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Cyber-bullismo. Prevenzione delle molestie in rete

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Cyber-bullismo. Il lavoro di prevenzione e l’eventuale intervento sul cyber-bullismo dovrebbero derivare dall’azione congiunta di scuola, famiglia e della comunità. In particolare, nell’ambito scolastico, gli insegnanti dovrebbero creare un clima che scongiuri e punisca il cyber-bullismo, che educhi gli studenti a non essere indifferenti a questa forma di molestie e di ricorrere in aiuto ai compagni in difficoltà per denunciarne la presenza. Per quanto riguarda il bullismo Olweuse collaboratori nel 1999 hanno proposto un programma, il “Bulliyng Prevention Program” (BPP), progettato per affrontare i problemi di bullismo a scuola. Esso consiste in un maggior coinvolgimento di insegnanti e genitori nel sistema scolastico al fine di aumentare la consapevolezza della gravità del cyber-bullismo e consolidare il controllo e la vigilanza degli studenti con l’obbiettivo di limitare i comportamenti molesti, attraverso regole rigide contro il bullismo che prevedono punizioni coerenti alla trasgressione del regolamento puntando sulla promozione di modelli comportamentali positivi.

Il BPP viene quindi utilizzato anche nei casi di cyber-bullismo con intervento a livello scolastico attraverso il quale debellarlo, anticiparne lo sviluppo e creare migliori relazioni tra pari. Secondo il manuale del cyber-bullismo per gli insegnanti, curato dall’Università degli studi di Napoli nel 2012, gli insegnanti a scuola dovrebbero dunque:

  1. Includere lezioni sul cyber-bullismo per attivare le competenze sociali e educare alla risoluzione dei conflitti attraverso il miglioramento delle capacità di decisone, di problem-solving e le abilità comunicative degli studenti, focalizzandosi sui valori della gentilezza e rispetto per l’altro.
  2. Dare specifiche linee guida su come prevenire e fermare il cyber-bullismo.
  3. Perfezionare il clima sociale nella classe.
  4. Educaregli adolescenti come rispondere e, più importante, quando ignorare i cyber-bulli e le forme di prevaricazioni online.
  5. Istruire tutti gli studenti circa l’importanza di parlare, fornire assistenza alle vittime e segnalare gli incidenti di cyber-bullismo.
  6. Rafforzare gli adolescenti per prevenire in modo indipendente e rispondere alle preoccupazioni sul cyber-bullismo e la sicurezza in internet.
  7. Cooperare con la famiglia per educare degli adolescenti a sviluppare capacità quali l’autocontrollo e la preoccupazione per il benessere degli altri.
  8. Programmare interventi individuali e di sostegno psicologico per gli studenti coinvolti nel bullismo o nel cyber-bullismo, sia come bulli sia come vittime.
  9. Provvedere un sostegno continuo alla vittima per affrontare il malessere inflitto dal bullo e cercare di insegnarle efficaci metodi per prevenire e gestire il cyber-bullismo.
  10. Cooperare con chi commette queste forme di prevaricazione: gli insegnanti dovrebbero esplorare le ragioni per cui gli studenti si comportano in questo modo e perché molestano gli altri online.
  11. Programmare attività che promuovano la capacità di assunzione di competenze e l’empatia, aiutare chi usa la rete per aiutare il bullo a comprendere e sperimentare.”

Il dipartimento di psicologia di Napoli con la collaborazione dell’Università di Cipro, di Tessalonica e di altri enti, ha creato il progetto “TABBY”(Valutazione della minaccia di cyber-bullismo nei giovani) nato per tentare di ridurre le difficoltà incontrate nella quotidianità da insegnanti, istruttori, educatori, dirigenti scolastici, genitori e correlate all’uso improprio della rete e dei nuovi dispositivi digitali da parte dei giovani. Il suo scopo è quindi di combattere il cyber-bullismo in modo più mirato, insegnare a ragazzi e ragazze a non trovarsi nei guai nell’utilizzo della rete, cercando di fornire strumenti e informazioni utili a insegnanti e genitori per comprendere i segnali premonitori e non sottovalutare i problemi quando si presentano.

Il materiale previsto dal progetto TABBY sono i video e la TABBYcheck-list.

