Author Archives: Anna Cantagallo

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ansia sociale

Come i cibi fermentati riducono l’ansia sociale

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Ansia sociale. L’ansia sociale è una patologia che rappresenta qualcosa di più di una semplice timidezza, è un disturbo psicologico caratterizzato da un’intensa e persistente paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti.ansia sociale

Per le persone con questa condizione, la vita è caratterizzata dalla solitudine e dall’isolamento. Nei casi più gravi possiamo assistere ad un’interruzione della vita quotidiana, delle relazioni sociali e romantiche, del lavoro e dell’istruzione. La prescrizione di farmaci come benzodiazepine, beta-bloccanti e antidepressivi, è stata la linea d’azione più utilizzata per combattere il disturbo d’ansia sociale. In diversi casi però questi farmaci hanno comportato complicati effetti collaterali; una soluzione più sicura e decisamente meglio tollerata possiamo trovarla negli alimenti fermentati. Recenti ricerche condotte dalla School of Social Work dell’Università del Maryland hanno dimostrato un collegamento tra il disturbo d’ansia sociale e l’intestino. I ricercatori hanno inoltre scoperto che i giovani adulti che mangiano più alimenti fermentati, hanno meno sintomi di ansia sociale.

Nell’esperimento da loro condotto, è stato chiesto a 710 giovani studenti iscritti ai corsi introduttivi di psicologia, di compilare un questionario sul consumo di alimenti fermentati, nevrosi e ansia sociale.Nello specifico, il questionario chiedeva di scegliere i cibi maggiormente consumati tra cui yogurt, kefir, latte di soia, crauti, cioccolato fondente, succhi di frutta con microalghe, tempeh, zuppa di miso, kefir, e kimchi. Il dato emergente da questa ricerca è che gli individui che consumano cibi fermentati hanno un minor numero di sintomi di natura ansiosa. Inoltre, in presenza di alti livelli di nevroticismo, si osserva un effetto protettivo più intenso: i soggetti con instabilità emotiva elevata che mangiano molti alimenti probiotici esperiscono ancor meno ansia sociale.

Se sei interessato ad elaborare un programma alimentare adatto alle tue esigenze specifiche, inserito in una consulenza medica, nutrizionale e psicologica  che valuti tutti gli aspetti della tua persona, per migliorare il tuo stato di benessere attuale, puoi rivolgerti al team di BrainCare dove potrai trovare l’aiuto che cerchi grazie agli interventi personalizzati messi a punto dal nostro team di professionisti.


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fiducia

Come imparare a trasmettere e dare fiducia all’altro

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Fiducia. Riuscire a creare un clima di fiducia è fondamentale in qualsiasi tipo di relazione che si vuole andare ad instaurare. Infatti sia in amore, sia in amicizia, che sul lavoro è importante avere e dare fiducia alla persona che si ha di fronte. Ovviamente questa non può essere messa sullo stesso piano, in quanto gli ambiti sono molto differenti tra loro. Ad esempio in un rapporto di amore ti aspetti che l’altra persona ti dia la sicurezza che possa essere una relazione duratura, mentre nell’amicizia che ci sia sempre lealtà.Anche nel lavoro la fiducia è un aspetto da non sottovalutare, in quanto è importante che questa venga trasmessa da tutto il team in modo da poter collaborare in modo produttivo e soddisfacente.fiducia

In quest’ambito i fattori che la vanno a determinare sono principalmente 4:

  • Comprensione, ovvero la capacità di capire le necessità dell’altra persona, andandole incontro e assecondandola
  • Correttezza, quindi l’abilità del manager di far conoscere la propria leadership mantenendo sempre il rispetto e l’onestà nei confronti dell’altro
  • Coerenza, quindi avere un comportamento che sia in linea con i propri impegni e promesse
  • Competenza, riuscire a mostrare ed accrescere le proprie competenze in modo da aumentare la fiducia in chi gestisce il team

Ovviamente perché si possa instaurare fiducia non basta che si mantenga un certo tipo di comportamento, ma è necessario che venga sempre associato ad una specifica azione. Infatti alcune di queste possono essere creare un ambiente di lavoro sereno, incoraggiare e sostenere il proprio team e mettere in atto una comunicazione efficace.

