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ADHD. Relazione tra ADHD e regolazione delle emozioni

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ADHD. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è uno dei disturbi più frequenti diagnosticati durante la prima infanzia. Esso consiste nella presenza di iperattività, inattenzione e impulsività che interferiscono nel normale svolgimento delle attività quotidiane. Tuttavia non è semplice fare una diagnosi di questo tipo, ma secondo il DSM-V i sintomi di disattenzione e/o iperattività devono essere presenti già prima dei 12 anni di età e devono compromettere il normale funzionamento sociale e scolastico della persona. Esistono poi diversi modelli che cercano di spiegare il disturbo e molti di questi avvalorano l’ipotesi che vi sia una disregolazione emotiva. Ovviamente le ricerche effettuate fino ad ora non vanno in un’unica direzione, ma vi sono risultati comuni che riportano che bambini con ADHD non presentano difficoltà nel riconoscimento delle emozioni, quanto nella regolazione delle stesse (https://pdfs.semanticscholar.org/79fc/a744b773204851ac94f0aaaaa03b7d799d80.pdf) .Infatti questo aspetto potrebbe essere spiegato da un disturbo ulteriormente superiore legato al funzionamento delle funzione esecutive.ADHD

In particolar modo si fa riferimento al modello Deficient Emotional Self Regulation (DESR) che definisce la disregolazione emotiva dell’ADHD come:

  • Deficit nell’autoregolazione dell’arousal causato da emozioni forti
  • Difficoltà nell’inibire il comportamento inappropriato in risposta ad emozioni negative
  • Problemi nel ridirigere l’attenzione in seguito ad emozioni forti siano esse positive o negative
  • Alterazione del comportamento in seguito ad un’attivazione emotiva

Queste ricerche quindi spiegherebbero anche alcuni dei sintomi secondari come le difficoltà relazionali. Infatti molti dei bambini con questo tipo di diagnosi hanno frequenti conflitti in famiglia o con gli amici, dovuti al loro essere contestatori e alla difficoltà di comunicare in modo efficace con i loro pari. Tale aspetto dunque non deve essere sottovalutato soprattutto in riferimento alla pratica clinica, in quanto può indirizzare il terapeuta verso una terapia sempre più efficace. Infatti intervenendo nella maniera adeguata si può aiutare il bambino a correggere comportamenti disfunzionali, che altrimenti interferirebbero troppo con il suo normale funzionamento quotidiano.

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