Nella check list si chiedono, ai ragazzi e alle ragazze, informazioni su quello che succede loro a scuola e sull’utilizzo che fanno di internet. Le risposte che forniscono sono utili a stimare in che misura i loro comportamenti nella vita reale e in internet li pongono a rischio di agire o subire le molestie online. Alla fine della check-list il ragazzo ottiene un punteggio che gli consentirà di sapere se è a rischio di essere coinvolto in queste dinamiche e di ottenere consigli per non cadere nel cyber-bullismo. TABBY è quindi uno strumento interattivo utile per capire cosa sta accadendo ai ragazzi nella loro vita online e che livello di rischio hanno di subire molestie e minacce in rete che possono limitare la loro libertà e diminuire la qualità della loro vita. I ragazzi possono elencare le risposte nel totale rispetto della normativa vigente sulla privacy il TABBY online all’indirizzo www.tabby.eu. Per quanto riguarda i video, il dvd è formato da 4 brevi filmati di animazione, utili per spiegarecosa accade quando nella rete o con i cellulari si sminuisconoi potenziali rischi. I video sono destinati ai ragazzi e vengono poi discussi con loro i contenuti e le possibili soluzioni.


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anosognosia

Anosognosia. Un deficit nella sfera della consapevolezza

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Anosognosia. Un deficit nella sfera della consapevolezza

Anosognosia. Nel 1895 Von Monakov descrive il caso di un paziente con cecità corticale a causa di una lesione nelle aree primarie della vista. Ciò che faceva risaltare questo paziente era la mancanza di coscienza riguardo il suo deficit. Solo nel 1914, quando Babinski presenta alla Società di Neurologia di Parigi il caso di due pazienti con emiparesi destra e con assenza totale di consapevolezza del loro difetto motorio, la comunità scientifica ha preso coscienza di questa patologia. L’anosognosia (o nosoagnosia) è un disturbo neuropsicologico che consiste nell’incapacità del paziente di riconoscere e riferire di avere un deficit neurologico o neuropsicologico. Più precisamente, il paziente non è consapevole del suo stato di malattia, manifestando invece la ferma convinzione di possedere ancora le capacità che in realtà ha perso in seguito a lesione cerebrale. Se messo a confronto con i suoi deficit, il paziente mette in atto delle confabulazioni oppure delle spiegazioni assurde, incoerenti con la realtà dei fatti.

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sonno

Sonno. La lunga storia del sonno: sogni, culture e tradizioni a confronto

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Sonno. La lunga storia del sonno: sogni, culture e tradizioni a confronto

Sonno. Come si è evoluta la storia del sonno nel corso dei millenni? In questo articolo cercheremo di delineare la storia di ciò che Shakespeare definì the “honey-heavy dew of slumber”, la rugiada simil-miele del sonno, quell’ esperienza umana di “abbandono del proprio corpo” e viaggio intracerebrale che i ricercatori stanno ancora cercando di approfondire in maniera strutturale nei laboratori di neuropsicologia, per arrivare a capire l’utilità biologica di questa scelta apparentemente orfana dell’istinto di sopravvivenza che occupa un terzo della nostra vita, cercando di sfilacciare la trama dei meccanismi di funzionamento del suo mistero più profondo:  i sogni.

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Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

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Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Medicina potenziativa. È quella parte di medicina che si dedica all’intenzionale modifica e al potenziamento del naturale funzionamento psicofisico dell’uomo.

È il frutto di un cambiamento di paradigma, per il quale le tecniche che vengono impiegate nell’individuo malato o deficitario per riportarlo ad un stato di funzionamento considerato normale, sono utilizzate nel soggetto sano, concentrandosi sulla possibilità di affinare il valore della performance umana in ogni ambito, anche l’apparenza:

si passa, quindi, dalla restitutio ad integrum della terapia alla transformatio ad integrum della medicina potenziativa.

Inoltre, a differenza della cura, che termina quando il paziente è guarito, il potenziamento è potenzialmente sempre attuabile, ad ogni età: è limitato solo dal progresso tecnologico e dalle conoscenze.

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Questo processo di cambio di paradigma è stato accelerato dalla rivoluzione del rapporto medico-paziente a causa della diffusione universale delle informazioni resa possibile da Internet e con essa, è cambiato anche il concetto di salute, ora molto più affine a quello di benessere, che contiene una componente soggettiva.

L’accezione comune del termine “medicina”, però, può allontanare dal reale significato di medicina potenziativa, infatti non vengono adoperati esclusivamente farmaci, anzi spesso sono esercizi, i quali vanno a potenziare abilità che hanno un effetto a livello della quotidianità.

È possibile, ad esempio, perfezionare la propria capacità di multitasking tramite una serie di training per migliorare la propria performance sia in ambito professionale che nella vita quotidiana.

