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Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

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Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Meditazione. È una procedura di controllo della propria mente utilizzata principalmente per il rilassamento, ma come funziona dal punto di vista biologico?

È stato individuato un piccolo gruppo di neuroni che trasmette informazioni dall’area cerebrale di controllo della respirazione a quella in grado di generare attivazione.

Questo nucleo sembra essere responsabile della sensazione di calma che ci pervade quando respiriamo lentamente, come succede nella meditazione, o di tensione quando respiriamo rapidamente e freneticamente.

Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Questo ammasso di neuroni, che unisce la respirazione al rilassamento, all’attenzione, all’eccitamento e all’ansia, è situato in profondità nel tronco encefalico, in un’area che rappresenta un pacemaker per la respirazione.

Infatti il complesso pre-Bötzinger o preBötC, questo il nome assegnatogli, è responsabile della generazione del ritmo respiratorio e controlla, quindi, tutti i vari tipi di respiri legati alle diverse emozioni: da quello normale a quello affannato, passando per quello eccitato, oppure il respiro di quando sbadigliamo, sospiriamo, ridiamo o abbiamo un incontrollabile attacco di singhiozzo.

In che modo questo nucleo chiarisce l’effetto calmante della respirazione lenta della meditazione?

Una sua sottopopolazione di neuroni, che esprime due marcatori genetici denominati Cdh9 e Dbx1, manda segnali al locus coeruleus.

Questa struttura proietta a praticamente ogni area del cervello e produce arousal: ci sveglia dal sonno, mantiene la nostra attenzione e scatena, in casi estremi, ansia e angoscia. È risaputo inoltre che i neuroni del locus coeruleus mostrano un comportamento ritmico il cui tempo è correlato con quello della respirazione.

Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Infatti, in uno studio pubblicato su Science (http://science.sciencemag.org/content/355/6332/1411) si è dimostrato che la rimozione di questa particolare classe di cellule non esibisce effetti sulla normale respirazione necessaria per l’ossigenazione e per la vita, tuttavia rendeva gli animali (i topi) eccezionalmente calmi, anche in situazioni sconosciute, in cui di norma sono spinti a compiere comportamenti esplorativi.

Quindi se respiriamo lentamente la “sottopopolazione Cdh9-Dbx1” localizzata nel complesso pre-Bötzinger trasmetterà questa informazione al locus coeruleus, il quale interviene nel diminuire i nostri livelli di attivazione, consentendoci di raggiungere lo stato di rilassamento voluto.

Questa scoperta fornisce una spiegazione biologica del perché attività come la meditazione abbiano un effetto calmante sulla persona e, dal punto di vista clinico, la comprensione della funzione di questo complesso di neuroni potrebbe essere adoperata nel potenziare le terapie per lo stress o per la depressione.

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Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

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Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

Rinascita – come gli stati down siano un’occasione incredibile di rinascita

“Lo zio era adirato con lui per come aveva sprecato il buon impiego di telegrafista a Villa de Leyva, ma si lasciò trasportare dalla sua convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma che la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sè.”

G.G. Márquez – L’amore ai tempi del colera

Márquez, nella sua traccia narrativa denominata realismo magico, aveva l’abitudine di attestare verità sulla vita attraverso un astuto stratagemma narrativo.

Questo trucco era far diventare quella profonda verità la colonna portante di tutta la vita di un personaggio dei suoi romanzi.

Florentino Ariza, in questo libro in particolare, non riuscirebbe a vivere se non credesse vero che la vita ci costringe più volte a reinventarci e a partorirci da noi. Lo stratagemma sta nell’affezionarsi ad un personaggio identificandosi.

In questo modo, le sue credenze diventano le nostre.

Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

Fuor d’identificazione, solo un bambino, perchè ancora ignaro delle verità dell’esistenza che solo l’esperienza può dare potrebbe non credere reale questa frase. Nella vita è fondamentale reinventarsi.

Se non lo facessimo non potremmo continuare a esserci.

Di tanto in tanto, ci accorgiamo di aver bisogno di cambiare, di sentire soffiare il vento del diverso. Sentiamo di essere diversi noi, ci chiediamo se le nostre scelte sono state tutte giuste o, consapevolmente, ne agguantiamo la quota d’errore.

Veniamo attraversati da eventi con il riverbero di un terremoto, che non costringono lo scuotere delle terre emerse, ma obbligano le porzioni di esperienza che compongono la nostra coscienza ad essere duramente riesaminate.

Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

Anna Cantagallo ci stupisce con queste frasi: “Non esiste una ricetta per la reinvenzione di sè, ma certi stati emotivi possono dimostrarsi un ottimo trampolino di lancio per un cambiamento radicale.

  • Siete in un blue mood costante.

Vi sentite giù. Siete affaticati, stanchi, tendenti alla depressione. Non ce la fate più. State permanendo in uno stato affettivo negativo e non siete più motivati.

  • Non siete soddisfatti.

Avete un bel periodo e ce la mettete tutta, ma non vi sentite soddisfatti. Il vostro lavoro non vi dà quello che auspicavate.”

Sono due casi diversi e non necessariamente co-presenti nella vita di ognuno e, proprio per questo, necessitano di una rivisitazione sui generis.

La persona depressa necessita di una reinvenzione perchè il paesaggio che si prospetta al di fuori della sua psiche è, almeno momentaneamente, una prigione. Vorrebbe solo aver le chiavi per aprirla, uscire e sentirsi vivo.

Quest’uscita dalla prigionia della sua stessa mente può avvenire (nei casi gravi) attraverso un graduale percorso di psicoterapia e (nei casi più leggeri) attraverso alcuni accorgimenti che, seppur apparentemente semplici, nascondono dei benefici enormi:

1) Attività fisica.

Il movimento ha delle implicazioni neurologiche, fisiche e psichiche enormi. Favorisce e causa attivamente il rilascio di endorfine, dopamina, serotonina e adrenalina. Sono neurotrasmettitori fondamentali per il nostro buon umore e la vostra determinazione, che devono essere rilasciati se vogliamo sentirci vivi.

Il movimento causa un cambiamento della nostra percezione di noi stessi, ci vediamo sotto una luce migliore, diversa. Possiamo reinventare la chimica del nostro cervello e il nostro corpo, al tempo stesso.

2) Fare e farsi del bene.

Dire grazie a qualcuno o scrivere delle lettere di gratitudine è una potentissima medicina che aiuta l’emergere del buon umore.

L’espressione della gratitudine comporta dei mutamenti cerebrali strutturali, soprattutto nelle regioni devolute all’empatia e alla teoria della mente.

Se volete davvero reinventarvi, pensate a quelle persone e a quelle situazioni che vi hanno reso ciò che siete ora. Dovete sempre benedire le vostre radici, solo così prenderete coscienza delle brecce nella vostra vita che potete sfruttare per cambiare mindset.

