Author Archives: Anna Cantagallo

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musica e lutto

La musica come strumento per l’elaborazione del lutto

Category:News Area Clinica

Il lutto è un’esperienza che non deve essere intensa soltanto come la perdita di una persona cara o di un animale, ma anche la fine di una relazione, il licenziamento, la perdita dell’integrità fisica in caso di malattie e incidenti o un aborto.

Nel momento in cui una persona subisce un lutto nell’organismo si attivano gli stessi meccanismo neurali che controllano il dolore fisico. Tra questi, ad esempio, la corteccia cingolata anteriore dorsale, un’area cerebrale coinvolta nell’elaborazione del dolore fisico e nella componente affettiva del dolore. Nel lutto, quest’ultima si manifesta come sofferenza emotiva causata dalla perdita e genera una ferita.

In che modo la musica può aiutare nell’elaborazione del lutto?

La successiva restituzione ed elaborazione dei temi emersi attraverso improvvisazioni a tema sia singolarmente che in coppia o in gruppo possono favorire l’approfondimento e l’elaborazione di contenuti e vissuti. L’esperienza non è qui riferita alla musica in sé, ma alla relazione tra le persone e la musica. Questo fa sì che venga attivato un rapporto profondo con la dimensione nostalgica, creando nella persona allo stesso tempo un’esperienza piacevole, ma anche dolorosa.

In questo caso la terapia utilizzata che coinvolge la musica viene definita Song Therapy e può essere considerata un valido aiuto per l’elaborazione del lutto. In particolare, quello che viene fatto nel corso della terapia consiste nel chiedere al paziente di portare una musica personale, riferita a un momento vissuto con la persona perduta o che la lega ad un particolare momento. Questo fa si che nel soggetto si apra la possibilità contattare sensazioni, emozioni, ricordi, pensieri e fantasie che forse in nessun altro modo avrebbero potuto emergere con tale forza e intensità.

Questo tipo di terapia è meglio farla singolarmente o in gruppo?

Il gruppo ha la funzione di comprensione e condivisione nei confronti del paziente, alleviando così il proprio senso di sofferenza. Inoltre, la dimensione gruppo permette anche di esprimersi a livello emotivo, che è uno dei fattori terapeutici più importanti sia a livello intrapersonale che interpersonale.

Perché la musica si differenzia rispetto alle altre terapie per l’elaborazione del lutto?

«L’arte in generale ha come caratteristica un ruolo integrativo e riparativo e attraverso la musica sono evocate emozioni, pensieri e fantasie inconsce difficilmente contattabili. La forma artistica viene, infatti, definita come via privilegiata alla comunicazione di esperienze tramite una dimensione pre-logica, prelinguistica e pre-verbale. La terapia con la musica, poi, è basata principalmente sull’ascolto, che in sé include anche il concetto di silenzio sia interno che esterno, portando la persona a sentire di più il corpo e le emozioni, ma anche a non sentire più il silenzio come un elemento di paura. Come ogni terapia, inoltre, è importante che si crei un rapporto empatico tra il paziente, il terapeuta e/o il gruppo, in modo che il soggetto si senta libero di esprimere quello che sente.


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musica e sport

Come la musica influenza le prestazioni sportive

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Molto spesso può capitare di vedere uno sportivo che prima di una gara o semplicemente mentre si sta allenando indossa le cuffiette. Questa non è solo una tecnica per rendere più piacevole un allenamento, ma secondo quanto dimostrato da alcuni studi la musica aiuta a migliorare le prestazioni, aumenta il controllo dei movimenti, rilassa, carica e distrae. In questo caso, la musica ha uno scopo motivazionale in quanto è in grado di modificare i sentimenti di una persona, trasformando la tristezza in felicità  e la noia in determinazione.

Rispetto a questo, il maggiore esperto in questo settore Costas Karageorghis, professore di psicologia dello sport alla Brunel University in Gran Bretagna, definisce la musica nello sport come una sorta di droga legale.

In che modo la musica può influenzare le performance sportive?

Andando più nel dettaglio e basandosi sulle sue ricerche, egli ha individuato cinque funzioni specifiche alle quali è stato attribuito il potere di influenzare le performance degli atleti, sia durante le competizioni che nelle sessioni di allenamento. Si tratta di dissociazione, sincronizzazione, controllo dell’eccitazione, acquisizione di abilità motoria e raggiungimento della trance agonistica.

La dissociazione fa riferimento all’effetto prodotto dalla musica nel riuscire a distrarre dalla sensazione di fatica e dalla percezione degli sforzi che si stanno compiendo favorendo uno stato d’animo positivo e allontanando paure e tensioni legate al risultato. Questo effetto è stato notato solo nel caso di sforzi di media o bassa intensità. Nelle situazioni in cui lo sforzo è maggiore, la percezione della fatica supera l’effetto della musica che in ogni caso contribuisce ad un effetto di piacere per l’atleta.

La sincronizzazione dei battiti e del tempo della musica che si ascolta, con la successione di movimenti ripetitivi tipici di alcuni sport, come ad esempio la corsa o il ciclismo, favorisce il miglioramento dell’attività dando più regolarità al movimento e prolungando la resistenza. Questo perché vengono dati all’atleta dei riferimenti temporali che gli consentono di ottimizzare la sua spesa energetica.