Inoltre non si tratta di una “invenzione” futuristica come l’immaginario comune pensa, infatti vi sono diverse forme di potenziamento tradizionale che vengono praticate da secoli, tra cui lo yoga, per migliorare il benessere psicofisico della persona, e il caffè, per tenere alta la concentrazione e, in generale, potenziare le funzioni esecutive.

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Forme più recenti di “human enhancement” – il termine usato in campo internazionale – annoverano, ad esempio, l’utilizzo di integratori, che nell’ambito della medicina potenziativa vengono utilizzati per prevenire o per incrementare per es. la massa muscolare, o la stimolazione magnetica transcranica, che consente di conseguire un miglioramento nei compiti di apprendimento procedurale e motori e anche nel consolidamento della memoria dichiarativa durante il sonno, come descritto in un articolo pubblicato su PubMed (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19543814).

BrainCare crede nell’utilità della medicina potenziativa e, attraverso le aree in cui è articolata, risponde ai bisogni e alle richieste di tutti.

BrainPower (https://www.braincare.it/area-espansione/) è rivolta soprattutto a imprenditori e atleti, ma anche a chiunque voglia potenziare le proprie abilità sensoriali, cognitive, emozionali e motorie per conquistare più velocemente i propri obiettivi nel breve e lungo periodo.

BrainFood (https://www.braincare.it/area-benessere/) è l’area dedicata del benessere della persona, dall’analisi del ritmo sonno-veglia per una migliore qualità del sonno e, di conseguenza, una maggiore efficienza giornaliera, all’Ossigeno-Ozono-Terapia (OOT) tramite la quale il sangue e gli organi, cuore e cervello compresi, vengono ossigenati.

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Di solito quest’ultima viene impiegata per trattare diverse patologie virali, dermatologiche e cardiovascolari e che nell’ambito della medicina potenziativa viene applicata nell’individuo sano per incrementare la resistenza cognitiva, l’autocontrollo emozionale e le difese immunitarie soprattutto sotto stress.

Inoltre il potenziamento di funzioni esecutive può essere raggiunto anche attraverso programmi nutrizionali particolari come la Dieta Mima Digiuno DMD del prof. Valter Longo, che con un breve periodo di 3 giorni in cui si simula appunto il digiuno si raggiungono risultati cognitivi notevoli a breve e a lungo termine, assieme ad una maggiore creatività e un effetto anti-aging.

L’area BrainCare (https://www.braincare.it/area-clinica/) è adibita, oltre alla valutazione dei livelli delle funzioni cognitive, soprattutto al miglioramento della working memory e, quindi, delle capacità di multitasking, ragionamento e calcolo.

Se, invece, desiderate allargare le vostre conoscenze sulle funzioni cognitive, il consiglio è quello di visitare l’area BrainAcademy (https://www.braincare.it/area-formazione/), per consultare i corsi che BrainCare propone e scegliere quelli più idonei ai vostri interessi.

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Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

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Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

Resilienza: una risorsa per il manager

La capacità di affrontare situazioni di crisi e l’abilità di “utilizzare” nuove risorse personali per rispondere adeguatamente a nuove richieste ambientali viene chiamata in psicologia resilienza, termine preso in prestito dalla metallurgica per indicare la resistenza di un metallo alle forze che vi vengono applicate.

Da qualche anno anche nel modo del lavoro i top manager parlano di processi di resilienza.

Proprio come le persone, ogni organizzazione ha le proprie caratteristiche (assetti organizzativi, modus operandi, dinamiche interne e radici) e pertanto i progetti di resilienza organizzativa dovranno essere sistematici e operare in diversi livelli persone, struttura e processi.

Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

“Il primo target su cui intervenire per favorire la resilienza organizzativa sono i team, la resilience management è infatti un’azione collettiva implementata dal gruppo con micro obiettivi costruiti su alcune capitali competenze che rappresenteranno la struttura portante del nuovo team:

la solidarietà, il sostegno reciproco, l’empowerment e il senso di comunità, l’autocontrollo e l’auto-organizzazione.” spiega Anna Cantagallo

Un team formato e costruito su queste competenze sarà allenato a prevenire le crisi, all’utilizzo efficiente delle risorse a disposizione e ideare innovazione low cost liberando l’ingegno collettivo.

I laboratori di formazione del nuovo “team resiliente” saranno progettati allo sviluppo di una mentalità resilience oriented dove le persone saranno in grado di anticipare mentalmente le difficoltà future e di applicare, in una sorta di role playng, le risorse personali e di gruppo.