3) Sfruttate il disfattismo.

Chi dice che un periodo nero è necessariamente negativo?

La vita non è una scalata di montagna che ascende e basta: la vita è un saliscendi faticoso e per sopravvivere bisogna imparare ad amare anche i propri momenti bui. Le giornate o i periodi negativi hanno il beneficio di farvi riflettere su chi siete e su cosa pensate di voi stessi in maniera critica.

Se imparerete a criticare ciò che credete sia un lato negativo della vostra personalità e ad accettarlo, realizzerete che il cambiamento non è poi così impossibile.continua Anna Cantagallo.

D’altra parte, la persona insoddisfatta necessita di una reinvenzione perchè, nonostante ci stia mettendo cuore e anima in un progetto in cui crede, non vede adeguatamente ripagati i suoi sforzi. La persona insoddisfatta necessita di fare piccole cose:

  • Continuare ad avere un mindset positivo ed ottimista.

La luce in fondo al tunnel c’è, basta solo scorgerlo. Ciononostante, reinventarsi diventa fondamentale per avere una sorta di torcia psichica che indirizziamo verso la fine del tunnel stesso.

Se mutiamo internamente, attraverso piccoli gesti quotidiani, la strada verso la soddisfazione personale sarà decisamente più percorribile.

  • Riposare meditando.

Respirate di pancia ogni tanto. Chi vi ha detto che ‘pancia in dentro, petto in fuori’ fa sempre bene? Respirate con la pancia in fuori.

Sentite l’afflato dell’ossigeno attraverso i vostri capillari, immaginatevi l’aria come una fonte di energia che fate entrare e che assorbe la vostra negatività e che poi, uscendo, la porta via.

  • Essere coraggiosi e elastici.

Dovete crederci fino in fondo e, nel caso il vostro progetto non decolli, cambiate: la flessibilità è un top skill di questi anni, richiesto dappertutto.

  • Vi è un ulteriore consiglio che sia le persone insoddisfatte e le persone depresse che cercano di cambiare possono sfruttare per migliorare le loro giornate: scorgere una vocazione. Questa è l’impresa più difficile e la più grande fortuna che possa capitarvi, quella di trovare qualcosa che amate fare. Una volta trovata, non ci sarà un giorno in cui non sarete motivati a continuare per quella strada, spingerete sempre e con forza. Solo allora reinventarsi sarà possibile, perchè la trasformazione accadrà attorno ad un’attività che vi appassiona e vi rende vivi.

Potrete, finalmente, diventare ciò che davvero siete. Provateci fino in fondo. Partorite la vostra nuova vita.

Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

E nel caso (improbabile) in cui nulla di ciò funzioni? Anna Cantagallo conclude: “Prendete un biglietto aereo e andate a cambiare prospettiva, anche solo per un weekend.

Viaggiate quanto più potete, per fiatare il cambiamento nell’aria e nel mondo, prima di reinventarvi dal di dentro.”

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Rinascita – L’arte del reinventarsi di Anna Cantagallo

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Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

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Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Arte e neuroscienze. – “L’incontro tra due discipline non prende posto dove l’una comincia a riflettersi sull’altra, ma dove l’una realizza che deve risolvere da sè, con i suoi mezzi, un problema simile ad uno affrontato dall’altra.”

(Gilles Deleuze)

Il subbuglio del caffè che risale la cannula della moka riempie l’ambiente di un rumore tenue.

Il suo aroma fa cadere la stanza in un’atmosfera alla morfina e, una volta riempita una tazzina, vi sedete al tavolo per accingervi a lavorare.

Sfortuna vuole che ne rovesciate il contenuto sul tavolo: questo dapprima si diffonde come una macchia circolare uniforme, poi disegna, grazie alla conformità del tavolo e alle microscopiche crepe che ne abitano le superficie delle righe confuse, quasi fossero rami d’albero.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Immaginate ora di essere un artista con un dottorato in Neuroscienze. Questa esperienza con il caffè non potrà che suscitarvi un paragone: la conformazione delle cellule neuronali.

Almeno, questo è ciò che probabilmente accenderebbe la fantasia di Gregg Dunn, un artista americano, che ha unificato arte e neuroscienze, sua materia di studio e diventata il suo principale motore ispiratore.

Infatti, una delle sue opere (qui sotto) è sbocciata soffiando dell’inchiostro su una carta non assorbente.

La conformazione della carta stessa, il soffio dell’artista e le turbolenze dell’aria portano alla realizzazione di una rete che richiama la struttura ad albero dei neuroni e degli assoni.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Dunn spiega che occuparsi di popolazioni di neuroni al microscopio per il suo dottorato lo ha portato ad immaginare come potesse replicare, nel modo più scientifico possibile, l’intricato, meraviglioso, misterioso ed enigmatico loro dispiegarsi e connettersi che accade ogni secondo della nostra vita, chiusi nei meandri del nostro organo più importante.

La fenomenologia delle connessioni intra-cerebrali è esteticamente magnifica e allo stesso tempo incredibilmente articolata.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Un lavoro sofisticato, che Dunn ha scelto di intraprendere con l’aiuto di pochi e fidati colleghi. Dice Dunn in un’intervista: “Il mondo microscopico appartiene al mondo dell’arte visiva orientale.

Non c’è differenza tra il rappresentare il paesaggio di una foresta e un paesaggio del cervello. Le forme neurali e i dipinti orientali collidono in un modo completamente naturale.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Dunn ha ragione su due punti. Primo, la forma di ogni neurone rende la similitudine con una foresta un salto associativo quasi obbligato.

La conformazione a ramo di un dendrite è praticamente identica alla parte superiore di un albero, ad una serie di crepe nel pavimento, al movimento dei fiumi e dei canali visti dall’alto o ad un fulmine.

In natura, la morfologia del neurone si ripete dovunque. Come dice Dunn: “Non sarei sorpreso se la forma che rappresento avesse la sua rappresentazione base ad un livello cosmico.

È la soluzione frattale dell’Universo.” Secondo, la concezione orientale dell’arte orientale, essa è contraddistinta da una continua ricerca della semplicità.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Picasso ha cercato per tutta la sua vita di dipingere come un bambino, sottintendendo la volontà di arrivare a quelle linee base non solo utili ma necessarie per rappresentare su tela un concetto o un oggetto.

L’arte orientale non necessitava di questa ricerca: è nata con alle spalle la tradizione minimalista della linea e dell’asciuttezza; non a caso gli ideogrammi sono sbocciati nelle terre d’Oriente.

Dunn prende spunto dalla produzione artistica di questo mondo e il suo tentativo artistico riflette questa ricerca all’essenziale.

