Category Archives: News Area Clinica

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Alzheimer: sostegno a distanza per la persona con demenza

In questo periodo di quarantena, tutti noi abbiamo subito un cambio nella nostra quotidianità, ma purtroppo quelli che la percepiscono maggiormente sono le persone più fragili. Tra queste ovviamente ci sono quelle colpite da Alzheimer, la cui gestione diventa ancora più complessa in questo momento di isolamento fisico.

Il team BrainCare è vicino anche a loro in questa situazione, proponendo modalità di stimolazione cognitiva per via telematica. La tele-riabilitazione, infatti, è un metodo di lavoro, che utilizziamo con i nostri pazienti già dal 2012 e abbiamo avuto sempre risultati soddisfacenti.

Infatti, la presenza dello schermo non impedisce di poter svolgere normalmente una seduta cognitiva,  per coloro che hanno bisogno di un percorso di riabilitazione neuropsicologica.

Nel caso specifico delle persone con demenza potranno essere fatti per una prima parte esercizi di stimolazione attraverso la ROT e in una seconda fase allenamento cognitivo con compiti che permettano di allenare le abilità cognitive residue.

Tuttavia, anche da casa possono essere seguite delle semplici regole che favoriscano la stimolazione cognitiva. Ad esempio, possono essere analizzate insieme delle fotografie, dei ritagli di giornali o delle vecchie canzoni che aiutano a recuperare la memoria di esperienze passate attraverso emozioni e ricordi.

E’ importante, poi, tenere sempre attiva la persona malata, magari coinvolgendola in tutte quelle attività domestiche in cui può mostrarsi utile, tipo rammendare o mettere in ordine i cassetti. Inoltre, anche il coinvolgimento nel momento della preparazione del pranzo o della cena può essere molto efficace, perché attraverso un’attività divertente vengono stimolate specifiche funzioni cognitive.

Ovviamente in questo tipo di patologia ad essere colpita non è soltanto la parte cognitiva ma anche quella fisica. Per questo in questa fase è importante cercare di tenere allenato anche il corpo con piccoli movimenti, ad esempio camminate in spazi ampi di casa o sul terrazzo o in giardino. Oppure facendo piccoli esercizi di forza, usando una semplice pallina da tennis o una bottiglia piena di acqua,  o alzandosi e sedendosi lentamente dalla sedia.

Per tutte le attività sia cognitive che fisiche è necessario che ci sia sempre una programmazione quotidiana, per fare in modo che la persona che soffre di demenza non si senta ulteriormente disorientata da questa situazione.

Infine, in questo particolare momento è molto importante venire incontro alle esigenze di chi soffre d’Alzheimer, ad esempio garantendo alla persona la giusta illuminazione, evitando zone di penombra o ombra che possono generare uno stato di agitazione (sindrome del tramonto) oppure usando un volume degli apparecchi acustici tale per cui possano ascoltare senza difficoltà.

Se quindi hai qualche familiare o conoscente che soffre di Alzheimer o di qualche altra forma di demenza e hai bisogno di usufruire di servizi di riabilitazione cognitiva di BrainCare, contattaci!! Ti basterà un computer e una buona connessione e potremmo aiutarti anche da lontano!

Ti aspettiamo!!


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CORONAVIRUS: GLI EFFETTI PSICOLOGICI DELL’EPIDEMIA

In queste ultime settimane, l’Italia intera è stata coinvolta nell’emergenza Coranavirus, pandemia che mesi prima ha messo ko la Cina e che adesso rischia di mettere in ginocchio anche il nostro Paese. Gli effetti devastanti si stanno vedendo su diversi fronti, a partire prima di tutto per la salute fisica ma anche quella mentale.

Queste situazioni di emergenza, infatti, suscitano un diverso mix di emozioni che si presentano in maniera diversa nelle persone che la vivono. Per questo in una medesima situazione, ci saranno quelli che reagiscono negando il pericolo e altri invece che rispondono con un’estrema fobia. Nel primo caso, quindi, viene messo in atto un meccanismo di difesa per proteggersi dall’incapacità di riuscire ad affrontare dei sentimenti negativi troppo intensi. Dall’altra parte, invece, lo stato di ansia e preoccupazione è attivato dalla natura del pericolo: la presenza di un nemico invisibile e dalla durata  totalmente imprevedibile.

