Category Archives: Anna Cantagallo

  • 0

Coronavirus e Psicopatologia

Category:Anna Cantagallo,News Area Benessere,News Area Clinica,tutte le News Tags : 

Il Coronavirus può portare alla Psicopatologia.

Il Covid-19, oltre ad essere una patologia infettiva, sembra essere talvolta la causa di differenti disturbi, che se non individuati per tempo potrebbero portare ad una compromissione della funzionalità globale di un soggetto. L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha ed avrà un rilevante impatto sull’economia psichica dell’individuo sia per l’esperienza diretta ed indiretta al virus, sia per la paura che genera, sia infine per le misure di prevenzione del rischio che hanno comportato un isolamento sociale.

Si è visto come il trauma legato a questa esperienza inusuale abbia portato alcune persone ad una condizione di hyperarousal psicofiosiologico ponendo il soggetto di fronte ad un’allerta persistente. Ecco che disturbi come insonnia, mal di testa, palpitazioni, difficoltà di concentrazione, facile irritabilità, iperalimentazione o inappetenza, ipervigilanza, disturbi gastrointestinali, incremento del fumo di sigarette e sensazione di soffocamento sono stati i sintomi più osservati tra la popolazione generale.

Il coronavirus può causare depressione? 

Sembra che la risposta sia positiva, infatti in alcuni individui si riscontra una dimensione depressiva, manifestata da sintomi come il sentirsi giù di tono, l’isolarsi, l’incremento del pessimismo e la diminuzione d’interesse riguardo l’ambiente circostante. In questi casi si può dire che i quadri clinici sopra citati possano rientrare nei disturbi dell’adattamento, rilevanti quando compromettono il generale benessere di un soggetto e quindi campanelli d’allarme utili da individuare per evitare la strutturazione in disturbi psichici di maggiore rilevanza clinica, quali la depressione maggiore o il disturbo di panico.  

Particolare attenzione va rivolta anche al Disturbo d’ansia di malattia nel quale il paziente, preoccupato di avere o contrarre una grave malattia, misura la propria temperatura corporea ed il proprio respiro in maniera ossessiva e ripetitiva. Il coronavirus talvolta ha generato un senso di paranoia consolidato in un nucleo ideativo a contenuto persecutorio, suscitato da dati della realtà o notizie lette sui social. Ancora, ha dato avvio a comportamenti ossessivi, come il lavarsi costantemente le mani, disinfettarsi senza limiti, non uscire di casa neanche per necessità essenziali per paura del contagio e il tenere sempre le finestre chiuse.  

Infine, il Covid-19 per molte persone è stato un trauma, che per quanto sia stato vissuto direttamente in prima persona o indirettamente (un familiare deceduto da coronavirus), ha portato alcuni individui a soffrire di stress acuto, il quale nella forma più estesa (oltre un mese) ha delineato quello che viene definito come disturbo da stress post-traumatico. 

In conclusione, possiamo quindi porci una domanda: “Come evitare l’istaurarsi di una psicopatologia nel momento in cui percepiamo il venir meno di un certo benessere globale nella nostra vita?” Sicuramente la prevenzione attraverso un intervento specialistico precoce può evitare la nascita di disturbi cronici di rilievo psicopatologico.  

Se vuoi saperne di più, su questo e tanti altri temi inerenti la psicologia segui il nostro filone di dirette con la Dott.ssa Griguoli e la Dott.ssa Cantagallo! Ti basterà andare sulla nostra pagina facebook, alla sezione video troverai tutte le dirette registrate dal titolo “Sulla Psicologia”.

Inoltre, non perdere il prossimo appuntamento lunedì 14 febbraio: in occasione di San Valentino parleremo di “Comunicazione nella coppia”.

Bibliografia 

  • Pellegrino F. La salute mentale, clinica e trattamento. 2018, Edizioni Medico Scientifiche, Torino 
  • Pellegrino F. Coronavirus e psicopatologia. 2020, Medici Oggi, Milano.  

  • 0
Federico Fellini

Federico Fellini: un genio e un esempio che travolge ed ispira

Category:Anna Cantagallo,News Area Clinica,tutte le News

Federico Fellini, famoso regista, sceneggiatore, fumettista, attore e scrittore italiano all’età di 73 anni venne colpito da un ictus mentre si trovava al Grand Hotel di Rimini.La sua diagnosi è di infarto parietale destro, con emiparesi sinistra e neglect spaziale unilaterale.

La Dott.ssa Anna Cantagallo racconta: “Federico Fellini per me era il grande regista noto in tutto il mondo, che aveva ideato e girato Amarcord e 8 ½. Un genio, un po’ difficile da capire in tutte le sue molteplici e differenti sfaccettature….Dopo i primi giorni di ricovero nella fase acuta a Rimini, due settimane dopo Fellini fu trasferito per la riabilitazione omnicomprensiva nel Dipartimento di Riabilitazione a Ferrara, dove lavoravo come medico fisiatra e neurologo, e dirigevo il Modulo di Neuropsicologia Riabilitativa.  Lo incontrai in un pomeriggio assolato dei primi di Agosto 1993, nella sua camera di reparto: Lo visitai e valutai una prima volta, a quindici giorni dopo l’infarto. Al tempo presentava un grave deficit sensoriale e motorio che coinvolgeva la parte sinistra del corpo (emianestesia ed emiparesi a sinistra), e un difetto limitato al quadrante inferiore del campo visivo di sinistra, che indicava una lesione delle radiazioni ottiche, compatibile con la localizzazione del suo danno cerebrale. Quando ne parlava la sua consapevolezza era chiara e con il suo modo sempre teatrale mi faceva capire che fosse perfettamente al corrente di non vedere nel quadrante in basso a sinistra e di riuscire invece a cogliere gli elementi del quadrante in alto a sinistra”.