Il controllo dell’eccitazione, invece, è frutto del fatto che la musica altera l’eccitazione psicologica, in particolare attraverso il ritmo. Questo può essere utile sia per stimolare a raggiungere l’obiettivo sia per ridurre l’ansia.

L’acquisizione di abilità motorie, riguardante soprattutto i bambini è utile per migliorare la coordinazione e stimolare il movimento, rendendo l’apprendimento più divertente.

Tutti questi elementi sono fondamentali per consentire il raggiungimento della trance agonistica, ossia quel momento nel quale l’atleta sente in misura minore la fatica e produce una prestazione al di sopra dei suoi livelli abituali.

Nelle prestazioni sportive è importante la scelta della musica?

Ovviamente per poterarrivare a questi risultati è importante la scelta della musica. Ad esempio, alcune attività sportive, che possiamo definire più ripetitive, si prestano in modo particolare ad essere accompagnate dalla musica. Inoltre, ci sono degli sport in cui l’ascolto è inteso in modo individuale e in altri in cui la musica serve alla squadra per creare spirito di gruppo e sincronizzare i movimenti.

Per fare la scelta musicale più adeguata quello che si deve fare è trovare un genere che possa risultare gradito e che abbia un tempo ed un ritmo che rispecchino il tipo di attività da svolgere.  Molto spesso si fa ricorso a vere e proprie playlist, che possono essere usate per seguire un circuito di allenamento con ritmi veloci e volume più alto nei momenti di sforzo intenso e musiche più lente a volume più basso nei momenti di recupero.

In conclusione, quindi la playlist ideale dovrebbe avere questi elementi: piacevolezza, essere familiare, in sintonia con i movimenti che si devono compiere, trasmettere forza ed energia e contenere valori associabili allo sport, quali il superamento dei limiti, lavoro e disciplina associati al trionfo.


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Federico Fellini

Federico Fellini: un genio e un esempio che travolge ed ispira

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Federico Fellini, famoso regista, sceneggiatore, fumettista, attore e scrittore italiano all’età di 73 anni venne colpito da un ictus mentre si trovava al Grand Hotel di Rimini.La sua diagnosi è di infarto parietale destro, con emiparesi sinistra e neglect spaziale unilaterale.

La Dott.ssa Anna Cantagallo racconta: “Federico Fellini per me era il grande regista noto in tutto il mondo, che aveva ideato e girato Amarcord e 8 ½. Un genio, un po’ difficile da capire in tutte le sue molteplici e differenti sfaccettature….Dopo i primi giorni di ricovero nella fase acuta a Rimini, due settimane dopo Fellini fu trasferito per la riabilitazione omnicomprensiva nel Dipartimento di Riabilitazione a Ferrara, dove lavoravo come medico fisiatra e neurologo, e dirigevo il Modulo di Neuropsicologia Riabilitativa.  Lo incontrai in un pomeriggio assolato dei primi di Agosto 1993, nella sua camera di reparto: Lo visitai e valutai una prima volta, a quindici giorni dopo l’infarto. Al tempo presentava un grave deficit sensoriale e motorio che coinvolgeva la parte sinistra del corpo (emianestesia ed emiparesi a sinistra), e un difetto limitato al quadrante inferiore del campo visivo di sinistra, che indicava una lesione delle radiazioni ottiche, compatibile con la localizzazione del suo danno cerebrale. Quando ne parlava la sua consapevolezza era chiara e con il suo modo sempre teatrale mi faceva capire che fosse perfettamente al corrente di non vedere nel quadrante in basso a sinistra e di riuscire invece a cogliere gli elementi del quadrante in alto a sinistra”.

La patologia di cui era affetto Federico Fellini prende il nome di neglect spaziale unilaterale. Esso è un disturbo consistente nell’incapacità del paziente di orientare la propria attenzione verso il lato controlaterale alla lesione cerebrale. Il soggetto affetto da tale disturbo sembra comportarsi come se gli oggetti e le persone nell’emicampo negletto non esistessero. Studi clinici hanno evidenziato una frequenza notevolmente maggiore di NSU in pazienti con una lesione emisferica focale destra. In particolare nella pratica clinica si è visto che sono frequentemente presenti lesioni interessanti l’area parieto-temporo-occipitale, più raramente lesioni nelle aree premotorie frontali e tra le lesioni sottocorticali troviamo con una certa frequenza quella del talamo. Molto spesso, poi, questo disturbo è associato ad anosognosia, ovvero da inconsapevolezza rispetto al disturbo. Nel caso di Fellini, però, vi era una completa consapevolezza delle difficoltà presentate ed era anche in grado di scherzarci su questo aspetto tanto che la dott.ssa Cantagallo dice” Un giorno, mentre gli somministravo un test di cancellazione gli ho  chiesto se fosse sicuro di aver indicato tutte le campanelle del foglio.  Egli sorrise, non si accorse di altre campanelle, ma mi disse che ce ne erano sicuramente e cominciò a disegnarne altre, dicendomi che erano quelle che aveva dimenticato. Era perfettamente consapevole di tralasciare una porzione del campo visivo, ed era cosciente della sua menomazione sia attentiva che motoria, scherzandoci in modo satirico e tagliente”. L’incapacità di prestare attenzione alla parte sinistra dello spazio e/o del corpo non è dovuto ad una lesione a livello del nervo ottico o del lobo occipitale, in quanto questi risultano perfettamente integri. Infatti, anche lo stesso Fellini non presentava nessuna problematica visiva, quanto piuttosto una vera e propria “dimenticanza attentiva” del lato sinistro. Molto spesso,inoltre, la sindrome da negligenza spaziale unilaterale è accompagnata da altri sintomi clinici come la somatoparafrenia, che consiste in una forma di asomatognosia che si manifesta come un delirio selettivo verso l’arto plegico o paretico. Nonostante la connotazione delirante non si associa ad altri sintomi o disturbi psichiatrici. Anche in questo caso Federico Fellini aveva sviluppato una misoplegia dell’arto superiore di sinistra e avendo perso completamente la sensibilità ne attribuiva aspetti deliranti definendolo un mazzo di asparagi. Continua a raccontare la Dott.ssa Cantagallo “Spesso si rivolgeva all’infermiera di turno dicendo “Dov’è la mia mano finta?”oppure “. La mano sinistra di Federico non aveva nessuna sensibilità, era più scura e gelida. Così la pizzicava, la spostava come se fosse un oggetto che non gli apparteneva, la guardava con disapprovazione. In più di un’occasione racconta di essersi toccato la mano sinistra e di aver sentito una cosa fresca, grave, inerte, e di averla definita“un mazzo di asparagi”.