Il team resilience oriented sarà in grado di controllare in anticipo l’efficacia delle strategie di fronteggiamento delle crisi, di attivare politiche di contenimento (circoscrivere i danni e l’ansia durante le emergenze da gestire), cogliere i piccoli segni anticipatori della crisi prima che siano evidenti, ridimensionare e avere più chiavi di interpretazioni dei problemi e delle possibilità di superarli. Tutto questo per trasformare le crisi in opportunità di rinnovamento.

Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

Quali sono le competenze fondamentali richieste ad un team resiliente? Conclude Anna Cantagallo: “Sette sono i punti capitali:

  • Inclinazione all’aiuto reciproco e alla solidarietà
  • Avviamento ai valori condivisi e senso di responsabilità sociale
  • Senso di fiducia nel costruire una progettualità, anche a fronte delle scarse risorse
  • Capacità di imparare dalle esperienze difficili
  • Guidare positivamente le emozioni negative proprie ed altrui
  • Potenziare le differenze soprattutto inter-generazionali
  • Mantenere il focus sugli obiettivi da raggiungere e sulle strategie da impiegare.”

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Resilienza - come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

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Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

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Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Lasciare un’eredità, cosa e come lasciare.

“If anyone could have saved me, it would have been you. Everything’s gone from me expect the certainty of your goodness. I can’t go on spoiling your life any longer. I don’t think two people could have been happier than we’ve been.”

“Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se ne sta andando da me, eccetto la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a sfruttare la tua vita. Non penso che due persone abbiano potute essere più felici di quanto lo siamo stati noi.”

(Virginia Woolf – Lettera di suicidio)

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Esiste un film straordinario chiamato ‘The Hours’, in cui si replica il finale di vita di Virginia Woolf, una delle scrittrici più famose e apprezzate della letteratura anglosassone.

Essa morì suicida il 28 marzo del 1941, dopo aver combattuto per anni contro un disturbo bipolare di tipo 2, caratterizzato da episodi depressivi e ipomaniaci, seppur senza eventi maniacali.

Nella lettera di addio alla vita, scrisse al marito che ormai le voci (allucinazioni uditive) stavano riapparendo e sentiva mancare le forze necessarie per riuscire a rimanere sana di mente.

Nella realizzazione dell’imminenza della fine, capisce che tutta la felicità della sua vita derivava dal rapporto con il marito e sceglie, in questo tragico modo, di mostrare gratitudine nei suoi confronti.

Virginia decide di andarsene con una frase dolce, lapidaria e diretta, regalando al mondo della letteratura un’ultima frase imperlata di bellezza.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

La scelta della Woolf dimostra una volontà di abbracciare la morte con una forte quota di assertività.

Una decisione presa facendo ciò che meglio le riusciva e che meglio esprimeva ciò che lei era nella sua più profonda natura: una scrittrice. Adoperando il mezzo che meglio le si confaceva, la Woolf ha scelto di non lasciare un’eredità monetaria o un manufatto come testamento finale, bensì una certezza.

La sicurezza, per il marito, di essere stato la causa di tutta la sua felicità. Un lascito impalpabile: un’idea in cui lei credeva.

Come scrisse Giovanni Falcone, eroe e simbolo della lotta alla mafia: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini“.

La lotta di Falcone è attiva ancora oggi, così come sicuramente fece il marito della Woolf con la rappresentazione mentale di sua moglie.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Quando si è sul punto di morire, la vita induce ad una ri-osservazione di qualsiasi azione fatta e decisione intrapresa, sotto una luce di accettazione totale e acriticità.

Si è stati una certa persona e si accetta la multiforme fenomenologia della nostra manifestazione umana fino a quel momento. Ma come lasciare un’eredità? Cosa lasciare di sè? Come lasciarlo?

Generalmente, quando il discorso ‘morte’ entra nelle nostre conversazioni, vi sono due modi per affrontarlo. Il primo è evitare di parlarne.

Questo si rivela in diversi modi: giocare a fare i distratti (non posso pensarci ora perchè sono pieno di cose da fare), la differenziazione (la morte non mi tocca perchè seguo una vita sana), il diniego (le preoccupazioni sulla morte sono esagerate), dilazionare (ci penserò quando sarà il momento) e il distaccamento (sto alla larga da questo pensiero).

Il secondo modo in cui si affronta il discorso morte è collegato, invece, ad una difesa delle risorse dell’Io. L’individuo trova rifugio in una sorta di eroismo autobiografico, dove egli stesso, eroe della sua esistenza, cataloga le belle e mirabili cose che ha fatto o ottenuto o portato a termine.