La patologia di cui era affetto Federico Fellini prende il nome di neglect spaziale unilaterale. Esso è un disturbo consistente nell’incapacità del paziente di orientare la propria attenzione verso il lato controlaterale alla lesione cerebrale. Il soggetto affetto da tale disturbo sembra comportarsi come se gli oggetti e le persone nell’emicampo negletto non esistessero. Studi clinici hanno evidenziato una frequenza notevolmente maggiore di NSU in pazienti con una lesione emisferica focale destra. In particolare nella pratica clinica si è visto che sono frequentemente presenti lesioni interessanti l’area parieto-temporo-occipitale, più raramente lesioni nelle aree premotorie frontali e tra le lesioni sottocorticali troviamo con una certa frequenza quella del talamo. Molto spesso, poi, questo disturbo è associato ad anosognosia, ovvero da inconsapevolezza rispetto al disturbo. Nel caso di Fellini, però, vi era una completa consapevolezza delle difficoltà presentate ed era anche in grado di scherzarci su questo aspetto tanto che la dott.ssa Cantagallo dice” Un giorno, mentre gli somministravo un test di cancellazione gli ho  chiesto se fosse sicuro di aver indicato tutte le campanelle del foglio.  Egli sorrise, non si accorse di altre campanelle, ma mi disse che ce ne erano sicuramente e cominciò a disegnarne altre, dicendomi che erano quelle che aveva dimenticato. Era perfettamente consapevole di tralasciare una porzione del campo visivo, ed era cosciente della sua menomazione sia attentiva che motoria, scherzandoci in modo satirico e tagliente”. L’incapacità di prestare attenzione alla parte sinistra dello spazio e/o del corpo non è dovuto ad una lesione a livello del nervo ottico o del lobo occipitale, in quanto questi risultano perfettamente integri. Infatti, anche lo stesso Fellini non presentava nessuna problematica visiva, quanto piuttosto una vera e propria “dimenticanza attentiva” del lato sinistro. Molto spesso,inoltre, la sindrome da negligenza spaziale unilaterale è accompagnata da altri sintomi clinici come la somatoparafrenia, che consiste in una forma di asomatognosia che si manifesta come un delirio selettivo verso l’arto plegico o paretico. Nonostante la connotazione delirante non si associa ad altri sintomi o disturbi psichiatrici. Anche in questo caso Federico Fellini aveva sviluppato una misoplegia dell’arto superiore di sinistra e avendo perso completamente la sensibilità ne attribuiva aspetti deliranti definendolo un mazzo di asparagi. Continua a raccontare la Dott.ssa Cantagallo “Spesso si rivolgeva all’infermiera di turno dicendo “Dov’è la mia mano finta?”oppure “. La mano sinistra di Federico non aveva nessuna sensibilità, era più scura e gelida. Così la pizzicava, la spostava come se fosse un oggetto che non gli apparteneva, la guardava con disapprovazione. In più di un’occasione racconta di essersi toccato la mano sinistra e di aver sentito una cosa fresca, grave, inerte, e di averla definita“un mazzo di asparagi”.

I clinici che hanno avuto il piacere di conoscere il regista in quella fase della sua vita, come conferma la Dott.ssa Anna Cantagallo, lo definiscono una persona brillante, creativa, che considerava il rapporto tra paziente e medico come un patto, basato su disponibilità e condivisione. In quei mesi di valutazione e riabilitazione è emersa la grande tenacia e grinta del regista e anche nei momenti di sconforto ha sempre mostrato una grande voglia di fare e di superare le proprie difficoltà.


  • -

Cyber-bullismo. Prevenzione delle molestie in rete

Category:Anna Cantagallo,News Area Benessere Tags : 

Cyber-bullismo. Il lavoro di prevenzione e l’eventuale intervento sul cyber-bullismo dovrebbero derivare dall’azione congiunta di scuola, famiglia e della comunità. In particolare, nell’ambito scolastico, gli insegnanti dovrebbero creare un clima che scongiuri e punisca il cyber-bullismo, che educhi gli studenti a non essere indifferenti a questa forma di molestie e di ricorrere in aiuto ai compagni in difficoltà per denunciarne la presenza. Per quanto riguarda il bullismo Olweuse collaboratori nel 1999 hanno proposto un programma, il “Bulliyng Prevention Program” (BPP), progettato per affrontare i problemi di bullismo a scuola. Esso consiste in un maggior coinvolgimento di insegnanti e genitori nel sistema scolastico al fine di aumentare la consapevolezza della gravità del cyber-bullismo e consolidare il controllo e la vigilanza degli studenti con l’obbiettivo di limitare i comportamenti molesti, attraverso regole rigide contro il bullismo che prevedono punizioni coerenti alla trasgressione del regolamento puntando sulla promozione di modelli comportamentali positivi.

