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Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

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Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

Obesità. La medicina ci mette in guardia da questa pericolosa condizione, ma allo stesso tempo, se non prendiamo le giuste precauzioni, la società ci porta in questa direzione. La disponibilità e la convenienza di “cibi spazzatura” insieme alla sedentarietà a cui siamo costretti dal lavoro di oggi, infatti, sono i principali cause dell’obesità. L’obesità è la patologia tipica del mondo occidentale e in generale delle società del benessere. L’obesità viene stabilita, secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso l’Indice di Massa Corporea (IMC), che mette a rapporto la massa espressa in chilogrammi e il quadrato dell’altezza espressa in metri. Per essere normopeso, bisogna avere un IMC compreso tra 18,50 e 24,99. I valori al di sotto di questa soglia definiscono i soggetti sottopeso e gravemente sottopeso (IMC < 16), mentre i valori al di sopra di 24,99 definiscono i soggetti sovrappeso (25 < IMC < 29,99), con obesità moderata (30 < IMC < 34,99), con obesità grave (35 < IMC < 39,99) e con obesità gravissima (IMC ≥ 40).

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Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

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Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

Obesità. La medicina ci mette in guardia da questa pericolosa condizione, ma allo stesso tempo, se non prendiamo le giuste precauzioni, la società ci porta in questa direzione. La disponibilità e la convenienza di “cibi spazzatura” insieme alla sedentarietà a cui siamo costretti dal lavoro di oggi, infatti, sono i principali cause dell’obesità. L’obesità è la patologia tipica del mondo occidentale e in generale delle società del benessere. L’ obesità viene stabilita, secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso l’Indice di Massa Corporea (IMC), che mette a rapporto la massa espressa in chilogrammi e il quadrato dell’altezza espressa in metri. Per essere normopeso, bisogna avere un IMC compreso tra 18,50 e 24,99. I valori al di sotto di questa soglia definiscono i soggetti sottopeso e gravemente sottopeso (IMC < 16), mentre i valori al di sopra di 24,99 definiscono i soggetti sovrappeso (25 < IMC < 29,99), con obesità moderata (30 < IMC < 34,99), con obesità grave (35 < IMC < 39,99) e con obesità gravissima (IMC ≥ 40).

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 Come agisce il nostro organismo in risposta a un aumento di peso? Il nostro corpo vuole a tutti i costi mantenere l’omeostasi, questo significa che il nostro organismo risponde all’aumento o alla riduzione del tessuto adiposo producendo un ormone, la leptina. Questo ormone viene prodotto dal tessuto adiposo e inviato all’ipotalamo, nel Sistema Nervoso Centrale, deputato al controllo del peso, della fame, della temperatura corporea. Quando c’è un aumento di massa grassa, la secrezione di leptina aumenta per comunicare all’ipotalamo che bisogna ridurre l’apporto di cibo; la leptina riduce il senso di fame e aumenta la produzione di energia per mantenere il peso corporeo, contribuendo così al mantenimento dell’omeostasi. Ma un po’ di massa grassa è necessaria, altrimenti non riusciremmo a controllare la nostra temperatura corporea! Ecco perché la leptina non viene prodotta quando viene registrata una riduzione di massa grassa, così da comunicare all’ipotalamo che è necessario aumentare l’assunzione di cibo.

Finora, l’unico regolatore omeostatico della massa grassa conosciuto è la leptina. Alcuni ricercatori della Sahlgrenska Academy, University of Gothenburg, Svezia, hanno ipotizzato l’esistenza di un secondo regolatore del peso corporeo, indipendente dalla leptina. Nel loro studio (http://www.pnas.org/content/115/2/427.full), pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), i ricercatori hanno trovato prove dell’esistenza di una sorta di bilancia interna che contribuirebbe a tenere il nostro peso corporeo sotto controllo. Il peso corporeo verrebbe, infatti, registrato negli arti inferiori: “Se tende ad aumentare, viene inviato un segnale al cervello per ridurre l’assunzione di cibo e mantenere costante il peso”, spiega John-Olov Jansson, professore alla Sahlgrenska Academy.