In questo modo, l’individuo costruisce una figura ideale di sè stesso, così da ricordare i traguardi raggiunti e sapere di poter lasciare qualcosa di tangibile per i posteri.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Il professore della Texas Tech University James Russell, autore di un libro intitolato Inside the Mind of a Bequest Donor, ha condotto una ricerca nella neuro-filantropia, un filone delle neuroscienze che indaga i meccanismi neurali sottostanti la decisione di aiutare gli altri, interessandosi in questo specifico caso dell’atto di lasciare un’eredità in denaro sul letto di morte.

Russell ha comprovato che nel cervello dei donatori di eredità si notava una forte attivazione di due specifiche regioni cerebrali: il precuneo e la lingula. Il precuneo, chiamato anche ‘terzo occhio’ del cervello, è una zona di corteccia collocata a livello corteccia parietale associata alla capacità di riferirsi a se stessi in terza persona.

La lingula fa invece parte del sistema visivo. Un danno a questa regione può provocare la perdita della capacità di sognare. L’attivazione di queste due aree era conseguente alla visione di foto rappresentanti l’intero arco della vita dei partecipanti.

Lasciare un’eredità passava tramite la ri-osservazione del proprio passato, riferendosi a se stessi in terza persona (fatto assolutamente sensato, dato che la persona che si era 30 anni fa è necessariamente diversa da chi si è adesso) e operando un salto nelle memorie autobiografiche, come se si stesse ‘sognando’ il film della nostra vita.

Vivono tre tempi: il passato, il presente della scelta e il futuro della loro simbolica immortalità. Si immergono nel passato nell’atto di divenire un gesto che perduri per sempre.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Nel ri-osservare tutto ciò che si è sognato o fatto o realizzato o portato a termine, si hanno principalmente due diversi sguardi:

  • uno sguardo positivo che rende il racconto di sè a sè stessi una favola degna di narrazione;
  • uno sguardo negativo, in cui domina il modo verbale dell’ “avrei potuto” e dell’ “avrei dovuto,” colmo di rimpianti e rimorsi.

Questi due sguardi portano ad altrettante operazioni di giudizio riguardo le proprie scelte: l’una di accettazione totale di tutto, fino a poter dire “dovessi rifarlo, non cambierei nulla”, l’altra un rifiuto di parti di sè che di conseguenza sono non-integrate e possibilmente fonte di distress quotidiano con risvolti psicopatologici.

La prima operazione di giudizio è un’aspirazione a cui noi tutti dovremmo tendere, per riconoscere che alla fine di questo strano giro di giostra abbiamo lasciato un qualcosa che potrà continuare a vivere anche quando noi moriremo.

Giungere alla consapevolezza di aver generato un lascito, sia questo un manufatto che il nostro partner porterà al collo, una poesia che i nostri cari leggeranno prima di coricarsi, una passione trasmessa ad un figlio, un’idea che camminerà su altre gambe, un sogno che cullerà altre coscienze o le sconquasserà con violenza come un’eco in una valle vuota.

Ecco il vero potenziale del lascito: la possibilità di diventare una eco, che risuoni una musica ri-conoscibile per chi resiste al nostro passaggio.

 Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Come misurare la tua intelligenza spirituale? Quale propensione hai nel lasciare sulla terra e negli altri un segno del tuo passaggio? Vuoi parlarne a te stesso o a noi in BrainCare?

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Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

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Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

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Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Holacracy. Fantasticate di lavorare in un’azienda che vi conceda di assumere un ruolo di prestigio? Diventate il capo di voi stessi con Holacracy.

In italiano Olacrazia, è una nuova forma di organizzazione aziendale immaginata dal programmatore americano Brian Robertson.

Egli, scontento del sistema gerarchico classico delle aziende in cui aveva lavorato ha deciso di fondare la propria azienda, la Ternary Software, e concretizzare la propria idea di management per cui i dipendenti non sono subordinati a nessuno, ma sono fondamentalmente i capi di loro stessi.

Un’idea di management inedita, che lo stesso Robertson ha descritto – almeno nelle sue prime fasi – “un laboratorio”.

Nata con lo scopo di dare risposta a due domande: come implementare e dare realtà alle idee innovative dei dipendenti? Come portarli a progettare ciò che riesce loro meglio?

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Per cercare di dare una risposta pratica alla domanda, Robertson ha innanzitutto cercato di mettere in atto diversi modelli gestionali, tra cui una breve parentesi – poi abbandonata – di sociocrazia, in cui le scelte politiche sono attuate secondo un consenso strutturato, una descrizione molto basilare delle dinamiche interne al partito del Movimento5Stelle.

