Anna Cantagallo il creativity factor nelle scuole: come insegnare agli studenti

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Anna Cantagallo il creativity factor nelle scuole: come insegnare agli studenti

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Anna Cantagallo il creativity factor nelle scuole:

come insegnare agli studenti ad essere ciò che desiderano

Anna Cantagallo il creativity factor spiega perché e come vincere la massificazione del sistema scolastico

Albert Einstein una volta disse:

Anna Cantagallo il creativity factor  “Siamo tutti dei geni.

Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di scalare un albero, esso crederà per tutta la vita di

essere uno scemo.”

In questa frase si fossilizza una critica molto forte alla struttura del sistema scolastico contemporaneo,

lanciata da Ken Robinson, educatore e scrittore britannico.

Robinson, la cui ironia e capacità analitica possono essere apprezzate in questo video, asserisce che attualmente

le scuole promuovono un’educazione basata sull’uguaglianza. “Una scelta semplice e democratica, il cui lato oscuro

è però pervaso da un rischio troppo grande: l’incasellamento delle capacità dei giovani in ristrette aree di interesse.

Un inquadramento crudele e massificato di possibili deviazioni in un progetto di assottigliamento delle possiilità o

fferte dalle differenze individuali.” spiega Anna Cantagallo.

Ricorda qualcosa? Another Brick in the Wall dei Pink Floyd parla proprio di questa produzione industriale di menti

tutte uguali, spenti individui pronti ad inserirsi nei meccanismi intoccabili, incorruttibili e invincibili delle maglie sociali.

Gli studenti vengono preparati in maniera anonima, senza che le capacità di ognuno di loro possano essere manifestate.

Figuriamoci apprezzate. A questo riguardo, Massimo Recalcati, noto psicanalista di fama nazionale e autore di diversi libri,

discute di come il sistema educativo contemporaneo stia perdendo il valore della ‘storpiatura’, dello ‘storto’.

Gli studenti che si dimostrano allergici ai meccanismi di produzione educativi vengono trattati come individui in cui non

investire troppo. Se uno studente assicura il massimo e si adegua alla sovrastruttura merita di essere riconosciuto ed apprezzato,

mentre il coetaneo che non si adegua deve essere raddrizzato, come un albero di nespole.

La metafora naturalistica non è un caso:

questo raddrizzamento è inumano. Pensiamo alla teoria del ‘Falso Sè’ di Winnicott.

Esso afferma che quando un bambino cresce in un’alcova di amore e considerazione incondizionati non dovrà fare altro che

mostrare il suo vero Sè, nella più totale trasparenza, alle figure importanti dei suoi primi anni.

Quando però quest’ambiente non accetta la totale verità del suo Sè, il bambino crescerà in un’ottica di amore e considerazione

condizionati. Condizionati dal fatto di dover modificare il proprio Sè per compiacere mamma e papà.

Questa metamorfosi del Sè implica una deformazione dello stesso, quindi il bambino crescerà con un Falso Sè, lontano dalla sua

realtà interna ma più vicino a quella che l’ambiente gli sta costruendo attorno.

Questa perdita di identità, che nei casi più gravi determina una scissione interna totale tra rappresentazioni di Sè e degli

altri e una possibile psicopatologia, si chiama compiacenza.

Compiacendo gli altri il bambino, che sia nella sua famiglia o tra i banchi di scuola, permette ad una parte di sè di andarsene e,

possibilmente, di non tornare mai più.

Qui, secondo Recalcati, diventa fondamentale un’esperienza emozionale terapeutica, come formulato da un noto

psicanalista post-freudiano: Alexander.

“L’esperienza emozionale correttiva è un’esperienza che si può vivere in qualsiasi ambito della vita, nella clinica così

come a scuola: bisogna avere la fortuna di trovare una persona che creda fortemente in noi, nella nostra specificità,

nel nostro essere diversi, particolari, storti.”

– continua Anna Cantagallo –

“Quando si trova una conferma esterna di ciò che per anni abbiamo cercato di spegnere per compiacere gli altri,

possono compiersi due piccoli miracoli. Il primo è accettarsi. Il secondo è entrare in meccanismi sociali che non ci

includevano e fare la differenza.

Purtroppo, per quanto fondamentale, un’esperienza educativa di questo tipo è incredibilmente molto rara.”

Perchè è importante tutto questo?

Per un semplice motivo: al ragazzo o alla ragazza che è stata data la possibilità di esprimersi completamente,

di essere se stessi e credere nelle proprie idee è offerta la realtà di essere creativi.

Creare non significa fare qualcosa da nulla. Lavoisier ci insegna: “Nulla si crea, nulla si distrugge: tutto si transforma”.

Lo studente creativo può fare proprio questo: cambiare l’oggettività attorno a sè. Rompere gli schemi, essere un rule-breaker.

Per avere una visione della realtà diversa, cambiare prospettiva, cambiare mezzi, buttare idee preconfezionate e averne di nuove.

Spazio alla fantasia, dunque. Un’incredibilente accurata teoria su come essa si origina ci viene presentata da un uomo che

aveva capito l’andamento del mondo, aveva creduto in un’idea e aveva cercato di cambiare la realtà attorno a lui: Steve Jobs.

Il padre di Apple parte proprio dal percorso che abbiamo tentato di disegnare fin dal primo paragrafo:

la scuola uccide la creatività e le esperienze di valore accadono al di fuori di essa.

Fuori dalla propria zona di comfort.

Il consiglio di Jobs?

Buttatevi: fate esperienze. Volete vivere come un poeta a Parigi? Andate! Chi vi blocca? Volete fare il panettiere? Ma chi ve lo vieta?

Fate più esperienze possibili. Esperite tutta la varietà di questo fantastico mondo. Non abbiate paura.

Il leader di successo è colui che grazie ad un ricchissimo background di esperienze personali può meglio capire cosa gli succede

intorno, come adattarsi e come cambiarlo.

Come si chiama questa caratteristica della personalità? Openness. Apertura all’alterità.

Non a caso essa rappresenta uno dei cinque tratti fondamentali caratteristici della personalità secondo il noto modello dei Big5,

che include conscienziosità, estroversione, amabilità e neuroticismo.

Tutti noi, non solo il leader di successo, abbiamo dentro di noi questa creatività.

L’unico modo per coltivarla è darle spazio, farla esprimere, accogliere quella parte di sè che all’esterno è così mal vista perchè

troppo colorata. Data espressione a questa nostra luce, possiamo finalmente creare.

Conclude la dott.ssa Anna Cantagallo,

citando una frase struggente di Sabrina Benaim, una coraggiosa poetessa slam (nuovo genere di poesia contemporanea)

che ha deciso di mostrare al mondo la forza crudele della sua depressione spiegando il vero motivo della sua presenza.

Le sue parole potrebbero toccare le vostre corde e, noi speriamo, spingervi ad abbracciare la diversificazione

delle possibili esperienze del mondo.

“My mom asks me if I’m afraid of dying. No! I’m afraid of living!”

Mia madre mi chiede se ho paura di morire. No! La mia più grande paura è vivere!”

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