Tuttavia, come egli stesso riferisce, rappresentare pochi neuroni sulla tela non è affatto realistico. Non replica in maniera adeguata l’incredibile complessità del cervello:

Esiste un cliché nel mondo della neuroanatomia riguardo come ogni regione del cervello renda solo così poco del suo ‘stato reale’, poichè tutte le singole unità processuali devono essere concentrate in un posto così piccolo.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Mettete insieme 100 miliardi di neuroni, ognuno con un migliaio di connessioni sinaptiche con gli altri, il limite di capacità cranica dato dall’evoluzione e difatti avete un organo molto piccolo e molto denso. Un’imperscrutabile confusione da un lato, un organo squisitamente ordinato dall’altro. […]

È letteralmente l’oggetto più complicato dell’intero universo.

Questo straordinario nido di cellule, quando connesso in un certo modo, dà vita a questo strano senso dell’Io, il quale è capace di ponderare e imparare cose riguardo il suo ambiente di riferimento.

È un miracolo assoluto, e rappresenta la radice primaria del perchè siamo esseri consci capaci ad apprezzare questo mondo e tutta la sua bellezza.”.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Dunn è riuscito a unire arte e neuroscienze anche tramite l’implementazione di procedure speciali, come la tecnica del micro-etching, micro-incisione.

Prima di tutto, Dunn dipinge i neuroni a mano, poi li scannerizza e invia gli scan ad un computer in cui li assembla attraverso un software di post-produzione.

In questa fase, produce, assieme ad un collega di nome Brian Edwards, un’immagine ad alta risoluzione.

La realizzazione di questa immagine avviene attraverso l’input di algoritmi complessi che consentono al computer di computare i diversi modi in cui le diverse parti delle immagini potrebbero comunicare le une con le altre per scambiarsi le informazioni.

Essi, poi, utilizzando una procedura detta fotolitografia (la stessa usata per creare i microchip), compiono delle microincisioni sull’immagine ottenuta mentre essa è appoggiata a delle lastre di metallo congiunte.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

L’angolo di queste micro-incisioni determina il modo in cui la luce cadrà all’interno delle stesse e si rifletterà all’esterno.

In un secondo momento, stampano questa immagine su un foglio trasparente, che viene posto sopra un foglio di metallo laminato con materiale sensibile alla luce.

Questo viene ricoperto di inchiostro: in tutti i posti in cui il foglio trasparente è ricoperto l’inchiostro nero, la luce non potrà colpire il foglio laminato.

A questo punto, illuminano il foglio con dei raggi ultravioletti, che fissano l’immagine nei punti in cui il foglio fotosensibile era oscurato dall’inchiostro. Nell’ultimissima fase, attaccano fogli d’oro sulla superficie. Il risultato?

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

Un lavoro straordinario, in cui uno spettatore può contemplare la dinamica delle connessioni cerebrali.

Come spiega lo stesso Dunn in questo video, un gioco di luci ben realizzato dà meglio l’idea di come le informazioni vengano processate in una modalità bidirezionale, dalla corteccia alle regioni più interne del cervello e viceversa, in un costante viavai di luce dorata che non si ferma mai e ci permette di essere vivi, di esserne consci e di essere consci del nostro essere consci.

Inoltre, Dunn e Edwards hanno costruito delle luci e delle teche attorno alle strutture delle opere, per aggiungere colori diversi.

Verificando l’angolo d’impatto della luce, uno può controllare il colore che rimbalza e viene processato dal nostro sistema visivo.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

 

Queste immagini rappresentano il cosiddetto brainbow, l’arcobaleno cerebrale, una tecnica di neuroimaging per tingere i neuroni limitrofi unendo proteine fluorescenti colorate.

Dato che le combinazioni di colori sono date dal gioco della luce e visto che non c’è colore sulla superficie del foglio, le possibili combinazioni sono infinite.

Dunn non ha circoscritto il suo lavoro alle sole cellule neuronali. Alcuni dei suoi migliori lavori sono sulle cellule gliali, cellule indispensabili per il supporto e la connessione tra neuronale, e, addirittura, sul midollo spinale.

Il lavoro di Dunn è coerente con la sua ricerca infinita delle semplicità, partendo dalla premessa che l’oggetto da rappresentare è in realtà l’organo più complesso dell’intero universo.

Arte e neuroscienze: come trasformare il cervello in un’opera d’arte

La sua ricerca non è insensata: è ricerca pura, che tiene conto di quanto anche dentro una cosa apparentemente semplice vi sia un mondo incredibilmente complesso da cogliere e, nella medesima maniera, come dietro una cosa apparentemente impossibile da decifrare vi siano dei pattern che ne rendono più facile l’analisi e la rappresentazione.

Una super-filosofia dello ying e dello yang, compenetrati ed intrecciati insieme perché in verità inseparabili.

Gregg Dunn, l’artista neuroscienziato che ha creato il connubio perfetto: arte e neuroscienze.

Cibo per la Mente del Mese di ??? sarà dedicata al connubio Arte e NeuroScienze.

Iscriviti: ti aspettiamo! Per scoprire insieme le bellezze del nostro sistema nervoso centrale, sia quelle contenute in esso che quelle che lo stesso ci permette di scoprire.

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Disturbo del sonno – Come prevenirlo e curarlo? Oggi si può!

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Disturbo del sonno – Come prevenirlo e curarlo? Oggi si può!

Disturbo del sonno – Può essere responsabile di patologie neuro-degenerative.

Anna Cantagallo racconta che esiste una connessione molto stretta tra disturbi neuro-degenerativi e disturbi del sonno.

Ad esempio sembra che un’eccessiva sonnolenza durante il giorno aumenti notevolmente il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson.

Inoltre nella maggior parte delle demenze e delle malattie neurologiche gli individui soffrono di un sonno disturbato, o come sintomo caratterizzante il disturbo in sé o come effetto collaterale dei farmaci assunti.

In particolare, una condizione molto diffusa è la sindrome delle apnee notturne (OSAS) in pazienti che sono stati colpiti da ictus cerebrale.

Disturbo del sonno – Come prevenirlo e curarlo? Oggi si può!

“Identificare lo specifico disturbo del sonno e trattarlo – spiega Anna Cantagallo – aumenta il benessere e migliora la qualità di vita generale del paziente.

La malattia delle apnee notturne è caratterizzata da varie interruzioni del respiro durante la notte, che causa un insufficiente arrivo di ossigeno ai polmoni.

Questo può determinare conseguenze gravi e a volte anche fatali. In caso di ictus inoltre avere un sonno ristoratore migliora gli esiti dei trattamenti a breve e a lungo termine.

In pazienti con Alzheimer è stato dimostrato come curare la sindrome delle apnee notturne con l’apparecchio a pressione positiva d’aria (CPAP) possa rallentare la degenerazione cognitiva”

Disturbo del sonno – Come prevenirlo e curarlo? Oggi si può!

Le apnee notturne come causa di ictus: è possibile?