Successivamente, Robertson ha scoperto la teoria degli oloni: una parola adatta ad indicare, allo stesso tempo, il tutto e una parte.

Da questa parola è stata ideata Holacracy: una commistione ontologica, in cui chi si impegna per far sviluppare un’azienda ne diviene automaticamente direttore, ne è parte e ne è anche il capo.

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Olivier Campagne, al servizio di Arca, un’azienda che opera secondo il modello gestionale proposto da Robertson, spiega che la struttura di Holacracy ricorda i grandi sistemi operanti nel web come Linux, Mac Os, Windows:

essi assegnano le regole di base e chi vi lavora deve solamente rispettarle e adattarsi alle stesse, senza andare in direzione ostinata e contraria rispetto al resto degli utenti.

La descrizione di questa facilità di gestione può far tremare le menti più ordinate: il sistema di Holacracy può sembrare anarchico, esageratamente libero, quasi libertino nel piacere che il dipendente-capo di sé esperisce nella sua auto-gestione.

Campagne dichiara il contrario: “Con Holacracy ho avuto l’opportunità di esprimermi liberamente, attraverso la mia creatività.

Ma l’aumentata responsabilità se, da un lato, è stimolante visto che ti consente di crescere, dall’altro è come fosse uno specchio che riflette te stesso.

A volte è comodo lamentarsi e basta, crogiolarsi nella posizione della vittima. In questa disposizione non è più possibile: quando una dinamica non ti va bene, hai modo di proporre il cambiamento che desideri”.

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Le sue parole tracciano uno scenario in cui il dipendente/capo da una parte beneficia della sua libertà, che consente la piena espressione della sua fantasia e la completa gestione di alcuni aspetti che in un’altra organizzazione implicherebbero solo pazienza e accettazione delle regole imposte dall’alto, mentre dall’altra esso assume più responsabilità, da cui derivano scelte con implicazioni possibilmente d’ampio raggio per il proprio futuro e quello e dei propri collaboratori.

Holacracy richiama vagamente la mano invisibile di Adam Smith, un’entità interamente teorica che opera, nella sua teoria del libero mercato, come una spinta a controllare gli eccessi e garantire un equilibrio di base.

Una mano invisibile che diverse aziende a livello globale hanno già scelto di baciare. Il motivo? Doppio:

  • cercare di lasciare da parte la tradizionale gerarchia organizzativa, considerata un retaggio del passato;
  • adattarsi ad un mondo che galoppa, inesorabile, verso il futuro, adottando una soluzione differente, innovativa e che dimostri resilienza aziendale.

Holacracy è come la eco di onde creata dal lancio di un sasso in uno specchio d’acqua: la leadership si diffonde in modo automatico, indifferenziato e uniforme.

Tutti sono a conoscenza degli obiettivi, tutti conoscono le proprie mansioni, tutti sanno cosa devono fare e, soprattutto, tutti godono di autonomia, requisito essenziale per la soddisfazione lavorativa. Se volete abbracciare il futuro secondo la filosofia di Robertson, be like water.

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Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

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Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

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Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Biomarker della SLA. La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce il neurone motorio ed è caratterizzata da rigidezza muscolare e graduale percezione di debolezza causata dall’ipotrofia dei muscoli negli tronco e negli arti, che in modo progressivo colpisce anche l’articolazione dell’eloquio e la deglutizione, per giungere poi  a complicazioni respiratorie.

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Sono stati evidenziati diversi fattori di rischio come possibili markers per la diagnosi della SLA,  non vi è però ancora un’assoluta certezza su quali siano i più affidabili.

Ad esempio , è stato proposta la proteina C-reattiva come biomarker della SLA in studio pubblicato su JAMA Neurology (http://jamanetwork.com/journals/jamaneurology/article-abstract/2614290).

La proteina C-reattiva (PCR) è una proteina rintracciabile nel sangue che viene sintetizzata nel fegato solo durante un’infiammazione ed è già stata individuata come fattore predittivo per diverse patologie organiche:  tumori, malattie cardiovascolari e malattie reumatiche.

In questo studio una équipe di esperti presieduta da Christian Lunetta dell’istituto NEuroMuscolar Omnicentre (NEMO) di Milano, ha analizzato il sangue di 394 pazienti  per quasi sette anni (dal  1 gennaio 2009 fino al 30 giugno 2015) misurandone i livelli di PCR:

i risultati hanno evidenziando una correlazione con la gravità della patologia.