Il BPP viene quindi utilizzato anche nei casi di cyber-bullismo con intervento a livello scolastico attraverso il quale debellarlo, anticiparne lo sviluppo e creare migliori relazioni tra pari. Secondo il manuale del cyber-bullismo per gli insegnanti, curato dall’Università degli studi di Napoli nel 2012, gli insegnanti a scuola dovrebbero dunque:

  1. Includere lezioni sul cyber-bullismo per attivare le competenze sociali e educare alla risoluzione dei conflitti attraverso il miglioramento delle capacità di decisone, di problem-solving e le abilità comunicative degli studenti, focalizzandosi sui valori della gentilezza e rispetto per l’altro.
  2. Dare specifiche linee guida su come prevenire e fermare il cyber-bullismo.
  3. Perfezionare il clima sociale nella classe.
  4. Educaregli adolescenti come rispondere e, più importante, quando ignorare i cyber-bulli e le forme di prevaricazioni online.
  5. Istruire tutti gli studenti circa l’importanza di parlare, fornire assistenza alle vittime e segnalare gli incidenti di cyber-bullismo.
  6. Rafforzare gli adolescenti per prevenire in modo indipendente e rispondere alle preoccupazioni sul cyber-bullismo e la sicurezza in internet.
  7. Cooperare con la famiglia per educare degli adolescenti a sviluppare capacità quali l’autocontrollo e la preoccupazione per il benessere degli altri.
  8. Programmare interventi individuali e di sostegno psicologico per gli studenti coinvolti nel bullismo o nel cyber-bullismo, sia come bulli sia come vittime.
  9. Provvedere un sostegno continuo alla vittima per affrontare il malessere inflitto dal bullo e cercare di insegnarle efficaci metodi per prevenire e gestire il cyber-bullismo.
  10. Cooperare con chi commette queste forme di prevaricazione: gli insegnanti dovrebbero esplorare le ragioni per cui gli studenti si comportano in questo modo e perché molestano gli altri online.
  11. Programmare attività che promuovano la capacità di assunzione di competenze e l’empatia, aiutare chi usa la rete per aiutare il bullo a comprendere e sperimentare.”

Il dipartimento di psicologia di Napoli con la collaborazione dell’Università di Cipro, di Tessalonica e di altri enti, ha creato il progetto “TABBY”(Valutazione della minaccia di cyber-bullismo nei giovani) nato per tentare di ridurre le difficoltà incontrate nella quotidianità da insegnanti, istruttori, educatori, dirigenti scolastici, genitori e correlate all’uso improprio della rete e dei nuovi dispositivi digitali da parte dei giovani. Il suo scopo è quindi di combattere il cyber-bullismo in modo più mirato, insegnare a ragazzi e ragazze a non trovarsi nei guai nell’utilizzo della rete, cercando di fornire strumenti e informazioni utili a insegnanti e genitori per comprendere i segnali premonitori e non sottovalutare i problemi quando si presentano.

Il materiale previsto dal progetto TABBY sono i video e la TABBYcheck-list.

Nella check list si chiedono, ai ragazzi e alle ragazze, informazioni su quello che succede loro a scuola e sull’utilizzo che fanno di internet. Le risposte che forniscono sono utili a stimare in che misura i loro comportamenti nella vita reale e in internet li pongono a rischio di agire o subire le molestie online. Alla fine della check-list il ragazzo ottiene un punteggio che gli consentirà di sapere se è a rischio di essere coinvolto in queste dinamiche e di ottenere consigli per non cadere nel cyber-bullismo. TABBY è quindi uno strumento interattivo utile per capire cosa sta accadendo ai ragazzi nella loro vita online e che livello di rischio hanno di subire molestie e minacce in rete che possono limitare la loro libertà e diminuire la qualità della loro vita. I ragazzi possono elencare le risposte nel totale rispetto della normativa vigente sulla privacy il TABBY online all’indirizzo www.tabby.eu. Per quanto riguarda i video, il dvd è formato da 4 brevi filmati di animazione, utili per spiegarecosa accade quando nella rete o con i cellulari si sminuisconoi potenziali rischi. I video sono destinati ai ragazzi e vengono poi discussi con loro i contenuti e le possibili soluzioni.


  • -
anosognosia

Anosognosia. Un deficit nella sfera della consapevolezza

Category:Anna Cantagallo,News Area Clinica Tags : 

Anosognosia. Un deficit nella sfera della consapevolezza

Anosognosia. Nel 1895 Von Monakov descrive il caso di un paziente con cecità corticale a causa di una lesione nelle aree primarie della vista. Ciò che faceva risaltare questo paziente era la mancanza di coscienza riguardo il suo deficit. Solo nel 1914, quando Babinski presenta alla Società di Neurologia di Parigi il caso di due pazienti con emiparesi destra e con assenza totale di consapevolezza del loro difetto motorio, la comunità scientifica ha preso coscienza di questa patologia. L’anosognosia (o nosoagnosia) è un disturbo neuropsicologico che consiste nell’incapacità del paziente di riconoscere e riferire di avere un deficit neurologico o neuropsicologico. Più precisamente, il paziente non è consapevole del suo stato di malattia, manifestando invece la ferma convinzione di possedere ancora le capacità che in realtà ha perso in seguito a lesione cerebrale. Se messo a confronto con i suoi deficit, il paziente mette in atto delle confabulazioni oppure delle spiegazioni assurde, incoerenti con la realtà dei fatti.