“La sindrome delle Apnee Ostruttive Notturne è caratterizzata da una serie di alterazioni vascolari, infiammatorie, emodinamiche e protrombotiche che potrebbero essere causa del danno cerebrovascolare nel paziente con ictus ischemico.

Tuttavia non si può giungere a questa conclusione in maniera così diretta, considerata l’elevata comorbilità tra OSAS e ischemie.

L’ipertensione arteriosa, ad esempio, riscontrata spesso nell’OSAS, raffigura un importante fattore di rischio ischemico.

La sindrome delle apnee notturne presenta una maggiore incidenza in pazienti che precedentemente erano stati colpiti da ictus, testimoniando quindi una correlazione tra danno neurologico e disturbo respiratorio notturno.”

Disturbo del sonno – Come prevenirlo e curarlo? Oggi si può!

Può una buona qualità di sonno ridurre il rischio di sviluppare disturbi neurologici?

“Degli studi eseguiti su dei modelli animali hanno provato come una riduzione di sonno aumenti il ritmo di aggregazione della proteina beta-amiloide, solitamente prodotta ma anche smaltita nel cervello sano.

Una raccolta di questa proteina nelle placche extracellulari è tipico della malattia di Alzheimer.

Quindi sicuramente puntare ad avere una buona qualità e quantità di sonno e curare eventuali patologie ad esso collegate deve rientrare all’interno della prevenzione dei disturbi neurodegenerativi.

Fondamentale è una diagnosi precisa e tempestiva, per poter sottoporre il paziente con demenza a terapie, ancora in fase di sperimentazione, ma potenzialmente in grado di rallentare il decorso della malattia annullando la proteina beta-amiloide. ”

Disturbo del sonno – Come prevenirlo e curarlo? Oggi si può!

Come diagnosticare la presenza di una sindrome di apnea notturna?

“Sono stati fatti molti progressi – spiega Anna Cantagallo – nell’ambito della strumentazione e delle metodologie diagnostiche, che sono più pratiche, veloci, e meno invasive rispetto al passato.

Uno degli enormi vantaggi di questo aggiornamento della fase diagnostica è un’evidente riduzione dei costi.

Il paziente non necessita di fare spostamenti per fare accertamenti o controlli periodici, proprio perché dispone di dispositivi pratici e portatili che può indossare in casa durante la notte.

I nostri macchinari utilizzati nella rilevazione delle apnee hanno subìto una miniaturizzazione, diventando portatili, e questa praticità ha contribuito considerevolmente ad ottimizzare la rilevazione della patologia e a valutarne la gravità.

Il fatto di poter essere sottoposti a diagnosi, esperienza in sé stressante, rimanendo nella propria casa e nel proprio letto, influisce positivamente anche sul benessere psicologico del paziente.

Peraltro in questo modo possiamo andare a delineare un’immagine più attendibile e “realistica” di quello che è l’effettivo sonno del soggetto e scegliere il programma giusto per ciascuna persona.”

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Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

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Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Tossicodipendenza – Come prevenire o curare i danni delle droghe sulle funzioni cognitive e emozionali

Anna Cantagallo racconta che durante l’adolescenza i giovani sono particolarmente vulnerabili e propensi a testare sostanze stupefacenti.

Fare uso di droghe in maniera precoce influisce negativamente sul funzionamento cognitivo e sulla capacità di regolazione emotiva, essendo le aree cerebrali più colpite quelle frontali.

“Il disturbo da uso di sostanze presenta sintomi cognitivi, comportamentali e fisiologici oltre ai problemi psicologici e sociali che spesso sono causa stessa dell’assunzione.

Le droghe provocano delle modificazioni cerebrali che a volte non cessano dopo la disintossicazione e che si traducono a livello comportamentale in comportamenti ripetitivi e di desiderio patologico.

Dal punto di vista della personalità, coloro che mostrano un rischio più elevato di iniziare ad assumere sostanze stupefacenti sono i soggetti con ridotto autocontrollo.”

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Per quanto riguarda lo sviluppo cerebrale, qual è la fase più a rischio in cui si potrebbero assumere droghe?

“Gli adolescenti – spiega Anna Cantagallo – non sono più vulnerabili solamente per quanto riguarda l’aspetto di liberazione e la propensione a farsi “trascinare” dai coetanei, ma anche da un punto di vista più propriamente organico.

Infatti le regioni prefrontali, in cui sono localizzate le funzioni di controllo cognitivo, non hanno ancora raggiunto piena maturità.

Il sistema emozionale che ha sede nell’area limbica invece è già pienamente sviluppato.

Si va a creare dunque uno squilibrio, come teorizzato da Somerville e colleghi nel 2010, in questo “sistema duale”, tra intensa attivazione socio-emotiva e scarso controllo cognitivo.

L’effetto di quest’asincronia è lo scarso giudizio dell’adolescente che non vede il reale pericolo dei comportamenti che mette in atto, come appunto l’assunzione di sostanze.”

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Quali alterazioni si verificano a livello neurobiologico?

“Quando si parla di neuro-tossicità delle droghe si intende il fatto che esse siano in grado di aumentare la concentrazione di dopamina nelle sinapsi tra i neuroni dell’area tegmentale ventrale, area del desiderio e  della motivazione, e quelli del nucleus accumbens, ovvero il circuito della ricompensa.

Le varie proiezioni neurali dell’area tegmentale ventrale verso altre aree cerebrali fanno sì che queste modificazioni avvengano in gran parte dell’encefalo.

Questa neurotossicità delle sostanze stupefacenti è alla base delle alterazioni neurali che provocano i cambiamenti comportamentali manifestati dai soggetti che ne fanno uso.

Le funzioni cognitive che ne risentono in maggior misura sono il decision making, il controllo inibitorio, e la memoria.

Per quanto riguarda la presa di decisione i tossicodipendenti sono attratti da scelte svantaggiose che concedono di ottenere ricompense immediate.

Lo dimostrano studi di neuroimaging che evidenziano un’anomalia nell’attività della corteccia prefrontale ventro-mediale.

I deficit nel controllo inibitorio sono associati  a una riduzione di attività della parte dorsale della corteccia cingolata anteriore, mentre quelli relativi alla memoria sono legati all’eccessiva concentrazione dopaminergica nel circuito della ricompensa.”

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Che cosa si intende quando si parla di “disregolazione emotiva” nella tossicodipendenza?

“Studi come quello di Fuchs e colleghi del 2004 – racconta Anna Cantagallo – dimostrano l’alterazione delle normali funzioni delle regioni frontali da parte delle sostanze stupefacenti, e quindi conseguenti anormalità nel controllo cognitivo ed emotivo.

Verdejo-Garcia e Bechara, nel 2009, applicano la teoria dei marker somatici di Damasio alla capacità di regolare le emozioni in condizioni di assunzione di sostanze psicoattive.