Ovviamente in questi momenti è normale provare un senso di ansia, che se contenuta e motivata, può essere anche d’aiuto per un comportamento di maggior prudenza. Diventa, però, patologica nel momento in cui sfocia in azioni esagerate e disfunzionali, che vanno ben oltre l’oggetto della paura. Un esempio, può essere la corsa ai supermercati o la fuga alle stazioni ferroviarie, che per quanto possano sembrare assurde sono spiegabili, perché dettate dal panico e dall’irrazionalità.

Si parla, quindi, di una vera e propria emergenza, in cui prevale la natura della nostra società e anche dell’uomo stesso, che in questo momento sente minacciata la libertà che fino a poco tempo prima era considerata scontata. Oltre a questo, per molti una delle cose più destrutturanti può essere la lontananza fisica dalle persone. Per noi essere umani il contatto fisico è importante, fa parte della nostra quotidianità e la mancanza di un bacio, di un abbraccio o di una carezza anche da parte dei propri cari può avere un forte impatto psicologico.

“Tutti questi sentimenti-dice la Dott.ssa Anna Cantagallo- possono essere racchiusi in quello che viene definito stress da emergenza”. Infatti, lo stress derivante dalla diffusione del Coronavirus può comportare oltre ad ansia e preoccupazione, anche umore deflesso, senso di ottundimento, nervosismo, irritabilità, disorientamento e incapacità a rassicurare sé stessi e i propri cari.

Tuttavia, il fatto che tutti questi sentimenti siano comuni e condivisi dalla maggior parte delle persone fa emergere anche la caratteristica sociale dell’essere umano, che in questo caso non si muove come individuo singolo, ma come comunità, che ha un obiettivo unico e preciso: fronteggiare e sconfiggere il  Coranavirus. Questa idea di collettività da un punto di vista psicologico è molto importante perché rincuora le persone dalla paura di essere soli ed impotenti di fronte a qualcosa che è sconosciuto e pericoloso. Questo senso di aggregazione, quindi, è uno degli strumenti che può aiutare le persone ad affrontare questo momento come un maggiore serenità, senza lasciar prevalere i sentimenti negativi.

Se ritieni di avere bisogno di parlare con noi delle tue paure o angosce, se ti sembra di non sapere come fare a superare questo momento, contattaci. Siamo sempre disponibili per colloqui di sostegno online!


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Anna Cantagallo: amministratore di sostegno anche in assenza di infermità

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Amministratore di sostegno. La corte d’appello ha ritenuto inadeguata la richiesta da parte del coniuge di una coppia di nominare la moglie come amministratore di sostegno, nonostante questo possedesse ancora la totale capacità di intendere e di volere. Tuttavia, il soggetto in questione ha ritenuto opportuno fare questa richiesta poiché soffre di malformazione atero-venosa (MAV), che in futuro avrebbe potuto provocargli crisi emorragiche e stati di incoscienza, tali da determinare infermità o menomazione fisica e/o psichica. Tuttavia la Cassazione ha condiviso quanto richiesto dalla coppia, poiché il concetto di infermità non è necessariamente collegato alla totale incapacità di provvedere ai propri interessi, ma può essere dovuto anche ad una situazione parziale o temporanea, o a una situazione ancora solo prevedibile.

La Cassazione da poi ulteriori specificazioni rispetto a quanto detto, citando l’articolo 408 c.c. secondo cui nominare l’amministratore di sostegno, come prevenzione per una futura incapacità sfrutta il principio dell’autodeterminazione della persona, su cui si basa tutta la dignità umana.

Anna Cantagallo continua: “Con l’ordinanza 12998/2019 della Cassazione pertanto si stabilisce che l’amministratore di sostegno può essere nominato dal soggetto anche quando quest’ultimo è pienamente in grado di intendere e di volere, ma sa che per motivi di salute potrebbe non esserlo più. Facendo questa scelta, quindi, colui che assume questo ruolo può fin da subito avere compiti di scelta sull’accettazione o rifiuto delle eventuali cure salvavita da mettere in atto.”

Si può quindi accogliere quanto richiesto dai due coniugi, ritenendo d’obbligo un ulteriore accertamento, poiché nel momento in cui il soggetto si trova in uno stato di incoscienza, scatenata dalle possibili crisi emorragiche derivanti dalla malattia, potrebbe non essere più in grado di esprimersi rispetto al rifiuto o al consenso di una trasfusione salvavita.

