovviamente questo non vuol dire che sia tutto molto facile, ma il senso di sicurezza che si va a generare, porta a non perdere mai di vista l’obiettivo, a scegliere il percorso più giusto e a procedere con tenacia superando ostacoli e difficoltà.successo

E’ la voglia di vincere che porta al successo e ci fa sentire bene. Infatti è una sorta di droga che aumenta nell’organismo il livello di dopamina, producendo un senso di benessere e ricompensa.

Questo impulso non deve però essere concentrato soltanto su sé stessi, ma può essere l’unione del proprio entusiasmo con la collaborazione degli altri. Le altre persone sono fondamentali per crescere e migliorare, perché ci completano e fanno vedere le cose sotto una luce diversa.

Anche perché prova a pensare ad una persona brillante da un punto di vista accademico, competente sul piano lavorativo, ma arrogante, irascibile e incapace di gestire le proprie emozioni: in che modo può avere successo?

Bisogna avere una grande intelligenza emotiva per essere in grado di trattare sé stessi e gli altri! Questo porta ad essere capaci di motivare sé stessi, di controllare gli impulsi, di modulare i propri stati d’animo e essere empatici, tutti aspetti fondamentali per arrivare al successo.

Quindi se sei interessato a saperne di più su quali sono i punti fondamentali per raggiungere una piena soddisfazione personale e lavorativa, iscriviti subito alla serata mandando una mail ad info@braincare.it o tramite il link:https://www.eventbrite.it/e/biglietti-psicologia-e-lavoro-come-la-mente-puo-influenzare-il-nostro-successo-56037887831

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memoria prospettica

Memoria prospettica. Allenare la memoria prospettica attraverso l’uso della Virtual Week

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Memoria prospettica. La memoria prospettica è quella componente della memoria a lungo termine che permette di ricordare ed eseguire una serie di attività che sono state precedentemente pianificate. Essa quindi è fondamentale per poter condurre una vita autonoma ed indipendente poiché consente di portare a termine tutte le attività che vengono fissate nella propria “agenda mentale”. Tra le diverse componenti della memoria, purtroppo, è una delle prime che viene colpita dal decadimento cognitivo quindi è fondamentale che vengono trovati degli strumenti capaci di rallentarne l’inevitabile declino.  Alcuni studiosi hanno individuato un gioco computerizzato, chiamato Virtual Week (https://www.researchgate.net/profile/Fergus_Craik/publication/229803241_Virtual_Week_and_Actual_Week_Age-related_Differences_in_Prospective_Memory/links/59dcf68f0f7e9b11b6234b42/Virtual-Week-and-Actual-Week-Age-related-Differences-in-Prospective-Memory.pdf ) che aveva come scopo quello di allenare la memoria prospettica e di vedere se tale stimolazione portasse un miglioramento trasferibile anche nella vita quotidiana.

memoria prospetticaA questo programma di allenamento sono stati sottoposti 59 anziani di un’età compresa tra i 60 e i 79 anni, che per 24 giorni dovevano compiere compiti differenti di difficoltà crescente. In pratica questo gioco virtuale richiedeva ai partecipanti di lanciare un dado e di eseguire specifiche attività di vita quotidiana in un preciso momento della giornata. Ogni giorno virtuale cominciava alle 7 di mattina e terminava alle 10.15 di sera, durante il quale devono svolgere diversi compiti di memoria prospettica. Alcuni potevano essere gli stessi per ogni giorno, altri potevano cambiare di volta in volta, altri ancora erano da svolgere nel corso di uno specifico evento (compiti event based), mentre alcuni dovevano essere portati a termine in specifici momenti della giornata virtuale (compiti time based).Quando si parla di memoria prospettica infatti è sempre importante fare una distinzione tra compiti basati sul tempo e compiti basati sull’evento, aspetto su cui si è a lungo soffermata la Dott.ssa Anna Cantagallo insieme ad altri colleghi, dimostrando che persone affette da una lesione cerebrale avevano prestazioni maggiormente deficitarie in compiti basati sul tempo (https://s3.amazonaws.com/academia.edu.documents/36503047/Mioni_et_al.__2012.pdf?AWSAccessKeyId=AKIAIWOWYYGZ2Y53UL3A&Expires=1547481281&Signature=RX8iB4%2BwbiD4BV6calcJa36Lcy4%3D&response-content-disposition=inline%3B%20filename%3DTime-Based_Prospective_Memory_in_Severe.pdf). Tutti i partecipanti, poi, prima di essere sottoposti a questo tipo di trattamento, venivano valutati per avere una baseline delle loro prestazioni iniziali.

