Anna Cantagallo – Essere ambiverti, l’ambiguità come dimensione umana

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Anna Cantagallo – Essere ambiverti, l’ambiguità come dimensione umana

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Anna Cantagallo – Essere ambiverti, l’ambiguità come dimensione umana

Anna Cantagallo spiega come una sana dose di estroversione e una di introversione portino entrambe l’uomo ad un giusto equilibrio

Personalità è un termine che adoperiamo per indicare un’organizzazione complessa delle caratteristiche comportamentali,

di pensiero e di sentimenti di un individuo che sono caratterizzate da un certo grado di unità,

coerenza e progettualità nel tentativo di adattarsi all’ambiente e agli altri. Descrive e sussume la poliedricità del nostro essere sulla terra.

Diversi psicologi hanno tentato di scremare queste caratteristiche all’osso,

nella ricerca di un set stabile di variabili da poter

calcolare statisticamente per predire comportamenti e operare comparazioni in una data popolazione.

Dopo le analisi multivariate introdotte da Cattell con il suo modello dei 16 fattori, Eysenck ha proposto un modello ancora più semplice,

con 3 variabili, rivelatosi straordinariamente utile nello studio della personalità sia in grandi campioni di soggetti sani che di persone con una psicopatologia.

Queste dimensioni sono l’estroversione/introversione, la stabilità/instabilità e lo psicoticismo.

Mentre il mondo della psicologia ancora combatte sull’effettivo valore clinico dell’ultimo,

estroversione ed introversione sono divenuti termini della cultura pop, rivelandosi precisi criteri valutativi della personalità e

resistendo alle ricerche nel campo delle influenze culturali e nelle determinazione del temperamento, il comportamento

geneticamente determinato.

“Tuttavia, una cospicua fetta di individui sembra ora ribellarsi

a questa classificazione dicotomica con l’espressione di un Sè che nel

suo rapportarsi al mondo, in continuo cambiamento, si trova ad essere ambiguo.

Quasi come se l’espressione di uno dei due poli fosse essenzialmente determinato dall’ambiente circostante e dalle relazioni intraprese.

Ma se fosse più giusto il contrario?

Se noi fossimo ambigui in quanto umani?

Se l’essere ambiverti fosse la reale ‘Condition humaine’?”

afferma la dott.ssa Anna Cantagallo.

La mitologia latina, per fortuna, ci mette a disposizone una figura particolare:

Giano Bifronte, Dio degli Inizi. Giano è sempre rappresentato con una doppia testa, una rivolta verso ciò che l’altra non può vedere.

Esso rappresenta la condizione dell’uomo come essere che incarna il senso del doppio. Essere da una parte e da un’altra.

Vedere il passato e vedere il futuro. Restare bambini e crescere inevitabilmente.

In questo gioco di assoluti che si contendono, l’ambiguità tra l’essere introverto o estroverso non si presenta dunque più come una

stranezza rispetto al progetto umano originario, ma come l’unica sincera espressione del nostro rapportarci al mondo e agli altri.

Da un punto di vista neurobiologico, il livello di bisogno di socializzazione è in gran parte determinato dal neuroormone

responsabile per il nostro umore positivo, la dopamina.

Tutti noi disponiamo di diversi livelli di sollecitazione indotta da dopamina a livello cerebrale, in particolare nell’area della

neocorteccia, responsabile per le funzioni cognitive di alto livello quali la produzione di linguaggio e pensiero conscio.

Gli individui che hanno alti livelli di stimolazione nella neocorteccia sono tendenzialmente introversi, come se il loro cervello desse

loro già un numero sufficiente di stimoli per sentirsi bene.

All’opposto, le persone che vivono una stimolazione bassa della neo-corteccia, tendono ad essere estroverse e cercare all’esterno

di sè quegli stimoli che di cui il cervello necessita.

Come ben sappiamo però, noi tutti abbiamo dei momenti in cui abbiamo bisogno di essere attorniati da persone e, invece,

dei momenti in cui l’unico amico che può starci vicino siamo noi stessi.

Queste modulazioni di desiderio sociale potrebbero rappresentare la nostra ambiversione nei confronti del mondo.

Essere più chiusi rispetto alle nuove esperienze, a contratti commerciali di un nuovo tipo, ad alleanze manageriali che sembrano

pericolose o ci spaventano è giustificabile in un certo periodo se ciò che abbiamo ci soddisfa.

Nel modo opposto, se siamo inappagati degli stimoli che già possediamo, cercheremo una via d’uscita tramite un’estroversione al mondo.

Robin Sharma lo insegna: un buon leader deve essere un pò tutto. Deve essere estroverso ma dedicarsi a sè,

deve essere responsabile ma rule-breaker, ambizioso ma umile, con i piedi per terra e con i sogni che traboccano dalle tasche.

Dev’essere, semplicemente, ambiverto.

Solo così riuscirà a garantire alla sua azienda quella giusta dose di follia e razionalità, di creatività sotto il proprio controllo di cui ha

bisogno per farsi riconoscere e per scoprire eventuali partner.

“Le aziende che dimostrano di saper tirare l’elastico tra l’aprirsi in maniera assoluta e restare ancorate alle loro radici operano

meglio sul mercato.

Lasciano il porto per esperire porti mai visti, ma la trebisonda non la perdono mai perchè hanno un faro da cui sono partite.

Siate come il leader che vorreste avere.” conclude Anna Cantagallo.

C’è un’immagine struggente che Gramellini ci regala nel suo libro più riuscito, Fai bei sogni.

Racconta di se stesso come di una persona che cammina in punta di piedi per non far rumore ma sentirsi più alto degli altri

e che allo stesso tempo tiene la testa bassa, per paura di sognare troppo. Potremmo figurarci noi stessi così ma nella condizione

inversa: i piedi ben piantati a terra, che indicano stabilità e tenacia, ma la testa puntata in alto, sul futuro, come Giano bifronte,

Dio degli Inizi.

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