Anna Cantagallo conclude dicendo: “quanto deciso dalla Cassazione certamente ha una rilevanza molto importante poiché la persona in una fase in cui è ancora in grado di intendere e volere può scegliere qualcuno di sua fiducia a cui affidare la decisione sulle sue cure future, senza eventualmente doversi appellare ad un rappresentante legale che potrebbe non soddisfare a pieno le proprie volontà”.

 

 


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abilità di guida

Abilità di guida: le novità tra funzioni cognitive e tratti di personalità

Abilità di guida. Le abilità di guida riguardano un argomento spesso discusso dalle neuroscienze, ma allo stesso tempo sottovalutato nella vita quotidiana. Quello che si tende ad ignorare riguarda proprio l’insieme di abilità cognitive necessarie ad ogni individuo affinché si possa definire idoneo alla guida: il fatto che l’atto del guidare divenga “automatico” non prescinde dal fatto che ognuno di noi debba possedere, al momento della guida, determinate facoltà cognitive che rendono possibile non solo la guida, ma la guida sicura per sé e per gli altri.

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Il neglect: l’importanza delle basi neurobiologiche

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Neglect. Con il termine neglect o eminegligenza spaziale unilaterale ci si riferisce ad un disturbo causato da un deficit dell’attenzione selettiva spaziale.

Solitamente, il deficit insorge a causa di una lesione al lobulo parietale inferiore destro e si manifesta come mancata percezione e rappresentazione dello spazio di sinistra. Ad esempio, il paziente non si rade a sinistra, non mangia il cibo a sinistra del piatto.

A questo disturbo, inoltre, sono spesso associati l’anosognosia e/o un neglect motorio. Nel primo caso, si fa riferimento ad una assente consapevolezza o spesso una negazione della malattia; nel secondo caso, si definisce neglect motorio la tendenza a non utilizzare gli arti di sinistra (anche quando non è presente plegia o paresi).

Quando ancora il fenomeno era meno conosciuto, fu interessante oltre che importante dal punto di vista scientifico, notare l’evoluzione dei lavori di un pittore,

Anton Räderscheidt, che fu colpito da un ictus a seguito del quale egli ebbe una lesione al lobo parietale destro: prima dell’accaduto, i suoi autoritratti appaiono “normali” dal punto di vista percettivo, ogni parte del foglio è stata utilizzata in egual modo rispetto alle altre; nei tre anni successivi all’ictus, gli autoritratti evidenziano invece una marcata negligenza sinistra.neglect

Perché il neglect è solitamente sinistro? Ci viene spiegato dal modello di Kinsbourbe: ciascun emisfero possiede dei meccanismi per orientare l’attenzione in direzione controlaterale (definiti vettori attenzionali). La tendenza a dirigere l’attenzione verso sinistra da parte dell’emisfero destro è più debole rispetto a quella dell’emisfero sinistro (verso destra): ne consegue che una lesione destra porti automaticamente ad una manifestazione di neglect sinistro, ma una lesione sinistra potrebbe più facilmente causare ad un non grave deficit dell’orientamento oppure ad un’estinzione (negligenza delle informazioni provenienti dal lato lesionale solo in condizioni di doppia e simultanea stimolazione sensoriale).

Una novità nel campo di ricerca dedicato al neglect, è rappresentata dagli studi sulle basi neurobiologiche dell’eminegligenza: oltre ad un danno parietale inferiore destro, diverse ricerche confermano ormai che il neglect può manifestarsi a seguito di una lesione che coinvolge il fascicolo longitudinale superiore, ovvero un fascio di fibre che connette il lobo parietale al lobo frontale, dimostrando la possibilità di un problema nella connessione parieto-frontale e non soltanto, come prima si pensava, alla parte inferiore del lobo parietale.