Permettere ,quindi, che ognuno possa condividere le proprie idee e valori con chiarezza e trasparenza, sentire di avere il sostegno e la stima di quelli che fanno parte del proprio gruppo di  lavoro, è alla base del successo.

Se quindi anche tu sei interessato a capire in che modo poter dare e trasmettere fiducia per rendere il tuo lavoro più efficace, creando una team sempre più affiatato e produttivo, iscriviti subito alla serata mandando una mail ad info@braincare.it o tramite Eventbrite al link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-come-imparare-a-trasmettere-e-dare-fiducia-allaltro-50849927502

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lobi frontali

Lobi frontali. I lobi frontali e il loro ruolo nelle funzioni esecutive

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Lobi frontali. I lobi frontali rappresentano la parte più estesa del cervello umano oltre che essere quelli che completano il loro sviluppo per ultimi. In questo caso la corteccia si suddivide in diverse aree con differenti funzioni: quella motoria divisa in primaria e non primaria e quella prefrontale che ha connessioni con i sistemi sensoriali e motori, di tipo corticale e sottocorticale.lobi frontali

Diverse sono le funzioni che svolgono i lobi frontali e una di queste sono le funzioni esecutive. Nello specifico l’area coinvolta è quella prefrontale che, come detto in precedenza, si collega alle aree motorie, percettive e limbiche del cervello. Svolge quindi un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento.

L’area prefrontale poi si divide in due parti, corteccia dorsolatarale e orbitofrontale. La prima è una delle componenti principali dei processi esecutivi in quanto è deputata al comportamento strategico, astrazione, pianificazione, flessibilità cognitiva e memoria di lavoro. La seconda, invece, è legata al problem solving e alla modulazione delle reazioni emotive.Ma quando si parla di funzioni esecutive a cosa si fa riferimento? Il loro ruolo fondamentale riguarda:

  1. Pianificazione
  2. Problem solving
  3. Astrazione
  4. Flessibilità cognitiva
  5. Sintesi e analisi di informazioni
  6. Decision making
  7. Regolazione delle emozioni

A seconda di quale parte della corteccia prefrontale viene colpita i deficit possono essere di diversa natura. Infatti persone con lesioni alla corteccia prefrontale dorsolaterale sviluppano comportamenti perseverativi, ovvero reiterando lo stesso tipo di azione. Nel caso invece di danni a livello della corteccia prefrontale orbitofrontale vi sono difficoltà nella gestione della vita quotidiana con comportamenti socialmente disadattivi e incapacità di prendere decisioni che integrino le informazioni emotive e sociali.

A questo proposito BrainCare organizza un corso in cui si approfondirà tutto ciò che riguarda la valutazione e la riabilitazione di persone con disturbi delle funzioni esecutive. Quindi se sei interessato a saperne di più, clicca QUI o manda una mail a segreteria@braincare.it.

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DNA. I benefici delle tecniche di rilassamento arrivano fino al DNA

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DNA. Da qualche decennio stanno prendendo piede tutte quelle tecniche che possono essere genericamente definite “interventi corpo-mente” (mind-body interventions o MBIs) che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno cominciato ad avere dei supporti empirici e dei riconoscimenti da parte dei professionisti della salute mentale. In particolare queste tecniche comprendono alcune discipline con una più marcata componente fisica  come  Yoga, Tai Chi e Qigong; e altre invece più sedentarie come  meditazione, mindfullness, tecniche di regolazione della respirazione e tecniche di rilassamento. Nonostante le MBIs siano abbastanza diverse tra loro, sembra che tutte riescano a determinare dei benefici psicologici quali la riduzione dello stress percepito, la diminuzione dei livelli di ansia e l’innalzamento del tono dell’umore.