Questa veniva stabilita attraverso il punteggio totale del “ALS Functional Rating Scale-Revised” e con la prevista sopravvivenza del paziente: un punteggio maggiore, quindi, indica una maggiore disabilità e, di conseguenza, un’aspettativa di vita più breve.

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

I risultati, replicati anche in un’altra coorte del Neurological Insitute di Houston, hanno dimostrato che indipendentemente dalla condizione clinica di partenza, i pazienti che stavano progredendo più velocemente mostravano livelli più alti di PCR nel sangue.

Si è giunti così alla conclusione che l’infiammazione gioca un ruolo determinante nella SLA e che la proteina PCR può rappresentare un biomarker della SLA affidabile.

Nella fase successiva  è stato testato un nuovo farmaco (NP001) contenente una formulazione endovenosa di cloruro di sodio purificato che agisce come regolatore immunitario, placando l’infiammazione.

I risultati statistici hanno dato una chiara risposta: i pazienti che sarebbero dovuti progredire più velocemente per via degli elevati livelli di PCR basale (biomarker della SLA)che durante il trattamento hanno ricevuto una dose più elevata di NP001, in realtà mostrarono una significativa diminuzione della compromissione della funzionalità, e quindi un rallentamento della malattia, rispetto ai pazienti con livelli di PCR normali (indipendentemente dal fatto che abbiano ricevuto un placebo o il farmaco NP001).

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Questo medicinale ha dimostrato avere un’azione antiinfiammatoria e sembra agire riducendo i macrofagi, responsabili del rilascio di mediatori infiammatori che aggravano la SLA.

Attualmente è in corso un nuovo studio sull’utilizzo del NP001 in pazienti affetti dalla SLA che presentano  alti livelli di proteina C-reattiva:

la speranza è che, vista la necessità di nuove terapie più efficaci nel quanto meno rallentare la progressione della malattia, questo trattamento possa essere messo a disposizione in futuro se i risultati continueranno a dimostrarsi positivi.

Nel frattempo una delle terapie che si sono rivelate più efficaci è quella della riabilitazione: si comincia con il valutare le abilità motorie residue delle persone affette da SLA, sia degli arti che degli apparati respiratori, fonatori, deglutitori  per poi allenare miratamente la muscolatura con lo scopo di dilatare quanto più possibile nel tempo le abilità e l’autonomia dei pazienti e aumentare quindi la loro aspettativa di vita.

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Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

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Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

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Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

Memoria di lavoro – Il modello di Baddeley definisce la memoria di lavoro come una sorta di magazzino temporaneo che trattiene le informazioni per un arco di tempo limitato in modo da poterle utilizzare immediatamente.

“La memoria di lavoro, racconta Anna Cantagallo, è quella funzione cognitiva che ci consente di svolgere compiti complessi e di elaborare e usare temporaneamente le informazioni mano a mano che le teniamo in memoria.

Questo vale, ovviamente, anche per l’apprendimento di altre lingue.”

Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

“Come tutti i magazzini – spiega Anna Cantagallo – anche quello della memoria di lavoro ha un limite d’informazioni che è in grado di trattenere e un limite di tempo oltre il quale esse vanno perdute e dimenticate.

Il magazzino fonologico ha come ruolo non solo quello di ricordare parole familiari, ma anche di apprenderne di nuove, in base al loro suono.

Il magazzino semantico-lessicale permette alle informazioni nuove di essere conservate e riutilizzate nel loro significato.”

Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

Ci sono ricerche che sostengono quest’ipotesi?

“Juff e Harrington, nel 2012, hanno esaminato le variazioni individuali nella memoria di lavoro che causano le differenze che gli individui presentano nell’apprendere una nuova lingua e nell’usarla.

Si sono interessati soprattutto ai vari processi linguistici, ovvero la scrittura, la lettura, la comunicazione verbale, la grammatica, e la pragmatica.

Un altro studio del 2012, di Martin ed Ellis, vuole indagare il rapporto tra memoria di lavoro, memoria a breve termine fonologica, e capacità di avere la padronanza di una lingua straniera.

I soggetti coinvolti vengono sottoposti alla somministrazione del listening span per valutare la memoria di lavoro verbale, e alla ripetizione e il riconoscimento di non-parole per valutare la memoria a breve termine fonologica.

La fase sperimentale è quella in cui i partecipanti devono apprendere parole e frasi in una lingua straniera artificiale creata appositamente per lo studio”

Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

A quali risultati conduce lo studio?

“Gli autori rilevano una correlazione significativa tra capacità di ripetizione fonologica e riconoscimento di non parole, e produzione e comprensione del vocabolario.