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ADHD. Relazione tra ADHD e regolazione delle emozioni

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ADHD. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è uno dei disturbi più frequenti diagnosticati durante la prima infanzia. Esso consiste nella presenza di iperattività, inattenzione e impulsività che interferiscono nel normale svolgimento delle attività quotidiane. Tuttavia non è semplice fare una diagnosi di questo tipo, ma secondo il DSM-V i sintomi di disattenzione e/o iperattività devono essere presenti già prima dei 12 anni di età e devono compromettere il normale funzionamento sociale e scolastico della persona. Esistono poi diversi modelli che cercano di spiegare il disturbo e molti di questi avvalorano l’ipotesi che vi sia una disregolazione emotiva. Ovviamente le ricerche effettuate fino ad ora non vanno in un’unica direzione, ma vi sono risultati comuni che riportano che bambini con ADHD non presentano difficoltà nel riconoscimento delle emozioni, quanto nella regolazione delle stesse (https://pdfs.semanticscholar.org/79fc/a744b773204851ac94f0aaaaa03b7d799d80.pdf) .Infatti questo aspetto potrebbe essere spiegato da un disturbo ulteriormente superiore legato al funzionamento delle funzione esecutive.ADHD

In particolar modo si fa riferimento al modello Deficient Emotional Self Regulation (DESR) che definisce la disregolazione emotiva dell’ADHD come:

  • Deficit nell’autoregolazione dell’arousal causato da emozioni forti
  • Difficoltà nell’inibire il comportamento inappropriato in risposta ad emozioni negative
  • Problemi nel ridirigere l’attenzione in seguito ad emozioni forti siano esse positive o negative
  • Alterazione del comportamento in seguito ad un’attivazione emotiva

Queste ricerche quindi spiegherebbero anche alcuni dei sintomi secondari come le difficoltà relazionali. Infatti molti dei bambini con questo tipo di diagnosi hanno frequenti conflitti in famiglia o con gli amici, dovuti al loro essere contestatori e alla difficoltà di comunicare in modo efficace con i loro pari. Tale aspetto dunque non deve essere sottovalutato soprattutto in riferimento alla pratica clinica, in quanto può indirizzare il terapeuta verso una terapia sempre più efficace. Infatti intervenendo nella maniera adeguata si può aiutare il bambino a correggere comportamenti disfunzionali, che altrimenti interferirebbero troppo con il suo normale funzionamento quotidiano.

Se sei quindi interessato a saperne di più riguardo all’ADHD e nel modo in cui si può intervenire iscriviti subito al nostro corso!

Ti aspettiamo!


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dislessia

Prevenire e curare la dislessia attraverso i videogames

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La dislessia. La dislessia è uno dei disturbi più diffusi nell’età evolutiva e consiste in un complesso deficit neurobiologico che comporta difficoltà di lettura, di comprensione, di pronuncia oltre che di scrittura, pur avendo uno sviluppo intellettivo normale. Quindi in poche parole il livello di capacità di lettura nei bambini affetti da dislessia è ben inferiore rispetto al loro età cronologica. Diverse sono le teorie che hanno cercato di spiegare le origini di questo disturbo e al momento le più accreditate sembrano essere due. La prima è la teoria fonologica che associa la causa del disturbo ad un problema a livello del processo linguistico-fonologico e quindi alla difficoltà di rappresentazione, memoria e/o recupero del suono della parola.

La seconda, invece, che è la teoria magnocellulare, si collega principalmente a cause neurocognitive, con l’individuazione di un deficit a livello dell’attenzione visiva e della via magnocellulare dorsale (https://ac.els-cdn.com/S0960982214000621/1-s2.0-S0960982214000621-main.pdf?_tid=baa46b26-b711-4240-94e9-f93c40df0db6&acdnat=1545152282_3b2c2235a12179857d37d4691b043853). Quindi in questo caso si osserva come l’attenzione visuo-spaziale abbia un ruolo fondamentale nella capacità di scomposizione grafemica. Attualmente i trattamenti più consolidate si basano sul potenziamento fonologico con l’obiettivo di migliorare e velocizzare la lettura.

Tuttavia scoperte recenti supportano la teoria magnocellulare e quindi il potenziamento delle abilità visuo-attentive. Queste si basano sull’utilizzo di videogiochi, Action Video Games (AVG), che mirano ad allenare il funzionamento cognitivo e in particolare il sistema attentivo implicato nella via magnocellulare-dorsale. Questo tipo di videogiochi, infatti, sono caratterizzati da un’elevata velocità, oltre che da un alto grado percettivo, cognitivo e motorio. Dunque il trattamento tramite AVG porta notevoli miglioramenti nelle abilità di lettura, potenziando l’attenzione visiva e quindi di conseguenza il processo visivo ed uditivo (https://ac.els-cdn.com/S0960982213000791/1-s2.0-S0960982213000791-main.pdf?_tid=f48355b5-204a-4937-a0b7-f2e5a3a20bc1&acdnat=1545152404_47af880ea5c0fc2ee89349186260a68d).Inoltre confrontando i bambini sottoposti ad un trattamento di circa 12 ore con videogames e quelli che hanno seguito una riabilitazione logopedica, si vede che quest’ultimi hanno registrato un miglioramento inferiore rispetto ai primi.dislessia

In conclusione si può affermare che i videogames possono essere un ottimo strumento per curare e prevenire la dislessia, anche perché portano il bambino ad affrontare una riabilitazione cognitiva sotto forma di gioco e possono essere utilizzati a scopo preventivo, poiché non richiedendo abilità di lettura, possono essere somministrati molto prima.