Gli studi di neuroimaging suggeriscono che queste tecniche riescano ad incrementare l’attività di alcune regioni cerebrali adibite ad importanti funzioni quali: la regolazione emozionale, la memoria, l’apprendimento e i processi auto-referenziali. Le ricerche sulle MBIs non si sono però limitate all’analisi cerebrale ma sono andate più a fondo, arrivando addirittura ad interessarsi al DNA e all’analisi dei geni.

meditazione

Una recente meta analisi condotta dalle università di Covetry e di Radboud e pubblicata sulla rivista Frontiers in Immunology (http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fimmu.2017.00670/full), ha voluto andare a fondo per capire se effettivamente queste tecniche corpo-mente causino dei cambiamenti osservabili nella forma dell’espressione genica e quali sono i cambiamenti molecolari alla base dei benefici psicologici già noti.

Per farlo sono stati messi a confronto 18 studi sull’argomento per un totale di 846 soggetti esaminati, frutto quindi della revisione di oltre un decennio di ricerche. Nel complesso ne è risultato che queste pratiche sono associate all’alterazione di una serie di pattern genici: in particolare è stata riscontrata una riduzione del fattore nucleare kappa B (NF-kB), una proteina associata allo stress. L’NF-kB  è una sostanza in grado di regolare l’espressione genica  in quanto attiva quelle parti di DNA adibite alla codifica delle chitochine. Queste ultime sono mediatori polipeptidici, non antigene-specifici, che fungono da segnali di comunicazione fra le cellule del sistema immunitario e fra queste e diversi organi e tessuti;

Queste sostanze sono associate a risposte immunitarie dovute a eventi stressanti quali il “fight to flight” (attacco o fuga) e quindi sono stati filologeneticamente importanti per l’uomo. Nei tempi recenti però lo stress sta diventando sempre di più di tipo cronico per gli stressanti standard che siamo costretti a mantenere ogni giorno nella nostra quotidianità e l’espressione dei geni pro-infiammatori divenuta persistente sembra causare più che altro problemi medici e psichiatrici.

Questa review ha riscontrato che l’81% degli studi che hanno misurato l’attività dei geni legati all’infiammazione e/o alla proteina NF-κB,  hanno denotato una significativa riduzione dei livelli infiammatori in quelle persone che esercitavano le MBIs. Ciò significa che queste discipline sembrano in grado di correggere gli effetti che l’ansia e lo stress esercitano sul corpo e sull’espressione genica e suggerisce che le pratiche MBI possano portare ad un rischio ridotto di malattie legate all’infiammazione.

Saranno però necessari ulteriori studi e verifiche per comprendere in maniera più approfondita la portata di questi effetti oltre che un confronto con quelli esercitati da altre pratiche quali l’esercizio fisico e una nutrizione sana. Si tratta comunque di una scoperta di non poco rilievo per lo studio genico di patologie correlate allo stress.

Se sei interessato a saperne di più sulla meditazione e rilassamento iscriviti QUI al nostro corso BrainCare.

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rilassamento

Meditazione e rilassamento: come raggiungere uno stato di benessere

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Rilassamento. Al giorno d’oggi riuscire a raggiungere uno stato di rilassamento interiore non è sempre facile, in quanto lo stile di vita che adottiamo ci porta sempre più lontani dall’arrivare a questo obiettivo.
Tuttavia è possibile ottenere una pace interiore, lavorando sempre più a fondo su sé stessi tramite la meditazione. Quest’ultima consiste in una vera e propria riflessione che porta la mente a liberarsi. Quindi in poche parole è una tecnica che permette di conoscere a fondo se stessi, raggiungendo uno stato di profondo benessere mentale (consapevolezza e auto-realizzazione).