Alla fine di questo training i risultati finali sono stati i seguenti:

  • Il numero medio di compiti di memoria prospettica svolti correttamente aumentava di giorno in giorno come anche le strategie utilizzate
  • Si osserva plasticità neuronale considerando i potenziali evento relati nella fasi di pre e post trattamento: vi è una riduzione a livello della corteccia occipito-parietale destra associata ad una corretta performance di memoria prospettica

I risultati quindi dimostrano come anche un breve allenamento della memoria prospettica possa portare ampi miglioramenti a questo livello soprattutto per quanto riguarda l’accuratezza e l’efficienza nell’esecuzione dei compiti. Questo studio, poi, conferma il fatto che il training cognitivo è fondamentale per prevenire e anche curare lesioni cerebrali di diversa natura, sfruttando la plasticità neuronale.

Se sei interessato a saperne di più rispetto alla memoria prospettica e al protocollo valutativo utilizzato per la misurazione dei deficit di memoria iscriviti al nostro corso “ CAMPROMT e RMBT: valutazione dei deficit di memoria in situazioni ecologiche”.

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Memoria di lavoro. Le onde beta stabiliscono cosa ricordare e che cosa dimenticare

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Memoria di Lavoro. La memoria di lavoro (Working Memory) è una componente della memoria a breve termine che permette di mantenere attive, per pochissimo tempo, un certo numero di informazioni e allo stesso tempo di poterle manipolare. Quindi è quella componente mnestica che ad esempio permette di memorizzare un numero di telefono o che consente di fare velocemente un calcolo a mente.  Molti sono stati gli studi rivolti a questo tipo di memoria e tra questi vi è una ricerca condotta dal Massachussets Istitute of Tecnology che ha dimostrato come le onde beta abbiamo una funzione di “cancelli” per la working memory (file:///C:/Users/braincare/Downloads/s41467-017-02791-8.pdf),in quanto stabiliscono quali informazioni devono essere immagazzinate in memoria e quali devono essere dimenticate. In poche parole quindi il ritmo cerebrale può dire molto rispetto al modo in cui le informazioni vengono conservate. Infatti se da una parte le onde beta fanno da “freno” e scelgono quali input influenzano il comportamento, quelle gamma sono associate alla codifica e al recupero.

Partendo da queste evidenze i ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale della corteccia prefrontale di alcuni animali, mentre questi erano impegnati a svolgere un compito di memoria di lavoro. In particolare veniva richiesto loro di osservare un paio di oggetti, ad esempio A seguito da B e subito dopo gliene venivano presentati altri due. A questo punto dovevano stabilire se A fosse seguito da B ma non da C o se B non fosse seguito da A. Gli animali erano poi istruiti a rilasciare una barra nel caso in cui avessero individuato la giusta sequenza. I risultati di questo studio mostrano come ci sia un’alternanza delle onde beta e delle onde gamma, nelle diverse fasi dell’esperimento. Infatti nel momento in cui l’animale teneva in memoria l’oggetto A, anticipando l’inizio della seconda sequenza, c’era un aumento delle onde gamma; se l’oggetto visto invece era A vi era una caduta delle onde beta, in quanto segnalavano che l’informazione non era più necessaria e che quindi poteva non essere mantenuta nella memoria di lavoro. I ricercatori, dunque, concludono che le onde beta hanno un ruolo fondamentale per stabilire la selezione delle informazioni che è necessario tenere a mente per l’esecuzione di uno specifico compito.memoria di lavoro

In questa ricerca,poi, si osserva come gli elementi interferenti possano avere un ruolo fondamentale nello stabilire il funzionamento della working memory e proprio rispetto a questo punto è stato eseguito uno studio dalla Dott.ssa Anna Cantagallo e colleghi (https://s3.amazonaws.com/academia.edu.documents/46088091/Attentional_distractor_interference_may_20160530-27636-df0rep.pdf?AWSAccessKeyId=AKIAIWOWYYGZ2Y53UL3A&Expires=1547478098&Signature=2y%2FMhNDQZK3vr0veSLia5oLwCVg%3D&response-content-disposition=inline%3B%20filename%3DAttentional_distractor_interference_may.pdf), che mostra come il funzionamento della memoria di lavoro sia influenzato dal tipo di stimoli attentivi utilizzati. In particolare l’interferenza si riduceva in compiti legati all’attenzione selettiva.

Se sei interessato a saperne di più rispetto a come funziona la memoria di lavoro e a conoscere quali siano i protocolli valutativi e riabilitativi più adatti per coloro che hanno subito una lesione a questo livello, iscriviti subito al nostro corso “Protocollo valutativo della Working Memory e esempi di trattamento”.

Ti aspettiamo!