Read More

  • -
sonno

Sonno. La lunga storia del sonno: sogni, culture e tradizioni a confronto

Category:Anna Cantagallo,News Area Benessere Tags : 

Sonno. La lunga storia del sonno: sogni, culture e tradizioni a confronto

Sonno. Come si è evoluta la storia del sonno nel corso dei millenni? In questo articolo cercheremo di delineare la storia di ciò che Shakespeare definì the “honey-heavy dew of slumber”, la rugiada simil-miele del sonno, quell’ esperienza umana di “abbandono del proprio corpo” e viaggio intracerebrale che i ricercatori stanno ancora cercando di approfondire in maniera strutturale nei laboratori di neuropsicologia, per arrivare a capire l’utilità biologica di questa scelta apparentemente orfana dell’istinto di sopravvivenza che occupa un terzo della nostra vita, cercando di sfilacciare la trama dei meccanismi di funzionamento del suo mistero più profondo:  i sogni.

Read More

  • -

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Category:Anna Cantagallo,News Area Benessere,tutte le News Tags : 

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Medicina potenziativa. È quella parte di medicina che si dedica all’intenzionale modifica e al potenziamento del naturale funzionamento psicofisico dell’uomo.

È il frutto di un cambiamento di paradigma, per il quale le tecniche che vengono impiegate nell’individuo malato o deficitario per riportarlo ad un stato di funzionamento considerato normale, sono utilizzate nel soggetto sano, concentrandosi sulla possibilità di affinare il valore della performance umana in ogni ambito, anche l’apparenza:

si passa, quindi, dalla restitutio ad integrum della terapia alla transformatio ad integrum della medicina potenziativa.

Inoltre, a differenza della cura, che termina quando il paziente è guarito, il potenziamento è potenzialmente sempre attuabile, ad ogni età: è limitato solo dal progresso tecnologico e dalle conoscenze.

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Questo processo di cambio di paradigma è stato accelerato dalla rivoluzione del rapporto medico-paziente a causa della diffusione universale delle informazioni resa possibile da Internet e con essa, è cambiato anche il concetto di salute, ora molto più affine a quello di benessere, che contiene una componente soggettiva.

L’accezione comune del termine “medicina”, però, può allontanare dal reale significato di medicina potenziativa, infatti non vengono adoperati esclusivamente farmaci, anzi spesso sono esercizi, i quali vanno a potenziare abilità che hanno un effetto a livello della quotidianità.

È possibile, ad esempio, perfezionare la propria capacità di multitasking tramite una serie di training per migliorare la propria performance sia in ambito professionale che nella vita quotidiana.

Inoltre non si tratta di una “invenzione” futuristica come l’immaginario comune pensa, infatti vi sono diverse forme di potenziamento tradizionale che vengono praticate da secoli, tra cui lo yoga, per migliorare il benessere psicofisico della persona, e il caffè, per tenere alta la concentrazione e, in generale, potenziare le funzioni esecutive.

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Forme più recenti di “human enhancement” – il termine usato in campo internazionale – annoverano, ad esempio, l’utilizzo di integratori, che nell’ambito della medicina potenziativa vengono utilizzati per prevenire o per incrementare per es. la massa muscolare, o la stimolazione magnetica transcranica, che consente di conseguire un miglioramento nei compiti di apprendimento procedurale e motori e anche nel consolidamento della memoria dichiarativa durante il sonno, come descritto in un articolo pubblicato su PubMed (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19543814).

BrainCare crede nell’utilità della medicina potenziativa e, attraverso le aree in cui è articolata, risponde ai bisogni e alle richieste di tutti.

BrainPower (https://www.braincare.it/area-espansione/) è rivolta soprattutto a imprenditori e atleti, ma anche a chiunque voglia potenziare le proprie abilità sensoriali, cognitive, emozionali e motorie per conquistare più velocemente i propri obiettivi nel breve e lungo periodo.

BrainFood (https://www.braincare.it/area-benessere/) è l’area dedicata del benessere della persona, dall’analisi del ritmo sonno-veglia per una migliore qualità del sonno e, di conseguenza, una maggiore efficienza giornaliera, all’Ossigeno-Ozono-Terapia (OOT) tramite la quale il sangue e gli organi, cuore e cervello compresi, vengono ossigenati.

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Di solito quest’ultima viene impiegata per trattare diverse patologie virali, dermatologiche e cardiovascolari e che nell’ambito della medicina potenziativa viene applicata nell’individuo sano per incrementare la resistenza cognitiva, l’autocontrollo emozionale e le difese immunitarie soprattutto sotto stress.