rilassamentoMa nella pratica in che modo si entra in questo stato di profondo rilassamento? Innanzitutto bisogna trovare un luogo tranquillo che metta nella condizione di poter meditare e dopodiché si inizia con la vera e propria pratica. Essa infatti è caratterizzata da tre fasi così suddivise: la prima consiste in una respirazione profonda che serve per calmare il copro e la mente, la seconda esplorativa che si concentra sugli stimoli ambientali, la terza riflessiva in cui la persona si concentra sulla propria mente e pensieri.
Molti studi hanno dimostrato gli effetti positivi della meditazione sia per la mente che per il corpo. Infatti aiuta ad avere una migliore gestione delle emozioni, oltre che aumentare la forza, la vitalità, la concentrazione e la resistenza alla fatica e al dolore.
Si dimostra inoltre molto efficace per la cura dei disturbi d’ansia, in quanto insegna una corretta respirazione e a focalizzare la mente verso specifiche immagini e pensieri che portano a ridurre l’agitazione.
Quindi una pratica meditativa corretta ha un riscontro positivo per l’umore in quanto induce la produzione di degli ormoni del benessere psicologico.
Se sei quindi interessato a conoscere più a fondo l’arte della meditazione e gli effetti benefici che ne derivano dalla sua pratica, iscriviti subito alla serata tramite una mail ad info@braincare.it o tramite il link:
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parlare

Una comunicazione efficace per superare la paura di parlare in pubblico

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Parlare. Quante volte ti è capitato di parlare di fronte ad un pubblico senza riuscire a catturare la loro attenzione? Ti è mai successo di non avere più salivazione e di  non ricordare quello che volevi dire?.

parlare

La paura di parlare in pubblico a quanto pare è una delle fobie più diffuse, tanto che ci sono fonti che indicano che lo stesso Cicerone, uno dei più grandi oratori della storia, avesse questa paura. L’origine di quest’ultima risiede nel fatto che tutto ciò che è nuovo e pericoloso causa stress. Quando si parla di pericolo non si intende il fatto che la vita della persona è a rischio, quanto che potrebbe essere colpito il proprio ego, la propria reputazione o posizione lavorativa.Questa fobia poi si manifesta con diverse reazioni fisiologiche quali  ad esempio sudorazione, tachicardia o rossore alle guance.In generale questa fobia se ben bilanciata può essere anche d’aiuto, perché permette di avere la spinta giusta per affrontare al meglio la situazione. Infatti la paura bisogna trasformarla in adrenalina senza soffermarsi sui singoli sintomi!Ovviamente la paura di parlare in pubblico non coinvolge tutti, ma a volte il problema risiede nella capacità di mettere in atto una comunicazione efficace. Ad esempio può succedere che nel momento in cui la persona si trova a dover affrontare un discorso davanti ad una platea, a livello didattico riesce a portarlo a termine, ma non è in grado di “arrivare a colpire il cuore degli altri”.

Questo sicuramente rappresenta un grosso limite, anche perché la capacità di entrare in profonda connessione con gli altri è uno degli aspetti fondamentali per diventare un buon oratore.Queste sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate durante il corso Speaking to Inspire. Infatti verranno forniti gli strumenti per imparare a parlare in pubblico, a comunicare con la voce e con il corpo, a creare la giusta interazione con l’auditorio e a trasmettere il messaggio con la giusta enfasi ed emozione.  Se sei quindi interessato ad allenare le tue capacità di oratore iscriviti subito qui.


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cerebrolesione

La cerebrolesione acquisita associata a disturbi del comportamento

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Cerebrolesione. La Cerebrolesione acquista è definita come un danno cerebrale le quali cause possono essere di diversa natura, come ad esempio traumatica o vascolare. Gli esiti conseguenti al danno sono molto differenti tra loro, ma casi di cerebrolesione acquista grave sono spesso associati a disturbi del comportamento. Questo aspetto è stato confermato anche da alcuni studi che hanno dimostrato che gravi lesioni cerebrali sono associati a disturbi neuropsichiatrici, in particolar modo ad apatia, irritabilità, umore depresso, disinibizione, disturbi alimentari e agitazione (A. Cantagallo et al.,2010). I disordini comportamentali possono essere racchiusi in due diverse categorie, che presentano caratteristiche cliniche differenti. La prima viene definita come passivo-difettuale ed include tutti i comportamenti che si manifestano con una riduzione dell’attività ed iniziativa, anche in assenza di conclamati deficit motori. Alcuni dei sintomi possono essere apatia, riduzione dell’iniziativa, perdita di interesse per attività sociali che precedentemente procuravano piacere e trascuratezza personale. La manifestazione di tali comportamenti coinvolge principalmente le regioni frontali mediali e molte volte esiti di questo tipo possono essere confusi con manifestazioni cliniche depressive, soprattutto quando sono conseguenti a cerebrolesione acquisita lieve con quasi totale assenza di deficit cognitivi (Cantagallo et al., 2012).

