Resistenza. L’importanza della forza mentale negli sport di resistenza

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Resistenza. L’importanza della forza mentale negli sport di resistenza

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Resistenza. Gli sport di resistenza per essere svolti a livello ottimale richiedono sempre una forte forza mentale. Tutti i grandi atleti, infatti, oltre ad avere delle abilità fisiche innate hanno bisogno del sostegno della propria mente che gli sussurra “ce la puoi fare”. La resistenza quindi è dettata sia da fattori fisiologici, come ad esempio la ventilazione polmonare e la gittata cardiaca, ma anche dal cervello. Questo vuol dire che nel primo caso giocano un ruolo importante anche gli aspetti genetici e ambientali. Ad esempio molti atleti etiopi e keniani registrano performance di resistenza ottimali aiutati dal fatto che il loro Dna li predispone a svolgere sport di questo tipo. Ciò è sostenuto da diversi studi che dimostrano come tali etnie crescano con questa predisposizione anche per l’ambiente in cui vivono, che li porta ad avere un sistema muscolo scheletrico favorevole e alti livelli di emoglobina ed ossigeno. Come detto all’inizio però la genetica non è l’unico fattore discriminante,  in quanto ci sono molti atleti che non possono far affidamento soltanto sulla loro etnia. In questo caso è il cervello che permette di raggiungere buone prestazioni negli sport di resistenza. Infatti fin dai tempi passati si sono raccolti studi che hanno dimostrato che la mente svolge un ruolo importante sia in esercizi di affaticamento che di tolleranza alla fatica.

Il problema, però, è che questo spesso viene sottovalutato, perché nel corso degli allenamenti ci si concentra principalmente ad ottimizzare il sistema respiratorio e cardiovascolare.resistenza Per capire, però, in che modo il cervello possa entrare in relazione con la resistenza è necessario capire quale meccanismo neurologico interviene sulla fatica. Esistono due tipi di affaticamento, ovvero quello periferico e quello centrale. Il primo si sviluppa attraverso l’allenamento di resistenza tradizionale e consiste in una diminuzione transitoria della capacità del sistema muscolare di lavorare in maniera efficiente. Questo potrebbe essere causato da diversi fattori, come ad esempio la ventilazione polmonare e la gittata cardiaca. Per averne un’idea più chiara l’affaticamento periferico fa riferimento al momento in cui i corridori iniziano a respirare più affannosamente in seguito ad una corsa di lunga distanza. Il secondo, invece, è più difficile da riconoscere in quanto comporta dei cambiamenti a livello dell’eccitabilità intracorticale con una successiva riduzione dell’impulso neuronale dalla corteccia motoria ai muscoli. Quindi in poche parole più è lungo l’allenamento e più debole diventa il segnale inviato dal cervello ai muscoli. Tuttavia ci sono degli studi che hanno dimostrato che esiste un circuito cerebrale in grado di ridurre l’affaticamento centrale. Questo sistema è costituito da due fasi una di inibizione e l’altra di eccitazione. La prima funziona seguendo queste fasi: gli input sensoriali del sistema periferico inviano un segnale inibitorio dal midollo spinale alla corteccia motoria primaria, che aumenta l’attività dei recettori inibitori GABA, che hanno la funzione di segnalare a tutte le aree cerebrali di ridurre l’attività motoria. Quindi in termini più semplici questa è la fase in cui il corpo fa sapere al cervello di essere stanco, tramite accelerazione della respirazione o crampi muscolari. Se quindi l’atleta decide di rallentare, la frequenza cardiaca diminuisce, come anche il respiro e il movimento. Ma se invece ci fosse ancora sufficiente energia i segnali di inibizione verrebbero ridotti al minimo in modo da far partire la seconda parte del circuito ovvero l’eccitazione. Gli input corticali inviano un segnale eccitatorio alla corteccia motoria primaria, la quale va a contrastare il segnale inibitorio in modo da tenere l’attività motoria ad un livello elevato, riducendo la fatica. Quindi se l’atleta è ancora in grado di allenarsi il cervello segnala al corpo di mantenere i muscoli in movimento con una frequenza cardiaca e respiratoria elevata. La ricerca però sta cercando di individuare il modo in cui si può portare il cervello a far percepire sempre meno il senso di fatica.  Uno di questi potrebbe essere quello di compiere continuamente esercizi a lunga distanza oppure attraverso la neurostimolazione. Quest’ultima infatti è in grado di aumentare significativamente la capacità di resistenza del corpo, permettendo di raggiungere il massimo potenziale di sforzo. Questo perché viene stimolata la plasticità cerebrale con una massimizzazione dei segnali eccitatori e una minimizzazione del segnale inibitorio, permettendo agli atleti di mantenere lo stesso livello di sforzo per lunghi periodi di tempo.

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Anna Cantagallo

Anna Cantagallo opera nell’ ambito clinico da oltre 25 anni come medico specializzato in neurologia e medicina riabilitativa, esperto di riabilitazione neurologica e neuropsicologica. Fra i suoi casi clinici citiamo Federico Fellini.La creatività, l’innovazione e il desiderio di poter avviare un servizio più trasversale e completo, dove i confini fra dis-abilità, normo-abilità e iper-abilità sono meno netti, sono stati i valori che l’hanno condotta a distaccarsi dal settore della sanità pubblica per orientare la sua professionalità verso le strutture private. L’ascolto del bisogno di espansione delle abilità di ciascuna persona, in una dimensione di scoperta del proprio potenziale e di flessibilità, l’hanno avvicinata non soltanto alla singola persona ma anche ai gruppi di lavoro, in cui viene chiamata spesso come organizzatore e supervisore esterno.Attualmente è consulente presso numerosi Centri di Riabilitazione, e dal 2011 Direttore Scientifico di BrainCare, unica realtà in Italia che si occupa di stimolazione e potenziamento cognitivo nei soggetti disabili ma anche nei normo e iper-abili.E’ docente presso gli Atenei di Padova, Torino, L’Aquila, Firenze e Napoli.E’ stata Presidente della Società Scientifica Gruppo Interprofessionale di Riabilitazione in Neuropsicologia (GIRN) dal 2006 al 2014. Ha coordinato le sezioni di Riabilitazione Neuropsicologica della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa (SIMFER) e della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica (SIRN).Ha pubblicato 3 libri, oltre 90 articoli su riviste internazionali e 5 test di valutazione neuropsicologica. E’ Editor Assistant della rivista scientifica “European Journal of Physical Medicine and Rehabilitation” (EJPMR).Ha co-prodotto due cortometraggi dedicati alla memoria, ai suoi disturbi e al percorso necessario per il recupero, attraverso la storia narrata di 5 personaggi. Molto attiva nella divulgazione della neuropsicologia e delle scienze cognitive in tutte le età e in tutti i livelli culturali, viene spesso chiamata a comunicare su esse attraverso la stampa non scientifica e la televisione, o in caffè culturali.

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