Inoltre il potenziamento di funzioni esecutive può essere raggiunto anche attraverso programmi nutrizionali particolari come la Dieta Mima Digiuno DMD del prof. Valter Longo, che con un breve periodo di 3 giorni in cui si simula appunto il digiuno si raggiungono risultati cognitivi notevoli a breve e a lungo termine, assieme ad una maggiore creatività e un effetto anti-aging.

L’area BrainCare (https://www.braincare.it/area-clinica/) è adibita, oltre alla valutazione dei livelli delle funzioni cognitive, soprattutto al miglioramento della working memory e, quindi, delle capacità di multitasking, ragionamento e calcolo.

Se, invece, desiderate allargare le vostre conoscenze sulle funzioni cognitive, il consiglio è quello di visitare l’area BrainAcademy (https://www.braincare.it/area-formazione/), per consultare i corsi che BrainCare propone e scegliere quelli più idonei ai vostri interessi.

braincare-ultime-notizie-tutte

Medicina potenziativa: non si cura il malato, si potenzia la persona sana

Ti potrebbe interessare anche:



  • -

Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

Category:Anna Cantagallo,News Area Espansione,tutte le News Tags : 

Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

Resilienza: una risorsa per il manager

La capacità di affrontare situazioni di crisi e l’abilità di “utilizzare” nuove risorse personali per rispondere adeguatamente a nuove richieste ambientali viene chiamata in psicologia resilienza, termine preso in prestito dalla metallurgica per indicare la resistenza di un metallo alle forze che vi vengono applicate.

Da qualche anno anche nel modo del lavoro i top manager parlano di processi di resilienza.

Proprio come le persone, ogni organizzazione ha le proprie caratteristiche (assetti organizzativi, modus operandi, dinamiche interne e radici) e pertanto i progetti di resilienza organizzativa dovranno essere sistematici e operare in diversi livelli persone, struttura e processi.

Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

“Il primo target su cui intervenire per favorire la resilienza organizzativa sono i team, la resilience management è infatti un’azione collettiva implementata dal gruppo con micro obiettivi costruiti su alcune capitali competenze che rappresenteranno la struttura portante del nuovo team:

la solidarietà, il sostegno reciproco, l’empowerment e il senso di comunità, l’autocontrollo e l’auto-organizzazione.” spiega Anna Cantagallo

Un team formato e costruito su queste competenze sarà allenato a prevenire le crisi, all’utilizzo efficiente delle risorse a disposizione e ideare innovazione low cost liberando l’ingegno collettivo.

I laboratori di formazione del nuovo “team resiliente” saranno progettati allo sviluppo di una mentalità resilience oriented dove le persone saranno in grado di anticipare mentalmente le difficoltà future e di applicare, in una sorta di role playng, le risorse personali e di gruppo.

Il team resilience oriented sarà in grado di controllare in anticipo l’efficacia delle strategie di fronteggiamento delle crisi, di attivare politiche di contenimento (circoscrivere i danni e l’ansia durante le emergenze da gestire), cogliere i piccoli segni anticipatori della crisi prima che siano evidenti, ridimensionare e avere più chiavi di interpretazioni dei problemi e delle possibilità di superarli. Tutto questo per trasformare le crisi in opportunità di rinnovamento.

Resilienza – come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

Quali sono le competenze fondamentali richieste ad un team resiliente? Conclude Anna Cantagallo: “Sette sono i punti capitali:

  • Inclinazione all’aiuto reciproco e alla solidarietà
  • Avviamento ai valori condivisi e senso di responsabilità sociale
  • Senso di fiducia nel costruire una progettualità, anche a fronte delle scarse risorse
  • Capacità di imparare dalle esperienze difficili
  • Guidare positivamente le emozioni negative proprie ed altrui
  • Potenziare le differenze soprattutto inter-generazionali
  • Mantenere il focus sugli obiettivi da raggiungere e sulle strategie da impiegare.”

braincare-ultime-notizie-tutte

Resilienza - come la resilienza è una dote sia per il singolo che per il team

Ti potrebbe interessare anche:



  • -

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Category:Anna Cantagallo,News Area Espansione,tutte le News Tags : 

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Lasciare un’eredità, cosa e come lasciare.

“If anyone could have saved me, it would have been you. Everything’s gone from me expect the certainty of your goodness. I can’t go on spoiling your life any longer. I don’t think two people could have been happier than we’ve been.”

“Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se ne sta andando da me, eccetto la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a sfruttare la tua vita. Non penso che due persone abbiano potute essere più felici di quanto lo siamo stati noi.”

(Virginia Woolf – Lettera di suicidio)

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Esiste un film straordinario chiamato ‘The Hours’, in cui si replica il finale di vita di Virginia Woolf, una delle scrittrici più famose e apprezzate della letteratura anglosassone.

Essa morì suicida il 28 marzo del 1941, dopo aver combattuto per anni contro un disturbo bipolare di tipo 2, caratterizzato da episodi depressivi e ipomaniaci, seppur senza eventi maniacali.

Nella lettera di addio alla vita, scrisse al marito che ormai le voci (allucinazioni uditive) stavano riapparendo e sentiva mancare le forze necessarie per riuscire a rimanere sana di mente.