cerebrolesionePer questo motivo è sempre necessario fare una valutazione dettagliata per comprendere la reale natura di questi sintomi. L’altra categoria invece include eccessi comportamentali, che procurano maggiori effetti negativi a livello di adattamento ai diversi ambiti di vita quotidiana.  Esiti comportamentali di questo tipo si manifestano sotto forma di aggressività, disinibizione, confabulazione, perseverazione e irritabilità. Nelle situazioni più gravi si possono sviluppare modificazioni della personalità con caratteristiche di tipo psicotico, come sregolatezza, disinibizione e disforia. Queste alterazioni sono soprattutto causate da un danno a livello della regione orbitofrontale  e del sistema limbico (Cantagallo et. al. 2010). Indipendentemente dal tipo di esito i disturbi del comportamento conseguenti a cerebrolesione acquisita  influiscono molto negativamente sia sulla vita del paziente che su quella del familiare che lo deve assistere. Inoltre molto spesso la persona non ha consapevolezza della sua reale condizione, quindi anche a livello terapeutico non è facile intervenire, poiché vi è assenza di compliance. Tuttavia se i disturbi sono di tipo lieve/moderato diverse sono le tecniche riabilitative e valutative che possono essere applicate sia sul paziente che sul caregiver. Ad esempio per il recupero della persona può essere applicata la tecnica cognitivo-comportamentale che unisce la relazione terapeutica alla somministrazione di gratificazione e rinforzi, che facilitano l’aumentano della consapevolezza e il raggiungimento di obiettivi terapeutici  (Cantagallo et. al. , 2012). Dall’altra parte è molto importante che anche i familiari vengano istruiti su come gestire al meglio i disturbi comportamentali e che in questo loro percorso si sentano sostenuti.

Se quindi sei interessato a conoscere in modo approfondito le tecniche riabilitative e valutative riguardanti questi disturbi, non perdere tempo ed iscriviti subito qui al nostro corso!

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conduttanza cutanea

Conduttanza cutanea. Alla scoperta degli indici del Biofeedback

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Conduttanza cutanea. Il Biofeedback utilizza indici psicofisiologici e uno molto utilizzato è la conduttanza cutanea, skin conductance (SC). I cambiamenti associati a questo indice rispecchiano l’attivazione del sistema nervoso simpatico, ovvero quel sistema che ci fa “attivare”, che mobilita la nostra energia nei muscoli e ci prepara all’azione. Quando infatti il sistema nervoso simpatico si attiva le ghiandole eccrine si attivano e riempiono i dotti sudoripari e le proprietà saline del sudore modificano la capacità di condurre elettricità. Questo tipo di ghiandole si concentrano soprattutto sui palmi della mano e dei piedi. Ciò significa che più sudore è uguale ad una maggiore attivazione del sistema nervoso simpatico e quindi a una maggiore conduttanza cutanea.

conduttanza cutanea

Da un punto di vista evolutivo il sudore rappresenta una reazione di stress, in quanto mani più umide servano a proteggersi dalle ferite, a migliorare la sensibilità tattile, contribuiscono alla termoregolazione, per questo quando si fa una misurazione bisogna tener conto anche della temperatura esterna, e infine servono a espellere tossine. I sensori che si applicano per misurare la conduttanza cutanea applicano una leggerissima corrente elettrica, misurando poi il tempo impiegato nel trasmettere l’impulso da un elettrodo all’altro. Questo sistema di misurazione tuttavia non distingue un’attivazione emozionale positiva o negativa ma evidenzia solo un’attivazione del sistema nervoso.  Per questo la conduttanza cutanea va a misurare quello che in gergo tecnico viene chiamato arousal ovvero l’attivazione generale che proviamo quando ad esempio ci troviamo di fronte a una minaccia oppure a una festa a sorpresa per il nostro compleanno.