I clinici che hanno avuto il piacere di conoscere il regista in quella fase della sua vita, come conferma la Dott.ssa Anna Cantagallo, lo definiscono una persona brillante, creativa, che considerava il rapporto tra paziente e medico come un patto, basato su disponibilità e condivisione. In quei mesi di valutazione e riabilitazione è emersa la grande tenacia e grinta del regista e anche nei momenti di sconforto ha sempre mostrato una grande voglia di fare e di superare le proprie difficoltà.


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musica e Alzheimer

Interventi riabilitativi con la musica per dolore cronico e Alzheimer

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La demenza di Alzheimer si presenta principalmente negli adulti a partire dai 65 anni con declino cognitivo nella fase iniziale, disturbi del tono dell’umore e dolore cronico in comorbidità con altri fattori. Molto spesso vengono prescritte terapie farmacologiche che provocano diversi effetti collaterali, tra cui stato confusionale, aumento del rischio di cadute e dipendenza fisica e psicologica.

Quali potrebbero essere delle valide terapie non farmacologiche per la riabilitazione della demenza e del dolore cronico?

Per questo motivo si sta sempre più diffondendo l’utilizzo di terapie non farmacologiche e tra queste vi è la riabilitazione attraverso la musica. E’ stato infatti osservato che anche nelle fasi avanzate della malattia la capacità di percepire la musica, le emozioni e di riconoscere i brani familiari viene conservato. Per questo motivo molto spesso nelle persone affette da Alzheimer viene utilizzato l’intervento musicale per migliorare il funzionamento cognitivo, i disturbi del tono umore, i problemi comportamentali e la qualità della vita in generale. Si è visto, che anche negli anziani sani la stimolazione cognitiva attraverso la musica può essere un valido strumento per un invecchiamento sano in quanto aumenta il benessere emotivo e l’isolamento sociale.

In che modo la musica si può dimostrare efficace?

Alzheimer e MusicaRispetto agli effetti dell’uso della musica sul dolore cronico in pazienti con Alzheimer nelle fasi iniziali della malattia, è stato condotto uno studio nel 2017 da Pongan e collaboratori. Gli obiettivi di questa ricerca erano soprattutto focalizzati sul vedere gli effetti della musica a livello di ansia, depressione, qualità della vita, cognizione e autostima. L’intervento musicale utilizzato è stato quello del canto che si è visto intervenire a diversi livelli. Primo fra tutti, l’aumento della produzione di endorfine, che hanno un ruolo primario nell’inibire la percezione del dolore. Inoltre, è stato osservato che questo porta dei miglioramenti a livello delle funzioni cognitive, in quanto vengono attivati la memoria a breve termine, la corteccia prefrontale e il controllo della pianificazione a lungo termine degli errori.

Nello specifico lo studio seleziona 54 ultrasessantenni con problemi cognitivi che poi vengono divisi in due gruppi: l’uno che viene sottoposto ad attività inerenti al canto, l’altro di controllo in attività inerenti alla pittura. Entrambi, infatti, sono attività artistiche e di svago, che possono essere eseguite in gruppo e che prevedono un progetto finale.

Prima di iniziare la ricerca tutti i soggetti sono stati sottoposti ad una valutazione che delinea la diagnosi e la fase di Alzheimer, il livello di dolore cronico, lo stile di vita, i fattori demografici, la propensione artistica e musicale, il livello di autostima e le componenti neuropsicologiche.

Per quanto riguarda le attività musicali i compiti da eseguire erano il riscaldamento della voce e l’apprendimento di quattro brani musicali, mentre l’intervento di tipo artistico consisteva nel vedere dipinti famosi, creazione di quadri ed esposizione di opere realizzate.

I risultati di questo studio hanno dimostrato che i pazienti sottoposti all’uso del canto e della pittura hanno avuto un miglioramento significativo per quanto riguarda il dolore, i disturbi del tono dell’umore, la qualità della vita e l’autostima. Quello che è interessate, però, è che nelle persone affette da Alzheimer l’uso del canto ha fatto si che vi fossero dei risultati positivi soprattutto nell’ambito della memoria episodica. Questo è dovuto al fatto che la memorizzazione dei testi insieme alla musica sono in grado di stimolare le reti neurali coinvolte nella memorizzazione verbale.