La memoria di lavoro verbale, invece, sembra essere in relazione soltanto con la produzione di parole.

Alla luce di questi risultati si possono considerare memoria fonologica e di lavoro come indipendenti ma entrambe significative nell’influenzare l’apprendimento del dizionario della lingua straniera.”

Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

E per lingue reali, invece che artificiali?

“Engel de Abreu e Gathercole, nel 2012, hanno preso in considerazione varie lingue reali, indagando la relazione tra memoria a breve termine fonologica memoria di lavoro da una parte, e abilità linguistiche nella prima (lingua madre), nella seconda, e nella terza lingua.

Per quanto riguarda l’apprendimento della lingua madre, sono state riscontrate forti correlazioni tra consapevolezza fonologica e precoci abilità di lettura e scrittura.

La somiglianza fonologica tra le prime due lingue apprese potrebbe andare a favorire lo sviluppo di una strategia di apprendimento basata sulla precedente consolidazione della lingua madre.

Se invece la seconda lingua appresa è fonologicamente diversa dalla prima, occorre disporre di processi cognitivi più semplici come la coscienza fonologica.

Risulta chiaro – conclude Anna Cantagallo – come la memoria fonologica sia fondamentale nell’apprendere nuove configurazioni sonore, e quindi acquisire il vocabolario di una seconda lingua.”

Memoria di lavoro nell’apprendimento di una seconda lingua: come aumentarlo?

Programmi consolidati per la valutazione e l’allenamento della memoria fonologica nel breve termine e della working memory, o memoria di lavoro, verbale, possono pertanto essere utili per apprendere una seconda  e anche una terza lingua straniera.

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Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

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Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Meditazione. È una procedura di controllo della propria mente utilizzata principalmente per il rilassamento, ma come funziona dal punto di vista biologico?

È stato individuato un piccolo gruppo di neuroni che trasmette informazioni dall’area cerebrale di controllo della respirazione a quella in grado di generare attivazione.

Questo nucleo sembra essere responsabile della sensazione di calma che ci pervade quando respiriamo lentamente, come succede nella meditazione, o di tensione quando respiriamo rapidamente e freneticamente.

Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Questo ammasso di neuroni, che unisce la respirazione al rilassamento, all’attenzione, all’eccitamento e all’ansia, è situato in profondità nel tronco encefalico, in un’area che rappresenta un pacemaker per la respirazione.

Infatti il complesso pre-Bötzinger o preBötC, questo il nome assegnatogli, è responsabile della generazione del ritmo respiratorio e controlla, quindi, tutti i vari tipi di respiri legati alle diverse emozioni: da quello normale a quello affannato, passando per quello eccitato, oppure il respiro di quando sbadigliamo, sospiriamo, ridiamo o abbiamo un incontrollabile attacco di singhiozzo.

In che modo questo nucleo chiarisce l’effetto calmante della respirazione lenta della meditazione?

Una sua sottopopolazione di neuroni, che esprime due marcatori genetici denominati Cdh9 e Dbx1, manda segnali al locus coeruleus.

Questa struttura proietta a praticamente ogni area del cervello e produce arousal: ci sveglia dal sonno, mantiene la nostra attenzione e scatena, in casi estremi, ansia e angoscia. È risaputo inoltre che i neuroni del locus coeruleus mostrano un comportamento ritmico il cui tempo è correlato con quello della respirazione.

Meditazione: quali sono i meccanismi biologici che la rendono possibile?

Infatti, in uno studio pubblicato su Science (http://science.sciencemag.org/content/355/6332/1411) si è dimostrato che la rimozione di questa particolare classe di cellule non esibisce effetti sulla normale respirazione necessaria per l’ossigenazione e per la vita, tuttavia rendeva gli animali (i topi) eccezionalmente calmi, anche in situazioni sconosciute, in cui di norma sono spinti a compiere comportamenti esplorativi.

Quindi se respiriamo lentamente la “sottopopolazione Cdh9-Dbx1” localizzata nel complesso pre-Bötzinger trasmetterà questa informazione al locus coeruleus, il quale interviene nel diminuire i nostri livelli di attivazione, consentendoci di raggiungere lo stato di rilassamento voluto.

Questa scoperta fornisce una spiegazione biologica del perché attività come la meditazione abbiano un effetto calmante sulla persona e, dal punto di vista clinico, la comprensione della funzione di questo complesso di neuroni potrebbe essere adoperata nel potenziare le terapie per lo stress o per la depressione.

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