In base a questa teoria, durante il processo decisionale, il sistema cognitivo codifica oltre alle informazioni fisiologiche anche quelle emotive relative allo stimolo percepito.

I tossicodipendenti, non avendo intatte le abilità di decision making, non sono dunque in grado di fare queste valutazioni, e la conseguenza è la messa in atto di comportamenti privi di giudizio e impulsivi.

Tossicodipendenza – Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

Le principali manifestazioni dei deficit di controllo emotivo in questi soggetti sono l’alessitimia (l’incapacità di identificare le proprie emozioni e di comunicarle verbalmente), il sensation seeking (ricerca del benessere in comportamenti rischiosi) e una bassa intelligenza emotiva.

” Per questi disturbi sono stati sperimentati protocolli valutativi volti a misurarli e protocolli terapeutici deputati a ridurli.

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Tossicodipendenza - Che ruolo ha l’assunzione di droghe nel funzionamento cognitivo ed emotivo di giovani tossicodipendenti?

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Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

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Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi 

Farmaci anti-cancro. L’arrivo in Italia degli innovativi farmaci anti-cancro per le persone affette ha una tempistica sconcertante: dall’attimo in cui il nuovo farmaco viene registrato in Europa all’effettiva messa in circolo trascorrono circa 1000 giorni:

in media, un paziente oncologico italiano rimane in attesa 2,2 anni (806 giorni) per poter ricevere un potenziale medicinale salva-vita.

Questo ritardo è causato dalla latenza tra l’atto di deposito del dossier di autorizzazione e la valutazione del farmaco presso l’Agenzia Europea dei Medicinali (European Medicines Agency – EMA), fino alla disponibilità di una nuova terapia nella prima regione italiana.

L’EMA richiede tempi abbastanza lunghi per testare il farmaco: circa 383 giorni. Essi sono fondamentali per un esame approfondito delle caratteristiche farmacologiche, cliniche e di safety del farmaco. Superati i dovuti test e, quindi, ottenuta l’approvazione dell’EMA, servono mediamente altri 78 giorni per rendere fruibile il farmaco ai clienti.

Tuttavia, i soli test eseguiti dall’EMA non significano de facto la disponibilità immediata del farmaco a tutti i clienti: all’AIFA (Associazione Italiana del Farmaco) servono ulteriori 260 giorni per garantire il farmaco all’intera popolazione italiana.

A questi tempi già lunghissimi, bisogna aggiungere i tempi delle singole regioni, che variano dai 31 ai 293 giorni.

Tra le più veloci la Lombardia e la Puglia, mentre tra le più lente l’Emilia Romagna, dove si raggiungono i 1047 giorni di attesa. Un percorso lunghissimo, dunque, che può significare la possibile morte del paziente in attesa dei farmaci anti-cancro innovativi.

Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

In uno scenario in cui la sopravvivenza al cancro migliora, vi è un ulteriore pericolo di natura extra-medicale che aggrava la situazione dei malati: la povertà.

Infatti, un paziente che si trovi in una condizione economica di povertà, anche se in regime di cure gratuite presso il SSN, ha un rischio di mortalità per cancro più alto del 20% rispetto a chi non vive nell’insicurezza economica.

Questo rischio si chiama ‘tossicità finanziaria’ ed interessa il 22,5% dei pazienti italiani. Essa determina la crisi economica del soggetto stesso, impossibilitato a ricevere il farmaco non perché in attesa dello stesso ma perché avente insufficienti risorse economiche per permetterselo.

Non solo: durante il tempo d’attesa del farmaco, la situazione economica del soggetto sembra essere soggetta a aggravamenti: è ciò che denuncia il IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato il 18/05 al Senato nel corso della XII Giornata del Malato Oncologico, organizzata da FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia).

Come attesta il Presidente del FAVO, Francesco De Lorenzo: “La spesa per i farmaci oncologici è passata da poco più di un miliardo di euro nel 2007 a oltre tre miliardi nel 2014”.

Una spesa difficilmente sostenibile dai malati stessi, poiché vittime di un peggioramento della loro situazione economica durante la terapia stessa, che ovviamente determina un amento del tasso di mortalità nei mesi e anni successivi.

“Il processo che va dall’approvazione europea alla reale disponibilità concreta del farmaco per i cittadini è particolarmente lento, Può quindi tradursi in una forma di razionamento che penalizza fortemente i malati, specialmente nel caso di farmaci innovativi salvavita.”

(Stefano De Lorenzo)

Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

In Italia, i servizi a carico del SSN stanno diminuendo sempre di più, traducendosi in una forte ricaduta finanziaria sulle tasche dei cittadini.

Un paziente, qualora fosse affetto da un male che non è curabile attraverso prestazioni elargite dal SSN ha due scelte: non curarsi o indebitarsi.

Ad esempio, in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’esenzione dal pagamento del ticket per le indagini diagnostiche viene garantita solamente ai pazienti che hanno una diagnosi certa di cancro, quando sarebbe utile dare questa possibilità anche a coloro che hanno il semplice sospetto di un tumore di qualsiasi tipo.

Il bisogno di cercare una risposta strategica, sia essa politica o tecnica, all’impatto economico e sociale del cancro sta ormai oltrepassando i confini nazionali.

Bisogna appellarsi alle risorse che trascendono il nostro paese e che profumano di Europa.

De Lorenzo, che è anche presidente della European Cancer Patient Coalition (ECPC), sta da tempo lottando per l’attuazione di nuove norme che permetterebbero un migliore accesso ai farmaci anti-cancro per i pazienti oncologici e l’introduzione di nuove politiche di gestione dei farmaci stessi che prendano in considerazione il piano italiano e europeo.

“É necessario garantire un accesso alle cure uguale per tutti i cittadini italiani.”

(Stefano de Lorenzo)

Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

Nel frattempo mentre aspetti la tua terapia oncologica specifica, rinforza il tuo corpo, la tua mente e il tuo cuore, e fa in modo che il farmaco ti trovi pronto al meglio, per meglio poter funzionare. Ti aspettiamo in BrainCare, anche solo per informazioni e per condividere il tuo malessere o il tuo dolore.

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Farmaci anti-cancro: l’attesa infinita dei nuovi medicinali innovativi

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Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

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Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

Ansia – come riducendo l’ansia riusciamo anche a ridurre il dolore

Anna Cantagallo racconta che la correlazione bidirezionale tra dolore fisico e ansia clinicamente significativa è stata ampiamente documentata.

Perché bidirezionale? Ci sono sia casi di disturbi d’ansia in cui il paziente è soggetto a livelli particolarmente elevati di dolore, e sia casi di persone affette da condizioni mediche di dolore cronico che sperimentano ansia.

“Per quanto riguarda le psicopatologie – illustra Anna Cantagallo – le ricerche si sono basate prevalentemente sul disturbo di panico (PD) e sul disturbo post traumatico da stress (PTSD), che risultano essere spesso accompagnati da condizioni di dolore cronico.