Attraverso il training di biofeedback possiamo imparare a controllare la nostra attivazione tramite la misurazione di questo indice e quindi a raggiungere più facilmente uno stato di rilassamento o di dis-attivazione.

Se sei interessato a saperne di più iscriviti alla nostra serata mandando una mail ad info@braincare.it o tramite il link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-scopri-quanto-sei-di-stressato-48443114660

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conduttanza cutanea

Biofeedback: scopriamo cos’è il BioFeedBack e quali sono le sue funzioni

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Biofeedback. Per spiegare che cos’è il Biofeedback bisogna introdurre prima un altro concetto ovvero quello di psicofisiologia, la disciplina che studia gli stessi fenomeni della psicologia ovvero fenomeni sociali comportamentali, emotivi e psichici, utilizzando degli indici fisiologici oltre all’impiego di quelli comportamentali ed emotivi. Gli strumenti nella psicofisiologia sono usati non solo come tecniche di valutazione ma anche come tecniche di intervento. Nel 1968 Miller dimostrò che il sistema nervoso autonomo (ovvero quel sistema che non ricade sotto il nostro controllo cosciente) può essere influenzato, tuttavia i risultati di questa scoperta non poterono essere replicati e ciò minò la sua validità. Tuttavia gli sforzi di Miller non furono vani perché la sua scoperta creò un dibattito molto acceso sul tema che permise la nascita della teoria del biofeedback. Oggi grazie alla tecnologia il BFB vive una seconda nascita. L’ abbattimento dei costi relativi ai macchinari e la possibilità di avere indici e funzioni migliori permette di avere una maggiore precisione nelle misurazioni, cosa che si rivela essere essenziale all’interno della seduta.biofeedback I presupposti che sono alla base del BFB sono quelli che riguardano il rapporto mente corpo, ovvero ad ogni cambiamento fisiologico è associato un cambiamento psicologico, le persone quindi possono sviluppare abilità di regolazione se ricevono un feedback accurato. Biologicamente parlando, dalle zone corticali e subcorticali l’informazione si manifesta a livello fisiologico, in questo modo salute e prestazione sono influenzate e allo stesso tempo associate a specifici stati fisiologici e psicofisiologici. Proprio per questo principio una migliore auto-regolazione fisiologica può migliorare la salute e/o incrementare la prestazione umana. Le persone diventano quindi più “flessibili” nel passare da uno stato all’altro.

In sintesi quindi il biofeedback è un processo di apprendimento che permette di modificare la propria fisiologia, col fine di migliorare la salute o incrementare la performance.

Se ti dicessi che puoi imparare a respirare meglio, rilassare i tuoi muscoli e abbassare il tuo battito cardiaco quando troppo accelerato?

Ti sto parlando del BIOFEEDBACK, un processo di apprendimento per modificare i tuoi indici in modo da aumentare la tua SALUTE e incrementare la tua PERFORMANCE!

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resistenza

Resistenza. L’importanza della forza mentale negli sport di resistenza

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Resistenza. Gli sport di resistenza per essere svolti a livello ottimale richiedono sempre una forte forza mentale. Tutti i grandi atleti, infatti, oltre ad avere delle abilità fisiche innate hanno bisogno del sostegno della propria mente che gli sussurra “ce la puoi fare”. La resistenza quindi è dettata sia da fattori fisiologici, come ad esempio la ventilazione polmonare e la gittata cardiaca, ma anche dal cervello. Questo vuol dire che nel primo caso giocano un ruolo importante anche gli aspetti genetici e ambientali. Ad esempio molti atleti etiopi e keniani registrano performance di resistenza ottimali aiutati dal fatto che il loro Dna li predispone a svolgere sport di questo tipo. Ciò è sostenuto da diversi studi che dimostrano come tali etnie crescano con questa predisposizione anche per l’ambiente in cui vivono, che li porta ad avere un sistema muscolo scheletrico favorevole e alti livelli di emoglobina ed ossigeno. Come detto all’inizio però la genetica non è l’unico fattore discriminante,  in quanto ci sono molti atleti che non possono far affidamento soltanto sulla loro etnia. In questo caso è il cervello che permette di raggiungere buone prestazioni negli sport di resistenza. Infatti fin dai tempi passati si sono raccolti studi che hanno dimostrato che la mente svolge un ruolo importante sia in esercizi di affaticamento che di tolleranza alla fatica.