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Musica: tra emozioni e ricordi

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Emozioni. La musica, se definita come uno stimolo emozionale, può essere considerata come molto complessa e capace di suscitare emozioni in modo diverso.  Queste possono essere determinate sia dalla struttura stessa della musica che dal contesto in cui questa è inserita.

Quali sono i meccanismi determinati che fanno sì la musica susciti delle emozioni?

I meccanismi che fanno si che le emozioni possano essere determinate dai brani musicali sono il tronco cerebrale, il condizionamento, il contagio emotivo, l’immaginazione visiva, la memoria episodica e le aspettative musicali.

Partendo dal tronco encefalico, questo ha la funzione di cogliere le caratteristiche acustiche più importanti del brano musicale, tramite lo stesso meccanismo con cui i suoni improvvisi determinano un’attivazione del sistema nervoso centrale.

Per quanto riguarda il condizionamento, invece, un’emozione può essere scatenata da un brano musicale poiché questo è più volte associato ad aventi positivi o negativi.

L’emozioni di un brano sono anche legate al cosiddetto contagio emotivo, in cui l’ascoltatore percepisce le emozioni che la musica vuole trasmettere e le “mima” internamente, attraverso la mediazione dei neuroni a specchio. Alcuni studi hanno osservato che è possibile percepire le emozioni altrui sentendo solamente la loro voce e quindi associando ad un determinato tono una certa emozione. La voce, infatti, è in grado di esprimere emozioni tramite la regolazione della frequenza, dell’intensità e di alcuni pattern temporali o ritmici. La musica suscita emozioni poiché è caratterizzata da quelle stesse strutture che sono presenti anche nel linguaggio parlato e che permettono di esprimere le emozioni.  Infatti, come un discorso pervaso dall’emozione della rabbia ha un ritmo veloce e un’intensità alta allo stesso tempo un brano musicale per suscitare la rabbia ha le stesse caratteristiche. Questo rende la musica un efficace strumento per suscitare e trasmettere emozioni, poiché il cervello risponde in modo automatico ad alcune caratteristiche universali ed innate.musica, emozioni, ricordi

Un altro modo per suscitare emozioni è l’immaginazione visiva, poiché l’affiorare di particolari immagini nella mente durante l’ascolto di un brano musicale provoca emozioni associate all’immagine stessa. Si pensa infatti che un’emozione possa essere determinata dalla comparsa di immagini particolari che il brano suscita.  Questo meccanismo si presenta in assenza di stimoli sensoriali rilevanti ed è stato dimostrato che i brani musicali sono particolarmente efficaci nell’indurre immagini visive. Ci sono, poi, dei temi che ricorrono nelle immagini evocate dalla musica, come la natura o fluttuare nello spazio, probabilmente perchè alcune caratteristiche del brano sono più efficaci nello stimolare vivide immagini.

La memoria episodica invece si riferisce ad un processo che avviene nel momento in cui  un brano musicale evoca il ricordo di un evento particolare vissuto dalla persona che ascolta. Tramite la memoria episodica le emozioni si manifestano poiché un brano musicale riporta alla mente ricordi specifici e connessi con determinate emozioni. Secondo alcuni studi, si pensa che i ricordi che riaffiorano tramite la musica siano legati alle relazioni sociali, ma in realtà si associano a qualsiasi tipo di evento come una vacanza o un concerto. Nei bambini, ad esempio, la memoria episodica si sviluppa molto lentamente nell’età prescolare, mentre negli anziani è il primo tipo di memoria che inizia a peggiorare.

Infine, l’aspettativa musicale, fa riferimento al meccanismo con cui l’emozione viene provocata nell’ascoltatore grazie ad una specifica struttura del brano musicale che può confermare o cambiare le aspettative dello stesso. Durante l’ascolto di un brano le emozioni provate non sono sempre le stesse ma hanno dei picchi o dei minimi, con momenti emotivamente forti che durano per pochi secondi. Nel caso in cui l’ascoltatore si sia creato un’aspettativa che poi viene confermata, l’emozione risulterà positiva, nel caso contrario sarà negativa o di sorpresa.


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Musica live o musica registrata?

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Movimento. Chiunque di noi sia fan di un cantante potrebbe rispondere che tra scegliere di ascoltare la musica seduto comodamente in casa o scatenarsi in un concerto, sicuramente sceglierebbe la seconda. Quale potrebbe essere il motivo, se pensiamo pure che dall’altra parte ci sarebbe la possibilità di sentirla comodamente distesi sul proprio divano?

Prima di tutto uno dei motivi potrebbe essere il maggior coinvolgimento che lo spettatore ha con gli altri membri del gruppo.  Infatti, quando si è ad un concerto la persona non si sente soltanto uno spettatore, ma parte integrante dello spettacolo, grazie proprio alle emozioni e ai movimenti corporei che vengono suscitati dalla musica dal vivo. L’ascolto dell’musica porta a muoversi e questo è determinato dalle connessioni tra le aree uditive e motorie del cervello, la cui associazione può essere misurata attraverso le oscillazioni neurali.

In particolare, i movimenti della testa rappresentano le emozioni percepite in quel momento di coinvolgimento e possono consentire più facilmente il legame con le persone circostanti.