Lo studio è stato condotto su roditori obesi che i ricercatori hanno reso artificialmente più pesanti caricandoli di pesi extra. Gli animali hanno perso peso quasi quanto il peso artificiale. I pesi extra hanno consentito non solo la riduzione del peso corporeo ma anche un miglioramento dei livelli di glucosio nel sangue. Questo sistema regolatore della massa grassa scoperto dai ricercatori è il primo nuovo sistema dopo la scoperta della leptina, avvenuta 23 anni fa in America. I ricercatori hanno concluso, quindi, che la leptina non potrà costituire l’unica forma di trattamento dell’obesità. Infatti, il professore Claes Ohlsson della Sahlgrenska Academy, Gothenburg University, sostiene che: “Il meccanismo che abbiamo identificato regola la massa grassa corporea indipendentemente dalla leptina, ed è possibile che la leptina unita all’attivazione della bilancia corporea interna possa diventare un trattamento efficace per l’obesità”. Inoltre il ricercatore sottolinea che la bilancia interna funzionerebbe soltanto quando siamo in piedi. “Noi crediamo che la bilancia corporea interna offra una misura inaccuratamente bassa quando si è seduti. Di conseguenza, si tende a mangiare di più e a prendere peso”, afferma Claes Ohlsson. Ecco perché la sedentarietà ci fa ingrassare!

“Pensiamo alle condizioni cliniche e non, di un uomo che aumenta il suo peso, anche in assenza di aumento di massa grassa o massa muscolare: l’inserimento di una protesi, o la necessità di un apparecchio gessato o di un tutore. Sono tutte situazioni che attivano, come nei roditori della ricerca, la nostra bilancia interna, e che ci permettono di ri-equilibrare il nostro peso globale (corpo + introduzione di un oggetto esterno nello schema mentale del nostro corpo).” descrive Anna Cantagallo, medico neurologo e fisiatra, direzione scientifica del centro clinico e di ricerca BrainCare.

Se stai pensando di dimagrire perché pensi di essere in una condizione di sovrappeso/obesità, sappi che presso BrainCare puoi trovare i Programmi BrainFood, che oltre a permetterti di raggiungere il tuo peso forma e a rimodellare il tuo corpo, ti consente anche di acquisire la consapevolezza e i comportamenti necessari a mantenere il peso nel tempo e a raggiungere uno stato di benessere non solo fisico ma anche psicologico, anche attraverso i piaceri della tavola. Puoi trovare maggiori informazioni al seguente link: http://www.braincare.it/palestra-nutrizionale/.

Ti aspettiamo!

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? – di Anna Cantagallo

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer?

Obesità – Anna Cantagallo spiega come l’obesità sia un fattore di rischio non soltanto per le malattie cardiovascolari, ma anche per quelle neuro-degenerative

L’Obesità è una patologia riconosciuta come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e come principale imputabile dell’insulino resistenza, che precede lo sviluppo del diabete di tipo 2.

Anna Cantagallo racconta che negli ultimi anni le ricerche hanno dimostrato l’esistenza di meccanismi molecolari comuni anche tra obesità e malattia di Alzheimer, dimostrando il coinvolgimento di determinate molecole intracellulari in entrambe le patologie.

Accertare queste molecole e considerarle come target terapeutici potrebbe rappresentare un grande passo avanti nella comprensione dei meccanismi di queste malattie ed un eccellente strategia per sviluppare nuove terapie.

Uno studio di Rodriguez-Casado del 2016 analizza l’ipotesi del legame tra le due condizioni.

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

Conseguenze metaboliche dell’obesità: quali sono e quale il legame con l’Alzheimer?

“L’insulino resistenza – spiega Anna Cantagallo – è un’alterazione metabolica in cui le cellule non riconoscono l’insulina, portando ad un incremento  del livello di glucosio nel sangue.

L’iperglicemia a sua volta stimola l’iperinsulinemia nel pancreas, che con il tempo porta l’organismo a espandere una condizione di diabete di tipo 2.