Kuch e i suoi colleghi riscontrarono nei pazienti con PD un’incidenza particolarmente elevata di dolori localizzati soprattutto a livello lombare, alle spalle e alla testa. In condizioni mediche caratterizzate da un dolore fisico acuto sembra che sia la paura del dolore stesso ad aumentare la percezione dell’effettiva sofferenza provata.

Questo è stato comprovato anche dal fatto che ridurre l’ansia coi farmaci riduca anche il dolore fisico causato da patologie organiche.”

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

Se l’ansia amplifica il dolore, il dolore che effetto ha sull’ansia?

“Mostoufi e i suoi colleghi, in uno studio del 2014, rilevano la differenza d’intensità nella percezione del dolore tra soggetti con PTSD, soggetti con altri disturbi d’ansia, e un gruppo di controllo.

Essi vengono sottoposti al cold pressor task in cui gli viene chiesto di immergere la mano in un contenitore con acqua gelida.

I risultati mostrano una ridotta sensibilità allo stimolo nocicettivo nei partecipanti affetti da PTSD rispetto agli altri due gruppi.

In questo caso l’ansia in questo particolare disturbo d’ansia sembra quasi “anestetizzare” la persona dalla sensazione dolorosa, mentre in altri la sensibilità si ingrandisce.

Tuttavia non sempre si possono trarre conclusioni di tipo causale quando si presenta una correlazione, e potrebbero intervenire, oltre al dolore e all’ansia, anche ulteriori variabili.

Il dolore è un’esperienza complessa che non si può limitare all’aspetto fisico delle stimolazioni nocicettive, essendo causato anche da un versante psicologico, emotivo e motivazionale.”

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

Quali sono i fattori cognitivi e psicologici coinvolti nel processo?

“L’aspettativa – spiega Anna Cantagallo – è un fattore cognitivo che svolge un ruolo rilevante nella percezione nocicettiva.

Avere la certezza che sta per accadere qualcosa di potenzialmente pericoloso o avversivo porta a provare certamente paura, che come conseguenza comportamentale può avere o una risposta di attacco o una di fuga dell’organismo, o  qualsiasi azione, anche mentale, che possa “proteggere” dalla minaccia imminente.

Essere incerti riguardo allo svolgersi di un determinato evento, provoca ansia invece che paura, andando ad attivare l’individuo sia da un punto di vista di arousal fisiologico che mentale.

Un’altra funzione cognitiva implicata nella mediazione delle sensazioni dolorose è l’attenzione. Eccleston e Crombez, nel 1999, trassero evidenze rispetto alla capacità in situazioni ansiogene di distogliere l’attenzione dalla fonte del dolore, distraendo l’individuo.

In uno studio del 2002, James e Hardadottir dimostrarono un’interazione tra focus attentivo  e tratti ansiosi, e come questa attenzione  influenzi la tolleranza soggettiva al dolore.

Sembra che sia proprio l’orientamento e l’intensità dell’attenzione a condizionare la percezione nocicettiva: ma questo vale solo fino ad un certo livello di dolore, oltre il quale il fenomeno del distogliere l’attenzione diventa disfunzionale.”

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

E le basi neurali?

“Uno studio di Ploghaus e colleghi del 2001 utilizza la risonanza magnetica funzionale per indagare le risposte di attivazione a stimoli nocicettivi di natura termica.

La percezione del dolore varia per intensità fisica e per intensità dell’ansia provata.

Essi hanno osservato differenze tra le risposte della corteccia entorinale dell’ippocampo a stimoli caratterizzati dallo stesso grado di intensità fisica, ma diversi per quanto riguarda la capacità dell’ansia di aumentare o meno la percezione di intensità del dolore.

Questi risultati portano a sorreggere l’ipotesi secondo la quale in situazioni di forte ansia l’ippocampo aumenta l’intensità di percezione degli stimoli avversivi, inducendo quindi a mettere in atto comportamenti adattivi in caso di bisogno.

È solamente mettendo in allarme l’individuo e aumentando talvolta la sua sofferenza che egli può apprendere a evitare situazioni potenzialmente nocive.

Gli stati d’ansia, dunque, sembrano avere una vera e propria valenza evolutiva e di tutela dell’organismo da potenziali danni, ed è proprio per questo che a volte è necessario che l’individuo diventi più sensibile al dolore quando diviene forte e cronico, piuttosto che sopravvivere sopportando all’infinito il dolore stesso.” Termina Anna Cantagallo.

Ansia – può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

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Ansia - può aumentare la percezione del dolore – Anna Cantagallo

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Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

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Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

 

Information technology  – “Technology can become the wings that will allow the educational world to fly farther and faster than ever before – if we will allow it.”

“La tecnologia può divenire le ali che permetteranno al mondo educativo di volare più lontano e più velocemente di mai prima – se glielo permetteremo.”

Jenny Arledge

La tecnologia rappresenta una gigantesca parte delle nostre vite e, in ambito lavorativo, un settore appealing e dai risvolti creativi.

I Millennials, nati prima e durante l’avvento di respiro globale della tecnologia e i Centennials, nati con lo smartphone tra le mani, saranno le leve delle posizioni lavorative del domani.

Essi ricopriranno ruoli e incarichi esclusivamente del mondo IT.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

A tal proposito, vi siete mai domandati qual è la posizione più pagata nel mondo della tecnologia? Digitalic ha stilato una classifica che risponde al probema.

Al primo posto troviamo l’applications development manager, quel manager che si occupa del business di un’azienda attraverso la supervisione, pianificazione e coordinamento di tutte le attività legate al sostentamento delle applicazioni software di un’azienda.

Retribuzione media calcolata in dollari? All’incirca 112.000$ l’anno. Il suo è un ruolo tutt’altro che facile: poniamo di infilarci nei panni dell’applications development manager di Amazon, Ebay o Justeat.

Dobbiamo occuparci di qualsiasi macro- e micro-aspetto dell’applicazione, assicurarci che nessun bug ne rovini l’efficienza e assicurarne la resa migliore in qualsiasi momento.

È un lavoro di struttura, che implica la conoscenza assoluta di qualsiasi aspetto di novità e di base dell’azienda, della sua mission e del suo modo di rappresentarsi al mondo del finger-internet.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

La sua è una figura tutt’altro che rarefatta nel mondo lavorativo dell’oggi. Considerate che da Aprile 2016 a fine Marzo 2017 sono nate 900.000 nuove app sul solo mercato Android, giunte ora alla quota complessiva di più di 2.800.000.

E nell’Apple App Store? Da Giugno 2016 a Gennaio 2017 si è registrato un incremento di 500.000 nuove app, per un totale di più di 2.200.000 applicazioni utilizzabili.