Un altro aspetto interessante è il fatto che la musica che si ascolta al concerto è imprevedibile e questo fa si che vengano aumentati i sentimenti di attesa e coinvolgimento da parte del pubblico che vi assiste.

Cosa hanno dimostrato gli studi rispetto alla connessione tra movimento e musica?

Rispetto a questo è stato fatto uno studio, in cui gli sperimentatori hanno osservato l’esperienza delle persone al concerto live, ponendo l’ipotesi per cui solo il fatto di far parte di un concerto fa vivere più positivamente l’ascolto della musica. La tecnica utilizzata è quella motion capture, un sistema di telecamere emittenti luce e di marcatori di materiale riflettente che sono in grado di rilevare i movimenti con massima precisione. Questa tecnica è stata utilizzata al fine da poter comparare le risposte derivanti dal movimento della testa del pubblico in termini di coinvolgimento durante un concerto live con un concerto registrato con le stesse canzoni, ma senza gli esecutori. Inoltre, l’altro parametro considerato era di capire se la persona del pubblico fosse o meno fan dell’artista. In quest’ultimo caso, l’aspetto dell’emotività avrebbe dovuto essere ancora più importante.

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Facendo questo esperimento si è visto, che i movimenti della testa sia nei fan che negli ascoltatori neutrali erano più vigorosi quando il concerto era dal vivo rispetto a quando l’album era registrato. In ogni caso, però, il movimento della testa dei fan era più forte rispetto a chi non lo era.  Il livello più alto di coinvolgimento era dovuto ad una maggiore familiarità con il genere musicale, mentre il maggior movimento della testa era dovuto ad un maggiore riscontro fisiologico dell’imprevedibilità del live, e una maggiore connessione con gli artisti e con la loro musica durante il concerto dal vivo.

Inoltre, era stato notato che non si osservavano differenze tra coloro che avevano una formazione musicale da chi non l’aveva per quanto riguarda il vigore del movimento e la sincronizzazione e le risposte automatiche al ritmo. Lo studio, quindi, dimostra che oltre alle caratteristiche acustiche della musica, anche i fattori ambientali e personali possono influenzare in movimento stesso. In particolare, la familiarità con l’esecutore e lo stile musicale ha portato a un aumento del movimento e del coinvolgimento, mentre la performance dal vivo in sé ha portato a un aumento significativo del vigore delle movenze del capo, generando il movimento sincrono tra il pubblico e dunque la prosocialità.

 


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Ikigai, il Senso delle nostre giornate

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La cultura giapponese ha un termine prezioso, denso di significato, che noi Occidentali potremmo utilizzare per descrivere una sensazione che per ora non ha un nome. Questa parola è Ikigai. In 6 lettere e 3 sillabe si cristallizza, secondo il popolo nipponico, quella sensazione di avere un senso che determina le giornate, che ci fa balzare fuori dal letto la mattina e che rappresenta la nostra ragion d’essere.

Tutti, secondo la cultura giapponese, hanno un loro ikigai, che in certe zone assume anche il significato della persona di cui ci si è innamorati. Tutti sono innamorati di qualcosa, hanno una passione travolgente, provano un fuoco dentro che li trascina fuori dal letto. Tutti noi ci siamo svegliati almeno una volta nella vita già motivati, pronti a dare tutto per la giornata che si stava prospettando. State lavorando ad un progetto? Avete una deadline aziendale a breve? I vostri pensieri sono totalmente focalizzati su un solo canale? Se vi sentite o siete stati in una qualsiasi di queste situazioni allora conoscete quella sensazione che poeti, scrittori e filosofi hanno descritto per secoli: l’avere una ragione che dà senso al vostro esistere.

In una prospettiva psicologica, l’Ikigai sembra avere un impatto profondamente positivo sulla vita delle persone. “Uno studio sulla longevità ha dimostrato che, insieme ad altri fattori quali un sonno sano di 7 ore e un’attività fisica costante l’ikigai assicurava una maggior prospettiva di vita in una coorte di anziani. Avere un motivo per cui alzarsi e un qualcosa in cui credere aumenta la vita.” spiega la dott.ssa Anna Cantagallo.

In effetti, tutto il mondo manageriale si basa sull’enfatizzare l’importanza dell’obiettivo. Un leader costruisce un team di successo quando ha una vision solida e, soprattutto, un punto a cui arrivare. Questo scatena una forte motivazione a lavorare assiduamente tutti i giorni della propria vita per poter raggiungere una meta. Proust, per quanto gli fosse facile scrivere, ha dovuto lavorare anni per i suoi libri. Monet lo stesso per i suoi quadri. La meta? Dire, con un’espressione artistica, che cosa volesse dire per loro essere umani. A questo desiderio si aggiunge, quindi, un forte lavoro, una tenacia giornaliera per raggiungere il risultato. Anzi: questo capacità lavorativa è in prima linea determinata dall’ikigai stesso. Il manager che vuole ottenere un’alleanza lavorerà giorno e notte per riuscirci. La parola scopo può forse farci meglio capire il significato pieno di ikigai: ‘scopo’ viene dal greco skopèo, che anticamente indicava un bersaglio, il punto su cui puntare. Il porto verso il quale far attraccare la barca della nostra azienda.