Il tessuto adiposo nei soggetti obesi secerne dei mediatori pro-infiammatori denominati adipochine che, insieme all’eccesso di acidi grassi liberi, concorre a sviluppare uno stato d’insulino resistenza.

Le adipochine attraversano la barriera ematoencefalica, attivando le cellule della microglia che risiedono nel sistema nervoso centrale e inducendo nel cervello una risposta locale infiammatoria inizialmente protettiva, ma che diviene poi deleteria quando si arriva a uno stato d’iperattivazione.

Questo induce una continua secrezione di citochine che provoca un perpetuarsi della neuro-infiammazione.

Difatti è stato provato che la quantità di microglia in persone con Alzheimer è maggiore rispetto ai cervelli sani, e che fermare la neuro-infiammazione diminuisce i problemi di memoria derivati dalla malattia e ne rallenta la progressione.”

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

E i meccanismi tipici della malattia di Alzheimer come si relazionano all’obesità?

“Ci sono evidenze che indicano che la segnalazione infiammatoria da parte del fattore di necrosi tumorale attivi chinasi sensibili allo stress. Questo fa sì che si blocchi l’azione intracellulare dell’insulina producendo disfunzione sinaptica e deterioramento dell’ippocampo.

Un’adeguata segnalazione dell’insulina nel sistema nervoso centrale assicura la sopravvivenza neuronale e regola processi chiave dell’apprendimento e della memoria, inclusa la plasticità dendritica e le connessioni sinaptiche.

In alcuni modelli animali di obesità è stato descritto uno stato d’insulino resistenza derivante da un’infiammazione nell’ipotalamo, regione cerebrale chiave nell’interazione tra sistema nervoso centrale e sistema endocrino.

Una neuroinfiammazione estesa rende vulnerabili determinate funzioni dell’ippocampo associate con l’immagazzinamento e la formazione di memorie.

Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer? 

Uno studio effettuato su cervelli di diabetici con Alzheimer mostra livelli dell’interleuchina 6 superiori rispetto a quelli riscontrati in cervelli con Alzheimer non diabetici, suggerendo che il diabete possa aumentare la vulnerabilità a disequilibri del sistema infiammatorio.

Qualsiasi trasformazione nei segnali neuronali dell’insulina produce neuroinfiammazione, stress ossidativo e deficit energetico.

È molto probabile che la reazione d’insulino resistenza periferica nel diabete di tipo 2 e l’alterazione del segnale cerebrale dell’insulina nell’Alzheimer siano processi mediati da meccanismi similari.

Gli studi su questa malattia suggeriscono sempre più che si tratti di un’infermità metabolica in quanto l’uso del glucosio e la sensibilità del cervello all’insulina risultano alterarsi in maniera crescente.

Ciò provoca perdita neuronale, disfunzione sinaptica, iperfosforilazione della proteina tau e neuroinfiammazione.”

Che conclusioni trarre da questi studi?

“Nonostante la scoperta di questi meccanismi molecolari comuni occorre tenere a mente che attualmente non esiste nessun trattamento in grado di curare la demenza di Alzheimer – racconta Anna Cantagallo.

Tuttavia viene messa in risalto l’importanza della prevenzione dell’obesità in quanto consiste in un significativo fattore di rischio che oltre a far sviluppare un diabete di tipo 2 ha effetti patogenetici a livello cerebrale.

La prevenzione può essere attuata attraverso la promozione di abitudini salutari, programmi nutrizionali e esercizio fisico, e attraverso farmaci specifici per le alterazioni metaboliche.

Questi studi riguardanti la relazione tra disfunzione metabolica e neuro-degenerazione aprono nuovi orizzonti per l’investigazione di bersagli terapeutici che potrebbero risultare promettenti per arrestare l’avanzamento dell’Alzheimer.”

Chiedete una consulenza ai professionisti BrainCare per la prevenzione delle è patologie neuro-degenerative.

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Obesità: fattore di rischio per l’Alzheimer?

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Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

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Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

Obesità – I fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono a mantenere l’obesità e che svolgono un ruolo primario nelle abbuffate non sempre sono accessibili alla consapevolezza soggettiva.