Cifre che rendono la figura dell’applications development manager assolutamente necessaria. Non solo per l’incremento del numero di app, ma anche per una questione di settorializzazione insito agli app-markets online.

“Chi si inventa una app, sa che deve farlo in un mondo che da un lato è competitivo, in cui più programmatori si sfidano al fine di creare il prodotto indispensabile e che dall’altro offra una percentuale di guadagno tale da far valere l’investimento iniziale.

Il suo è un lavoro di fino, specifico e essenzialmente di comunicazione. Un lavoro sui generis, sui app-is.” spiega Anna Cantagallo.

Qual è la situazione nel mondo della app? Digitalic viene ancora in nostro soccorso, mostrandoci quali sono le 50 app per il business più scaricate nel periodo 2016/17 iOS e Android. Ne risulta una chiara divisione del mercato in zone di interesse:

  • In tema di lavoro, Corner Job, Info Job, Indeed e Job Rapido sono le più scaricate: la gente sembra avere fiducia in queste app che funzionano come una sorta di CPI (centro per l’impiego) online e decidono di usare la rete come finestra per sporgersi alla realtà lavorativa. Le app sopracitate sono ai primi 10 posti sia in Android che in iOS.

 

  • Successivamente, le app preferite sono quelle con un risvolto pratico molto pronunciato: le app per scannerizzare documenti. Scanner Form domina in iOS, mentre Simple Scan è regina di Android. Indispensabili, rendono il cellulare un computer portatile nel vero senso della parola, con tanto di “scanner interno”.

 

  • Nel mondo Android vanno molto anche le suite office, WPS Office (7° posto) e Polar Office (8°) guidano il mercato. Scelta condivisibile: chi non desidera produrre file multimediali senza dover necessariamente aprire il laptop?

 

  • Inoltre, abbastanza a sorpresa, si collocano molto bene le app che permettono di registrare una telefonata. Call Recorder e TapeAcall Lite su tutte. Sarebbe interessante disquisire sul perchè di una certa scelta di download, ma in una prospettiva di cyber-security essa rappresenta unicamente il riflesso agito di una salvaguarda di fondo dei propri interessi in un mondo in cui le nostre informazioni sono praticamente sulla bacheca di tutti. Una smart choice.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

Tornando alla graduatoria dei lavori più pagati nel mondo della tecnologia (nessuno scende sotto i 90.000$ annuali di media) troviamo:

  • 2° posto: il software engineering manager: a capo di un team di ingegneri per permettere la perfetta resa di un software;

 

  • 3°, 4°, 5°, 6°: l’informationtechnology architect, software architect, solution architect e data architect. tutti architetti diversi gli uni dagli altri. L’IT architect si occupa di progettare dei modi con cui migliorare e aggiornare i sistemi computeristici di una data azienda. Il sofware architect si occupa ovviamente del software e della sua spendibilità: egli miscela grandi doti di programmazione unite a senso per la vendita ed empatia aziendale. È un comunicatore di visione. Il solution architect si occupa del rapporto con colleghi e clienti secondo un’ottica di progettazione dei consigli: il suo compito è implementare le soluzioni che il mondo circostante gli comunica creando progetti spendibili. Infine, il data architect si occupa dei dati di un’azienda: egli li unisce, li integra, ne vede i trend, sa dove l’azienda sta sbagliando e dove è brillante, consigliando sul futuro delle scelte economiche della stessa prevedendo la tendenza del mercato grazie ai dati sul passato e sul presente.

 

  • : informationtechnology program manager: gestisce l’intero IT di un’azienda.

 

  • 8: userexperience (UX) manager: gestisce l’esperienza soggettiva del cliente nell’interagire con un prodotto dell’azienda o con le sensazioni globali che essa ha generato a livello di fiducia e serietà. “Un lavoro di domotica, empatia, meta-comunicazione e capacità di leggere il cliente.” continua Anna Cantagallo.

 

  • : systemarchitect: figura che si occupa di creare sistemi di networking e computer. Abile programmatore, è responsabile del dare, controllare e rendere efficienti i sistemi di rete di un’azienda. Deve anche fornire supporto tecnico e aiuto a livello progettuale.

 

  • 10°: scrum master: tra le figure più ricercate, lo scrum master è un esperto di framework interattivi agili e veloci per la gestione del ciclo di sviluppo di un software.

Information technology o ineluttabile trasformazione del mondo del lavoro?

“Come potere notare, il mondo dell’IT offre un’immensità nell’etere di possibilità da cogliere. Servono ovviamente skills molto elevate di programmazione e di progettazione, non indifferenti capacità creative e una visione d’insieme completa e insieme innovativa.” conclude Anna Cantagallo.

Il mondo dell’IT vi aspetta: mettetevi in gioco!

Infine, se volete conoscere le APP utili alla stimolazione cognitiva ed emozionale contatta BrainCare!

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My Voice: la firma vocale che ferma la voce – Anna Cantagallo

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My Voice: la firma vocale che ferma la voce

My Voice – “Sei bellissima”. “Ti amo.” “Nessuno cucina come te, mamma.”

Il motto di My Voice recita: una soluzione per parlare con la propria voce quando la SLA ti porta via tutto il resto.

In questo video, il primo paziente affetto da sclerosi laterale amiotrofica ad averla utilizzata, Alberto Spada, viene mostrato mentre registra la sua voce, incidendo su un cloud personale le frasi sopracitate.

My Voice, frutto del centro clinico NeMO, è nata con l’intento di far salvare ai pazienti affetti da SLA la propria voce, con la possibilità di poter riascolatare le loro frasi una volta che la malattia prenderà il sopravvento.

My Voice: la firma vocale che ferma la voce - Anna Cantagallo

My Voice: la firma vocale che ferma la voce – Anna Cantagallo

La SLA, sclerosi laterale amiotrofica – o di Lou Gehrig, di Charcot o dei motoneuroni –, è una malattia neurdegenerativa  progressiva dei motoneuroni, che colpisce sia i neuroni motori centrali o superiori (“1° motoneurone”) localizzati al livello della corteccia, sia i neuroni motori periferici (“2° motoneurone”, a livello del tronco encefalico e del midollo spinale).

Il motoneurone corticale invia il messaggio al motoneurone periferico, il quale comunica con l’effettore periferico del segnale, ovvero il muscolo stesso.

Le manifestazioni della SLA sono rigidità muscolare, ipotonia, ipertonia, contrazioni muscolari e graduale debolezza del muscolo a causa dell’ipotrofia protratta.

Questi sintomi possono sfociare in più grandi e diffusi disturbi a livello della produzione di linguaggio, della capacità respiratoria e della deglutizione.

La neurodegenerazione è ancora oggi ad eziogenesi non totalmente conosciuta, anche se il 5-10% dei casi sono spiegabili attraverso il passaggio generazionale della componente genetica genitoriale.