Identificare il proprio ikigai può rivelarsi un esercizio estremamente utile. Conclude Anna Cantagallo: “Se prendiamo come riferimento l’immagine, ciascuno dei quadranti ci presenta alcune domande implicite:

  • Che cosa ci piace davvero fare? Per cosa ci brillano gli occhi?
  • Cosa serve al mondo? Posso procurarlo in qualche modo?
  • Quanto penso valgano i miei sforzi? Qual è la giusta retribuzione economica per il mio lavoro?
  • Cosa so davvero fare bene? In cosa sono un maestro?”

Come osserviamo, ciascuna di queste quattro domande determina un campo: passione, missione, vocazione e professione. Questi quattro campi, quando ottimamente compenetrati tra di loro ci dicono qual è il nostro ikigai.

Esso, dunque, coniuga ciò che sappiamo fare con ciò che amiamo fare, in un’ottica di soddisfazione egoica con implicazioni sociali.

Questa ragione d’essere l’aveva già identificata Goethe quando definì l’uomo un Sinngeber (tedesco: donatore di senso). Siamo tutti dei donatori di senso. Doniamo significato ad un’esistenza che, nella sua visione più razionale, ne è priva. E così, dando senso al mondo, diamo senso a noi e al nostro camminare qui.

Ancora seduti sulla sedia? Uscite a trovare in vostro Ikigai. È fuori dalla porta.


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Lo Space Planning e la sua influenza sulla produttività aziendale

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Può la disposizione degli spazi avere un’influenza attiva sulla produttività della nostra azienda? Occorre rivoluzionare il modo di concepire lo spazio aziendale ponendo al centro dei progetti di ristrutturazione, ri-disposizione e ri-ideazione dell’ambiente le risorse umane. Un tentativo di riprogettazione aziendale tolemaica; con noi al centro.

L’interior design della nostra azienda è fondamentale. Esso permette ai nostri collaboratori di avere una precisa idea di dove sono gli spazi di lavoro e dove sono gli spazi di relax, dove si trova il capo e dove i suoi colleghi. La serie tv Mr. Robot mostra il protagonista Elliot lavorare in un’azienda di sicurezza cibernetica, la Allsafe, il cui interior design è impeccabile. Non solo la stanza del responsabile è chiaramente distinta dalla altre, così come la stanza per le riunioni, ma vi è una luce diffusa in maniera perfetta, che colpisce in maniera netta ma gentile ogni spazio di lavoro. L’intento è chiaro: la Allsafe vuole trasmettere trasparenza, pulizia, limpidezza, organizzazione.

L’interior design dunque, non solo deve ben distinguere i diversi spazi gli uni dagli altri, ma deve anche trasmettere un messaggio. Un’azienda che lavora con il legno dovrebbe essere pervasa da una sensazione di calore ogni qualvolta vi si entri dentro. Un’azienda che lavora nel mondo delle attività marittime dovrebbe ricordare il mare in ogni suo aspetto. Sembrano inezie, ma questi piccoli accorgimenti possono rivelarsi fondamentali: essi rendono visivamente la vision dell’azienda. Il suo progetto e la sua area di interesse vengono esplicitate con i colori.

Un’azienda conscia dell’importanza dello space planning sa anche che l’esterno dell’azienda stessa può rivelarsi incredibilmente utile. I metri quadrati offerti da un giardino sottostante l’ubicazione dell’azienda possono essere utilizzati come estensione della stessa. Lo spazio verde aumenta la percezione della qualità dell’area urbana secondo uno studio pubblicato sul Giornale di Epidemiologia e Salute della Comunità. Questo spazio può anche essere utilizzato per riunioni aziendali di una grana diversa, godendo della Vitamina D prodotta in maggior quantità grazie ai raggi solari e di un’aria molto più pulita di quella offerta dalle quattro mura aziendali.

L’alternativa è portare il verde dentro l’azienda. Sembra infatti che la salute psicofisica dei dipendenti ne possa giovare in maniera evidente. Una ricerca effettuata in Florida ha dimostrato che il contatto con la natura, di qualsiasi tipo, come l’avere una scatola di sabbia o un set di piantine di cui avere cura nel proprio ufficio riduca la percezione dello stress e lo stress stesso, così come i generali lamenti sulla salute espressi dai dipendenti.

Possiamo concepire lo spazio dell’azienda come la riproduzione esternalizzata della mente di un leader. Essa deve essere limpida, organizzata, pulita e permettere così una facile memorizzazione di informazioni. Inoltre, se la stessa mente del leader si presenta senza zone cieche, questa integrità si rispecchierà nella disposizione del suo essere al mondo, quindi nello spazio aziendale. I suoi colleghi ne gioveranno e il clima aziendale farà un salto di qualità.

Riguardo la produttività dell’azienda, un interessante studio pubblicato sul Giornale Americano di Medicina Industriale ha analizzato i livelli di insoddisfazione dei lavoratori di un’azienda e la produttività della stessa, espressa in tonnellate di zinco prodotte per le ore di lavoro, dopo un rinnovo strutturale dell’edificio. I risultati hanno dimostrato come l’insoddisfazione generale avesse subito una netta riduzione in seguito al rinnovo e come la produttività fosse salita di addirittura nove punti percentuali.

“Una miglior organizzazione del nostro workplace si traduce quindi in un aumento della produttività della nostra azienda e, insieme, in un generale miglioramento del clima aziendale” conclude Anna Cantagallo.