Il problema, però, è che questo spesso viene sottovalutato, perché nel corso degli allenamenti ci si concentra principalmente ad ottimizzare il sistema respiratorio e cardiovascolare.resistenza Per capire, però, in che modo il cervello possa entrare in relazione con la resistenza è necessario capire quale meccanismo neurologico interviene sulla fatica. Esistono due tipi di affaticamento, ovvero quello periferico e quello centrale. Il primo si sviluppa attraverso l’allenamento di resistenza tradizionale e consiste in una diminuzione transitoria della capacità del sistema muscolare di lavorare in maniera efficiente. Questo potrebbe essere causato da diversi fattori, come ad esempio la ventilazione polmonare e la gittata cardiaca. Per averne un’idea più chiara l’affaticamento periferico fa riferimento al momento in cui i corridori iniziano a respirare più affannosamente in seguito ad una corsa di lunga distanza. Il secondo, invece, è più difficile da riconoscere in quanto comporta dei cambiamenti a livello dell’eccitabilità intracorticale con una successiva riduzione dell’impulso neuronale dalla corteccia motoria ai muscoli. Quindi in poche parole più è lungo l’allenamento e più debole diventa il segnale inviato dal cervello ai muscoli. Tuttavia ci sono degli studi che hanno dimostrato che esiste un circuito cerebrale in grado di ridurre l’affaticamento centrale. Questo sistema è costituito da due fasi una di inibizione e l’altra di eccitazione. La prima funziona seguendo queste fasi: gli input sensoriali del sistema periferico inviano un segnale inibitorio dal midollo spinale alla corteccia motoria primaria, che aumenta l’attività dei recettori inibitori GABA, che hanno la funzione di segnalare a tutte le aree cerebrali di ridurre l’attività motoria. Quindi in termini più semplici questa è la fase in cui il corpo fa sapere al cervello di essere stanco, tramite accelerazione della respirazione o crampi muscolari. Se quindi l’atleta decide di rallentare, la frequenza cardiaca diminuisce, come anche il respiro e il movimento. Ma se invece ci fosse ancora sufficiente energia i segnali di inibizione verrebbero ridotti al minimo in modo da far partire la seconda parte del circuito ovvero l’eccitazione. Gli input corticali inviano un segnale eccitatorio alla corteccia motoria primaria, la quale va a contrastare il segnale inibitorio in modo da tenere l’attività motoria ad un livello elevato, riducendo la fatica. Quindi se l’atleta è ancora in grado di allenarsi il cervello segnala al corpo di mantenere i muscoli in movimento con una frequenza cardiaca e respiratoria elevata. La ricerca però sta cercando di individuare il modo in cui si può portare il cervello a far percepire sempre meno il senso di fatica.  Uno di questi potrebbe essere quello di compiere continuamente esercizi a lunga distanza oppure attraverso la neurostimolazione. Quest’ultima infatti è in grado di aumentare significativamente la capacità di resistenza del corpo, permettendo di raggiungere il massimo potenziale di sforzo. Questo perché viene stimolata la plasticità cerebrale con una massimizzazione dei segnali eccitatori e una minimizzazione del segnale inibitorio, permettendo agli atleti di mantenere lo stesso livello di sforzo per lunghi periodi di tempo.

Qui in BrainCare offriamo la possibilità di utilizzare la tDCS, durante sessioni di allenamento con personal trainer, in modo da poter aumentare la resistenza e migliorare le proprie performance sportive. Se sei interessato non perdere tempo e chiamaci subito!.