Anna Cantagallo indica come fattori cognitivi  determinanti: scarsa regolazione delle proprie emozioni, incapacità di pianificazione e di flessibilità cognitiva, e bassa autostima.

Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

Quali sono i meccanismi alla base delle abbuffate?

“Un consumo eccessivo di cibo tipico delle abbuffate può essere interpretato come una manifestazione di anomalie nel sistema di ricompensa nella motivazione a mangiare – spiega Anna Cantagallo.

Già un decennio fa, Devlin nel 2007, suggeriva  una possibile alterazione dopaminergica a livello mesolimbico, alla base di un’alimentazione incontrollata e dell’ingrassamento.

Il disturbo da Binge Eating prevede abbuffate ricorrenti, in cui si mangia in un determinato arco temporale una quantità di cibo molto superiore rispetto alla norma, e in cui si sperimenta una sensazione di perdita di sorveglianza.

Oltre agli stati fisiologici sono determinanti anche le caratteristiche dei cibi e la loro appetibilità, che portano a ignorare il senso di sazietà, sfociando in una sovralimentazione.”

Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

Perché alcune persone non riescono a resistere davanti al cibo?

“Certi soggetti non riescono a resistere perché hanno un’elevata sensibilità al potere appagante del cibo.

Passamonti e colleghi in uno studio condotto nel 2009 parlano di “external food sensitivity”, ovvero il fenomeno per cui la fame soggettiva aumenta solamente nel vedere del cibo, senza un’attivazione fisiologica interna.

Studi di risonanza magnetica funzionale hanno indicato come correlato neurale della ricompensa alimentare un circuito costituito da amigdala, mesencefalo, striato ventrale e regione orbitofrontale.

Individui con una maggiore sensibilità al cibo come ricompensa mostreranno livelli di attivazione più elevati del circuito, e con maggiore probabilità svilupperanno un disturbo del comportamento alimentare.”

Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

Quali altri fattori cognitivi contribuiscono a mantenere l’obesità?

“Le funzioni esecutive – racconta Anna Cantagallo – sono cruciali nella modulazione e nella pianificazione di diversi processi cognitivi tra cui la regolazione dell’impulsività.

Qualora ci sia una disfunzione in questa capacità, saranno i vantaggi più immediati e diretti a guidare le decisioni dell’individuo rispetto a quelli a lungo termine.

Una persona impulsiva, di fronte ad un cibo appetitoso, sarà sicuramente più portata a mangiarlo senza pensare ai problemi di salute che ne possono derivare o all’aumento ponderale.

I comportamenti sono guidati da stimoli da cui è possibile trarre una soddisfazione immediata.

Una ricerca di Navas J.F. e colleghi, del 2016, evidenzia la maggiore tendenza dei soggetti con obesità a compiere scelte con un elevato rischio, purché la ricompensa sia a breve termine, rispetto che scelte con possibilità di ottenere maggiori gratificazioni ma più lontane temporalmente.

Altri fattori cognitivi implicati nell’alimentazione incontrollata sono deficit di pianificazione e di flessibilità cognitiva.”

Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

Qual è il ruolo delle emozioni nelle abbuffate? Cantagallo Anna risponde:

“Gli episodi di abbuffate sono una delle principali tattiche volte a mitigare emozioni negative.

Uno studio di Berge e colleghi del 2015 indaga gli stati emotivi che precedono e seguono le scorpacciate, e l’intensità delle specifiche emozioni negative provate dai soggetti attraverso la scala PANAS (Positive and Negative Affect States).

Dallo studio si rivela che emozioni come il disgusto, il senso di colpa e la vergogna aumentano già quattro ore prima dell’episodio per poi diminuire in modo significativo quattro ore dopo.

Questa strategia di regolazione emozionale che usa come tramite il cibo provoca un senso di benessere rapido, ma nel lungo termine si dimostra disfunzionale e non fa altro che aumentare l’ansia e il malumore, creando un circolo vizioso.”

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Obesità – Fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono

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