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Il Narcisismo delle Piccole Differenze

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Freud, nel suo libro ‘Disagio della Civiltà’ (1929), nel tentativo di un’indagine psicologica dell’apparato sociale coniò il termine Narcisismo delle Piccole Differenze, atto a indicare quelle differenze culturali rivendicate da due o più popoli limitrofi attraverso le quali mostrano ostilità, aggressività e scherno l’uno contro l’altro.

Questa presa di coscienza delle caratteristiche che distinguono me dall’altro, che dicono cosa è Io e cosa non è Io, permette l’autoaffermazione di sè, corollario inevitabile del principio dell’autodeterminazione dei popoli e delle persone. Interpretato da Freud come espressione del principio di piacere, il narcisismo delle piccole differenze era la piena consapevolezza delle proprie particolarità, mostrata con aggressività all’altro secondo arcaici principi di funzionamento della psiche. Un’espressione dello stesso principio (seppur in forma molto più prosaica) lo troviamo nel film Il marchese del Grillo,  quando uno strabiliante Sordi pronuncia l’ormai celebre: “Mi dispiace, ma io so’ io, e voi […]”. Ci siamo capiti.

C’è una regola nel mondo aziendale contemporaneo. Una regola che ben legge le dinamiche del tempo in cui viviamo, sempre mutevoli, sempre diverse: “Chi non si distingue, si estingue”. Un’azienda che desidera sopravvivere necessità di differenziarsi. Di offrire ai clienti ciò che nessun altro offre. Di rappresentare una possibilità di una macchia arancione in un mare blu. Solo così facendo l’azienda potrà elevarsi e essere notata non solo dai suoi clienti, ma anche dalla concorrenza. Ci sono molti piccoli accorgimenti che un leader può mettere in atto per asserire il narcisismo delle sue piccole differenze. Scopriamoli insieme con Anna Cantagallo:

  • Annotare, prima di un colloquio, i desideri del cliente. Questo non solo permette di avere in mente l’esatto obiettivo del nostro cliente, ma anche essere consci di ciò che noi già stiamo facendo per esaudire questi desideri. Il passo successivo è identificare cosa possiamo ancora fare come azienda per arrivare a quegli obiettivi. Conoscere i desideri dell’altro instilla in noi il desiderio di migliorare, che in ultima istanza dimostra al cliente la nostra capacità di adattarsi alle sue esigenze.
  • Mostrare al nostro cliente le diverse possibilità offerte dagli altri competitor. Se mostriamo al cliente che non temiamo di fare il nome della concorrenza potrà fidarsi maggiormente di noi. Questo è indice di trasparenza, poichè fa capire al cliente che siamo pienamente consci di non essere gli unici ad offrire un certo prodotto, ma di essere immersi in una rete di somiglianze. Qui interviene il narcisismo delle piccole differenze: ‘non ho paura di mostrarti cosa offrono gli altri e rispetto i loro prodotti, ma ciò che offro io è chiaramente migliore.’
  • Essere creativi. Questo perchè copiare un prodotto già presente nel mercato non aiuta nessuno. Prima di tutto, se la nostra azienda è arrivata così facilmente a notare un certo prodotto e vuole proporlo uguale ai suoi clienti, cosa toglie la possibilità che altri competitor facciano esattamente lo stesso? Nulla! Secondo, se il prodotto non funziona siamo a punto e a capo. È invece un atto imprenditoriale vedere quale fetta di mercato funziona e avviare un’azienda che si differenzia dagli altri.
  • Porsi 4 domande fondamentali. Come attrarre nuovi clienti? Come convertire nuovi contatti in clienti? Come fidelizzare i clienti? Come differenziarmi dalla concorrenza? Una volta risposto a questa quattro domande fondamentali, la nostra azienda sarà effettivamente conscia di quello che può offrire, di come farlo, di come garantirsi clienti a lungo termine e di come interpretare il mercato e le offerte della concorrenza. In tutto ciò, asserire le proprie differenze, ciò che la rende speciale da tutto il resto.

Sembra difficile? Tutto ciò parte in realtà da un principio molto semplice: La diversità è bellezza.

Quindi siate diversi. Più che potete; oltre ogni confine. Diverso, ergo sum.


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La Rivoluzione Antropologica dei Millennials

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C’è un termine che impera nel mondo aziendale di oggi: Millennials. Con questa parola si intende quella generazione di ragazzi nati tra l’inizio degli anni ’80 e gli anni 2000 e che ora già lavorano o si apprestano a lavorare dopo lunghi anni di studio. Chiamati Generazione Y (perchè venuti dopo la Generazione X, nata tra il ’61 e il ’79) o Baby Boomers, sono secondo Goldman Sachs  la generazione più numerosa degli Stati Uniti, 92 milioni contro i 61 milioni della Generazione X. Una generazione strana, particolare, contraddittoria e per questi motivi intrinsecamente oggetto di odio, ammirazione o semplici sguardi interessati.

Perchè il loro nome è diventato d’uso così comune? Perchè oggi dire Millennials vuol dire futuro. Sono i Luciferi degli anni ’10, che portano la luce di un un nuovo modo di pensare l’azienda, di concepire il lavoro, di trasmettere messaggi. Hanno intenzioni e attenzioni differenti rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti. Rispettano l’ambiente, sono consci delle implicazioni delle loro azioni, mangiano bio e fanno meno sesso di chi li ha preceduti. Quest’ultimo punto è in particolare interessante: le relazioni virtuali hanno preso il posto di quelle reali e si preferisce uno scambio di messaggi alla poesia del fare.