Nella realizzazione dell’imminenza della fine, capisce che tutta la felicità della sua vita derivava dal rapporto con il marito e sceglie, in questo tragico modo, di mostrare gratitudine nei suoi confronti.

Virginia decide di andarsene con una frase dolce, lapidaria e diretta, regalando al mondo della letteratura un’ultima frase imperlata di bellezza.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

La scelta della Woolf dimostra una volontà di abbracciare la morte con una forte quota di assertività.

Una decisione presa facendo ciò che meglio le riusciva e che meglio esprimeva ciò che lei era nella sua più profonda natura: una scrittrice. Adoperando il mezzo che meglio le si confaceva, la Woolf ha scelto di non lasciare un’eredità monetaria o un manufatto come testamento finale, bensì una certezza.

La sicurezza, per il marito, di essere stato la causa di tutta la sua felicità. Un lascito impalpabile: un’idea in cui lei credeva.

Come scrisse Giovanni Falcone, eroe e simbolo della lotta alla mafia: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini“.

La lotta di Falcone è attiva ancora oggi, così come sicuramente fece il marito della Woolf con la rappresentazione mentale di sua moglie.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Quando si è sul punto di morire, la vita induce ad una ri-osservazione di qualsiasi azione fatta e decisione intrapresa, sotto una luce di accettazione totale e acriticità.

Si è stati una certa persona e si accetta la multiforme fenomenologia della nostra manifestazione umana fino a quel momento. Ma come lasciare un’eredità? Cosa lasciare di sè? Come lasciarlo?

Generalmente, quando il discorso ‘morte’ entra nelle nostre conversazioni, vi sono due modi per affrontarlo. Il primo è evitare di parlarne.

Questo si rivela in diversi modi: giocare a fare i distratti (non posso pensarci ora perchè sono pieno di cose da fare), la differenziazione (la morte non mi tocca perchè seguo una vita sana), il diniego (le preoccupazioni sulla morte sono esagerate), dilazionare (ci penserò quando sarà il momento) e il distaccamento (sto alla larga da questo pensiero).

Il secondo modo in cui si affronta il discorso morte è collegato, invece, ad una difesa delle risorse dell’Io. L’individuo trova rifugio in una sorta di eroismo autobiografico, dove egli stesso, eroe della sua esistenza, cataloga le belle e mirabili cose che ha fatto o ottenuto o portato a termine.

In questo modo, l’individuo costruisce una figura ideale di sè stesso, così da ricordare i traguardi raggiunti e sapere di poter lasciare qualcosa di tangibile per i posteri.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Il professore della Texas Tech University James Russell, autore di un libro intitolato Inside the Mind of a Bequest Donor, ha condotto una ricerca nella neuro-filantropia, un filone delle neuroscienze che indaga i meccanismi neurali sottostanti la decisione di aiutare gli altri, interessandosi in questo specifico caso dell’atto di lasciare un’eredità in denaro sul letto di morte.

Russell ha comprovato che nel cervello dei donatori di eredità si notava una forte attivazione di due specifiche regioni cerebrali: il precuneo e la lingula. Il precuneo, chiamato anche ‘terzo occhio’ del cervello, è una zona di corteccia collocata a livello corteccia parietale associata alla capacità di riferirsi a se stessi in terza persona.

La lingula fa invece parte del sistema visivo. Un danno a questa regione può provocare la perdita della capacità di sognare. L’attivazione di queste due aree era conseguente alla visione di foto rappresentanti l’intero arco della vita dei partecipanti.

Lasciare un’eredità passava tramite la ri-osservazione del proprio passato, riferendosi a se stessi in terza persona (fatto assolutamente sensato, dato che la persona che si era 30 anni fa è necessariamente diversa da chi si è adesso) e operando un salto nelle memorie autobiografiche, come se si stesse ‘sognando’ il film della nostra vita.

Vivono tre tempi: il passato, il presente della scelta e il futuro della loro simbolica immortalità. Si immergono nel passato nell’atto di divenire un gesto che perduri per sempre.

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Nel ri-osservare tutto ciò che si è sognato o fatto o realizzato o portato a termine, si hanno principalmente due diversi sguardi:

  • uno sguardo positivo che rende il racconto di sè a sè stessi una favola degna di narrazione;
  • uno sguardo negativo, in cui domina il modo verbale dell’ “avrei potuto” e dell’ “avrei dovuto,” colmo di rimpianti e rimorsi.

Questi due sguardi portano ad altrettante operazioni di giudizio riguardo le proprie scelte: l’una di accettazione totale di tutto, fino a poter dire “dovessi rifarlo, non cambierei nulla”, l’altra un rifiuto di parti di sè che di conseguenza sono non-integrate e possibilmente fonte di distress quotidiano con risvolti psicopatologici.

La prima operazione di giudizio è un’aspirazione a cui noi tutti dovremmo tendere, per riconoscere che alla fine di questo strano giro di giostra abbiamo lasciato un qualcosa che potrà continuare a vivere anche quando noi moriremo.