In metà di questi casi, la causa è da riscontrarsi nell’espressione di uno di due specifici geni: il NEK1, confermato nel ruolo patogenetico di alcune forme forme familiari e in alcune forme sporadiche, e il gene SARM1, nel cromosoma 17, responsabile solo di alcune forme sporadiche.

Ovviamente, il quadro causale della neurodegenerazione motoneuronale è ancora lontano dall’essere completato, ma la ricerca sta gettando basi nel progresso che lentamente porterà alla sua totale comprensione.

My Voice: la firma vocale che ferma la voce – Anna Cantagallo

Nella strada che ricercatori e clinici hanno intrapreso per aiutare chi e è affetto da SLA, My Voice rappresenta un tentativo di salvaguardare una parte dei pazienti che, per il decorso della malattia stessa, risulta enormemente fragile: la voce.

My Voice permette agli utenti di salvare una parte di sè, di portarla oltre la malattia, aldilà del futuro di afonia a cui sono costretti.

Ovviamente, l’app non è utilizzabile solamente da chi è malato di SLA, ma anche da qualsiasi altro tente che voglia salvare in un cloud personale alcuni messaggi che ritiene importanti, per poi riprodurli nel momento più opportuno.

Immaginate un padre affetto da SLA che, impossibilitato dalla malattia, vorrebbe augurare la buonanotte a suo figlio prima che Morfeo lo prenda tra le sua braccia.

My Voice lo aiuterà a fargli sentire proprio questo:

“Buonanotte, piccolo. Fai bei sogni.”

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? – di Anna Cantagallo

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer?

Obesità – Anna Cantagallo spiega come l’obesità sia un fattore di rischio non soltanto per le malattie cardiovascolari, ma anche per quelle neuro-degenerative

L’Obesità è una patologia riconosciuta come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e come principale imputabile dell’insulino resistenza, che precede lo sviluppo del diabete di tipo 2.

Anna Cantagallo racconta che negli ultimi anni le ricerche hanno dimostrato l’esistenza di meccanismi molecolari comuni anche tra obesità e malattia di Alzheimer, dimostrando il coinvolgimento di determinate molecole intracellulari in entrambe le patologie.

Accertare queste molecole e considerarle come target terapeutici potrebbe rappresentare un grande passo avanti nella comprensione dei meccanismi di queste malattie ed un eccellente strategia per sviluppare nuove terapie.

Uno studio di Rodriguez-Casado del 2016 analizza l’ipotesi del legame tra le due condizioni.

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

Conseguenze metaboliche dell’obesità: quali sono e quale il legame con l’Alzheimer?

“L’insulino resistenza – spiega Anna Cantagallo – è un’alterazione metabolica in cui le cellule non riconoscono l’insulina, portando ad un incremento  del livello di glucosio nel sangue.

L’iperglicemia a sua volta stimola l’iperinsulinemia nel pancreas, che con il tempo porta l’organismo a espandere una condizione di diabete di tipo 2.

Il tessuto adiposo nei soggetti obesi secerne dei mediatori pro-infiammatori denominati adipochine che, insieme all’eccesso di acidi grassi liberi, concorre a sviluppare uno stato d’insulino resistenza.

Le adipochine attraversano la barriera ematoencefalica, attivando le cellule della microglia che risiedono nel sistema nervoso centrale e inducendo nel cervello una risposta locale infiammatoria inizialmente protettiva, ma che diviene poi deleteria quando si arriva a uno stato d’iperattivazione.

Questo induce una continua secrezione di citochine che provoca un perpetuarsi della neuro-infiammazione.

Difatti è stato provato che la quantità di microglia in persone con Alzheimer è maggiore rispetto ai cervelli sani, e che fermare la neuro-infiammazione diminuisce i problemi di memoria derivati dalla malattia e ne rallenta la progressione.”

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

E i meccanismi tipici della malattia di Alzheimer come si relazionano all’obesità?

“Ci sono evidenze che indicano che la segnalazione infiammatoria da parte del fattore di necrosi tumorale attivi chinasi sensibili allo stress. Questo fa sì che si blocchi l’azione intracellulare dell’insulina producendo disfunzione sinaptica e deterioramento dell’ippocampo.

Un’adeguata segnalazione dell’insulina nel sistema nervoso centrale assicura la sopravvivenza neuronale e regola processi chiave dell’apprendimento e della memoria, inclusa la plasticità dendritica e le connessioni sinaptiche.

In alcuni modelli animali di obesità è stato descritto uno stato d’insulino resistenza derivante da un’infiammazione nell’ipotalamo, regione cerebrale chiave nell’interazione tra sistema nervoso centrale e sistema endocrino.

Una neuroinfiammazione estesa rende vulnerabili determinate funzioni dell’ippocampo associate con l’immagazzinamento e la formazione di memorie.

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

Uno studio effettuato su cervelli di diabetici con Alzheimer mostra livelli dell’interleuchina 6 superiori rispetto a quelli riscontrati in cervelli con Alzheimer non diabetici, suggerendo che il diabete possa aumentare la vulnerabilità a disequilibri del sistema infiammatorio.

Qualsiasi trasformazione nei segnali neuronali dell’insulina produce neuroinfiammazione, stress ossidativo e deficit energetico.

È molto probabile che la reazione d’insulino resistenza periferica nel diabete di tipo 2 e l’alterazione del segnale cerebrale dell’insulina nell’Alzheimer siano processi mediati da meccanismi similari.

Gli studi su questa malattia suggeriscono sempre più che si tratti di un’infermità metabolica in quanto l’uso del glucosio e la sensibilità del cervello all’insulina risultano alterarsi in maniera crescente.

Ciò provoca perdita neuronale, disfunzione sinaptica, iperfosforilazione della proteina tau e neuroinfiammazione.”

Che conclusioni trarre da questi studi?

“Nonostante la scoperta di questi meccanismi molecolari comuni occorre tenere a mente che attualmente non esiste nessun trattamento in grado di curare la demenza di Alzheimer – racconta Anna Cantagallo.

Tuttavia viene messa in risalto l’importanza della prevenzione dell’obesità in quanto consiste in un significativo fattore di rischio che oltre a far sviluppare un diabete di tipo 2 ha effetti patogenetici a livello cerebrale.

La prevenzione può essere attuata attraverso la promozione di abitudini salutari, programmi nutrizionali e esercizio fisico, e attraverso farmaci specifici per le alterazioni metaboliche.

Questi studi riguardanti la relazione tra disfunzione metabolica e neuro-degenerazione aprono nuovi orizzonti per l’investigazione di bersagli terapeutici che potrebbero risultare promettenti per arrestare l’avanzamento dell’Alzheimer.”

Chiedete una consulenza ai professionisti BrainCare per la prevenzione delle è patologie neuro-degenerative.

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer?

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