Questa è la grande caratteristica di diversità dei Millennials: il loro rapporto con la tecnologia. Vivono in media il 75% del loro tempo connessi ad internet e hanno sostituito la realtà di carne con quella del web. D’altro canto, questa costante ruminazione nella rete li ha portati a esperire nuove modalità di scambi interpersonali, quale il crowdfunding (raccoltà di offerte online per lanciare un progetto), solo una delle infinite possibilità offerte dal mondo virtuale per organizzare e far partire progetti che nelle realtà non aumentata richiederebbero una burocrazia lunghissima e tempi molto dilatati per trovare i giusti partner. Il web, dunque, rappresenta la croce e la delizia dei Millennials. Dipendenti dal rush di dopamina prodotto dall’abuso del web nell’intessere relazioni e inscindibilmenti legati ad esso per il loro lavoro, il loro studio, il loro stare al mondo.

Dipendenti da una necessità, sono le generazione dei Crocefissi della Rete.La rivoluzione che loro stanno apportando nei workplace di tutto il mondo è palpabile e le loro concezioni riguardo il mondo del lavoro sono complesse. Le novità da loro introdotte riguardano diversi ambiti:

  • Condividono tutti il sogno del posto fisso (il Millennial Dream) e, essendo la generazione più istruita di sempre (54% di laureati), si aspettano una buona remunerazione per i loro sforzi. Sono convinti che il loro lavoro debba essere pagato bene in virtù delle loro abilità e dei loro anni di studio. Inoltre, tendono a cambiare spesso posto di lavoro. Se un workplace non li soddisfa, tendono ad abbandonarlo per cercare di sfondare da un’altra parte. Essi traspongono questo desiderio nella ricerca di impieghi all’estero, in cui sono previste mobilità, alti profitti e l’esperienza di un ambiente nuovo.
  • Accelerano con ogni mezzo la crescita professionale. Sono giovani pieni di voglia di fare, veloci nel problem-solving e abili nel multi-tasking. Si addentrano come serpi nel cespuglio della rete e ne escono vincitori. Barclays, ad esempio, offre tirocini extra-curricolari per far crescere i suoi dipendenti in un’ottica primatica.
  • “Tendono a mantenere una relazione orizzontale con i loro colleghi, e preferiscono una condivisione di informazioni (sharing) rispetto all’imposizione di comandi. Nell’epoca dell’”evaporazione del Padre” come l’ha definita lo psicanalista Lacan, i giovani sembrano preferire le relazioni interpersonali in cui vince la capacità di networking e in cui tutti mettono lo stesso impegno per raggiungere un obiettivo.” Aggiunge Anna Cantagallo.
  • Applicano lo smart working: sono disposti, lavorando spesso al computer, a lavorare da casa. Non c’è nemeno bisogno di accenderlo per connettersi. Se un collega chiede di visionare una mail lo si può fare sempre, anche sul tram o per strada.

“D’accordo: non tutti i Millennials sono così. Ponderiamo queste abilità con il loro contraltare. Ci sono ragazzi che non reggono le critiche perchè, essendo abituati alla virtualità, non hanno mai affrontato il mondo. Altri non conoscono il valore educativo dell’errore e la possibilità di rialzarsi dopo una caduta perchè cresciuti in un’ottica di costante performance.” conclude Anna Cantagallo.

Mario Draghi, inoltre, in un discorso tenuto nell’Aprile del 2016 al Parlamento Portoghese, definì un altro grande problema di questa generazione: la disoccupazione. Disse: “Nonostante sia la generazione meglio istruita di sempre, i giovani di oggi stanno pagando un prezzo troppo alto per la crisi. Per evitare di creare una “generazione perduta”, dobbiamo agire in fretta”. Questa “Lost Generation” ricorda quella di Hemingway e Picasso nella Parigi degli anni ’20. I Millennials hanno il sogno del posto fisso, lo rincorrono cambiando mille lavori ma vivono in un mondo che offre loro poco. Il livello medio di disoccupazione è del 22% nell’Eurozona e addirittura del 37,9% in Italia. Da questa mancanza di prospettive un ragazzo se ne può uscire in tre modi:

  • Accetta la situazione e si preclude gli orizzonti di possibilità;
  • Si trasferisce all’estero in una reazione reattiva contro il suo ambiente;
  • Si rivolge alla rete e cerca un modo diverso di sfondare;
  • Crede fortemente nei propri sogni e cerca di sfondare nonostante tutto.

I Millennials sono il futuro delle nostre aziende ed in certi casi già il presente. Pronti a sfidare un mondo ostile nel periodo storico che offre loro il maggior numero di possibilità.

Basta essi siano pronti a coglierle e sfruttarle, così da non soffocare nell’ingiusta ignominia di essere una generazione mal vista.

Probabilmente, tra 20 anni non si parlerà più dei Millennials perchè saranno al posto della generazione che stanno tentando di diventare. La loro ‘fama’ è dovuta proprio a questa rivoluzione antropologica che stanno apportando ed al corollario che involontariamente suscitano: la lotta intergenerazionale tra novità e dinosauri.


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