Giungere alla consapevolezza di aver generato un lascito, sia questo un manufatto che il nostro partner porterà al collo, una poesia che i nostri cari leggeranno prima di coricarsi, una passione trasmessa ad un figlio, un’idea che camminerà su altre gambe, un sogno che cullerà altre coscienze o le sconquasserà con violenza come un’eco in una valle vuota.

Ecco il vero potenziale del lascito: la possibilità di diventare una eco, che risuoni una musica ri-conoscibile per chi resiste al nostro passaggio.

 Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Come misurare la tua intelligenza spirituale? Quale propensione hai nel lasciare sulla terra e negli altri un segno del tuo passaggio? Vuoi parlarne a te stesso o a noi in BrainCare?

braincare-ultime-notizie-tutte

Lasciare un’eredità: paure, pensieri, opere o missioni personali

Ti potrebbe interessare anche:


 


  • -

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Category:Anna Cantagallo,News Area Espansione,tutte le News Tags : 

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Holacracy. Fantasticate di lavorare in un’azienda che vi conceda di assumere un ruolo di prestigio? Diventate il capo di voi stessi con Holacracy.

In italiano Olacrazia, è una nuova forma di organizzazione aziendale immaginata dal programmatore americano Brian Robertson.

Egli, scontento del sistema gerarchico classico delle aziende in cui aveva lavorato ha deciso di fondare la propria azienda, la Ternary Software, e concretizzare la propria idea di management per cui i dipendenti non sono subordinati a nessuno, ma sono fondamentalmente i capi di loro stessi.

Un’idea di management inedita, che lo stesso Robertson ha descritto – almeno nelle sue prime fasi – “un laboratorio”.

Nata con lo scopo di dare risposta a due domande: come implementare e dare realtà alle idee innovative dei dipendenti? Come portarli a progettare ciò che riesce loro meglio?

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Per cercare di dare una risposta pratica alla domanda, Robertson ha innanzitutto cercato di mettere in atto diversi modelli gestionali, tra cui una breve parentesi – poi abbandonata – di sociocrazia, in cui le scelte politiche sono attuate secondo un consenso strutturato, una descrizione molto basilare delle dinamiche interne al partito del Movimento5Stelle.

Successivamente, Robertson ha scoperto la teoria degli oloni: una parola adatta ad indicare, allo stesso tempo, il tutto e una parte.

Da questa parola è stata ideata Holacracy: una commistione ontologica, in cui chi si impegna per far sviluppare un’azienda ne diviene automaticamente direttore, ne è parte e ne è anche il capo.

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Olivier Campagne, al servizio di Arca, un’azienda che opera secondo il modello gestionale proposto da Robertson, spiega che la struttura di Holacracy ricorda i grandi sistemi operanti nel web come Linux, Mac Os, Windows:

essi assegnano le regole di base e chi vi lavora deve solamente rispettarle e adattarsi alle stesse, senza andare in direzione ostinata e contraria rispetto al resto degli utenti.

La descrizione di questa facilità di gestione può far tremare le menti più ordinate: il sistema di Holacracy può sembrare anarchico, esageratamente libero, quasi libertino nel piacere che il dipendente-capo di sé esperisce nella sua auto-gestione.

Campagne dichiara il contrario: “Con Holacracy ho avuto l’opportunità di esprimermi liberamente, attraverso la mia creatività.

Ma l’aumentata responsabilità se, da un lato, è stimolante visto che ti consente di crescere, dall’altro è come fosse uno specchio che riflette te stesso.

A volte è comodo lamentarsi e basta, crogiolarsi nella posizione della vittima. In questa disposizione non è più possibile: quando una dinamica non ti va bene, hai modo di proporre il cambiamento che desideri”.

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Le sue parole tracciano uno scenario in cui il dipendente/capo da una parte beneficia della sua libertà, che consente la piena espressione della sua fantasia e la completa gestione di alcuni aspetti che in un’altra organizzazione implicherebbero solo pazienza e accettazione delle regole imposte dall’alto, mentre dall’altra esso assume più responsabilità, da cui derivano scelte con implicazioni possibilmente d’ampio raggio per il proprio futuro e quello e dei propri collaboratori.

Holacracy richiama vagamente la mano invisibile di Adam Smith, un’entità interamente teorica che opera, nella sua teoria del libero mercato, come una spinta a controllare gli eccessi e garantire un equilibrio di base.

Una mano invisibile che diverse aziende a livello globale hanno già scelto di baciare. Il motivo? Doppio:

  • cercare di lasciare da parte la tradizionale gerarchia organizzativa, considerata un retaggio del passato;
  • adattarsi ad un mondo che galoppa, inesorabile, verso il futuro, adottando una soluzione differente, innovativa e che dimostri resilienza aziendale.

Holacracy è come la eco di onde creata dal lancio di un sasso in uno specchio d’acqua: la leadership si diffonde in modo automatico, indifferenziato e uniforme.

Tutti sono a conoscenza degli obiettivi, tutti conoscono le proprie mansioni, tutti sanno cosa devono fare e, soprattutto, tutti godono di autonomia, requisito essenziale per la soddisfazione lavorativa. Se volete abbracciare il futuro secondo la filosofia di Robertson, be like water.

braincare-ultime-notizie-tutte

Holacracy: la prima forma di organizzazione lavorativa senza alcun capo

Ti potrebbe interessare anche:


 


  • -

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Category:Anna Cantagallo,News Area Clinica,tutte le News Tags : 

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Biomarker della SLA. La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce il neurone motorio ed è caratterizzata da rigidezza muscolare e graduale percezione di debolezza causata dall’ipotrofia dei muscoli negli tronco e negli arti, che in modo progressivo colpisce anche l’articolazione dell’eloquio e la deglutizione, per giungere poi  a complicazioni respiratorie.

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Sono stati evidenziati diversi fattori di rischio come possibili markers per la diagnosi della SLA,  non vi è però ancora un’assoluta certezza su quali siano i più affidabili.

Ad esempio , è stato proposta la proteina C-reattiva come biomarker della SLA in studio pubblicato su JAMA Neurology (http://jamanetwork.com/journals/jamaneurology/article-abstract/2614290).

La proteina C-reattiva (PCR) è una proteina rintracciabile nel sangue che viene sintetizzata nel fegato solo durante un’infiammazione ed è già stata individuata come fattore predittivo per diverse patologie organiche:  tumori, malattie cardiovascolari e malattie reumatiche.

In questo studio una équipe di esperti presieduta da Christian Lunetta dell’istituto NEuroMuscolar Omnicentre (NEMO) di Milano, ha analizzato il sangue di 394 pazienti  per quasi sette anni (dal  1 gennaio 2009 fino al 30 giugno 2015) misurandone i livelli di PCR:

i risultati hanno evidenziando una correlazione con la gravità della patologia.

Questa veniva stabilita attraverso il punteggio totale del “ALS Functional Rating Scale-Revised” e con la prevista sopravvivenza del paziente: un punteggio maggiore, quindi, indica una maggiore disabilità e, di conseguenza, un’aspettativa di vita più breve.

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

I risultati, replicati anche in un’altra coorte del Neurological Insitute di Houston, hanno dimostrato che indipendentemente dalla condizione clinica di partenza, i pazienti che stavano progredendo più velocemente mostravano livelli più alti di PCR nel sangue.

Si è giunti così alla conclusione che l’infiammazione gioca un ruolo determinante nella SLA e che la proteina PCR può rappresentare un biomarker della SLA affidabile.

Nella fase successiva  è stato testato un nuovo farmaco (NP001) contenente una formulazione endovenosa di cloruro di sodio purificato che agisce come regolatore immunitario, placando l’infiammazione.

I risultati statistici hanno dato una chiara risposta: i pazienti che sarebbero dovuti progredire più velocemente per via degli elevati livelli di PCR basale (biomarker della SLA)che durante il trattamento hanno ricevuto una dose più elevata di NP001, in realtà mostrarono una significativa diminuzione della compromissione della funzionalità, e quindi un rallentamento della malattia, rispetto ai pazienti con livelli di PCR normali (indipendentemente dal fatto che abbiano ricevuto un placebo o il farmaco NP001).

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Questo medicinale ha dimostrato avere un’azione antiinfiammatoria e sembra agire riducendo i macrofagi, responsabili del rilascio di mediatori infiammatori che aggravano la SLA.

Attualmente è in corso un nuovo studio sull’utilizzo del NP001 in pazienti affetti dalla SLA che presentano  alti livelli di proteina C-reattiva:

la speranza è che, vista la necessità di nuove terapie più efficaci nel quanto meno rallentare la progressione della malattia, questo trattamento possa essere messo a disposizione in futuro se i risultati continueranno a dimostrarsi positivi.

Nel frattempo una delle terapie che si sono rivelate più efficaci è quella della riabilitazione: si comincia con il valutare le abilità motorie residue delle persone affette da SLA, sia degli arti che degli apparati respiratori, fonatori, deglutitori  per poi allenare miratamente la muscolatura con lo scopo di dilatare quanto più possibile nel tempo le abilità e l’autonomia dei pazienti e aumentare quindi la loro aspettativa di vita.

braincare-ultime-notizie-tutte

Biomarker della SLA: la proteina c-reattiva come fattore prognostico

Ti potrebbe interessare anche:



News Area Clinica

News Area Benessere

News Area Espansione

News Area Formazione

Translate »
سكس لبن كس hot-hard-porn.com سكس ريفى افلام سكس اجنبي مترجم عربي teenki.com افلامجنسيه نيك بنات مصريه sexpornosikisx.com سكسىبانى نيك ورعان superamateurtube.com صور سكس مايا خليفة كسها نار farmsextube.net سكس اكبر قضيب
أفلام بورن hurryplay.net سكس طري نيك بنت محجبة oldyoungtube.org اجمل بز افلام سكس تركي arabysexy.mobi سكس المصرى قصص سكس شوشو وفوفا ar.rajwap.xyz ام تغتصب ابنها افلام اباحيه عربي ar.bongacams.com سكس رجل ديوث
صور طيز سالب arabic-porn.com طيزك حمرا افلامك نت ١ arab2love.com افلام هوليود الاباحية ايمان سكس arabporna.net نيك مرات نيك في البحر milfhdtube.net سكس برتغالى بينيكها trend-arabic.com افلام سكس نسوان كبيره