Se sei quindi interessato a saperne di più rispetto a questo argomento iscriviti subito al nostro corso!

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batteri

I batteri intestinali sono coinvolti nella sclerosi multipla

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Batteri. Con 110.000 casi in Italia, la Sclerosi multipla (SM) è una malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso. Si tratta, secondo i dati riportati dall’Associazione italiana Sclerosi Multipla, della seconda malattia neurologica più diffusa nel giovane adulto e la prima di tipo infiammatorio cronico. Colpisce più le donne che gli uomini (63,8% contro il 36,2%) e viene diagnosticata, nella maggior parte dei casi, tra i 20 e i 40 anni. I sintomi della sclerosi multipla variano in base alla zona del cervello colpita dalla malattia e vanno incontro a fasi di remissione e riacutizzazione. Si possono verificare una progressiva perdita della vista, debolezza e tremori con problemi di coordinamento e di equilibrio, deficit nel controllo della vescica, nell’attività intestinale, nella sessualità e nelle funzioni emotive e cognitive.
Vista la complessità e gravità della malattia, non sono poche le ricerche che sono state fatte sull’argomento. I ricercatori hanno imparato molto negli ultimi decenni, ma continuano a riflettere sul motivo per cui il sistema immunitario inizi ad attaccare delle zone specifiche del sistema nervoso, in particolare la sostanza che costituisce la guaina midollare degli assoni: la mielina.batteri
Due recenti studi sull’argomento (http://www.pnas.org/content/early/2017/09/05/1711233114.full e http://www.pnas.org/content/early/2017/09/05/1711235114.full ) pubblicati su PNAS, suggeriscono che i microbi intestinali possano svolgere un ruolo fondamentale nella neurodegenerazione associata alla Sclerosi Multipla. Cekanaviciute e collaboratori hanno analizzato la composizione microbiota di 71 pazienti affetti da SM e di 71 soggetti di controllo sani, individuando specifiche specie di batteri più o meno comuni nelle persone con sclerosi multipla rispetto alla popolazione generale. Poi si sono rivolti al compito molto più difficile di indagare come queste differenze nei batteri intestinali possano influenzare l’attacco del sistema immunitario alla mielina nel SNC. In primo luogo, il team ha esaminato se questi batteri potessero alterare il comportamento delle cellule immunitarie umane rendendole pro o anti-infiammatorie. Essi hanno esposto cellule immunitarie umane in piatti di laboratorio aggiungendo ad ogni campione dei batteri intestinali diversi, scoprendo che le due specie di batteri più comuni nelle persone con SM (Akkermansia muciniphila e Acinetobacter calcoaceticus) innescavano nelle cellule una reazione pro infiammatoria; mentre una terza specie di batteri (Parabacteroides distasonis), riscontrati a livelli inferiori nei pazienti con SM rispetto al gruppo di controllo, hanno indotto una risposta immuno-regolatoria e antinfiammatoria.

Per vedere come questi batteri potrebbero influenzare il sistema immunitario nel suo complesso, i ricercatori hanno introdotto ognuna di queste tre specie di batteri nell’intestino di topi da laboratorio affetti da SM: questo ha causato nei roditori la perdita di cellule immuno-regolatorie chiave e lo sviluppo di una neurodegenerazione più grave, suggerendo che i microbioti possano contribuire alla progressione della Sclerosi Multipla.
“Per essere chiari, non pensiamo che il microbioma sia l’unica causa dell’SM”, ha detto Cekanaviciute. “Ma sembra che questi microbioti possano far migliorare o peggiorare la malattia” aggiungendo che può essere utile soprattutto a scopo di prevenzione e contenimento. Gli autori sperano infatti che la ricerca futura comprenderà esattamente come queste popolazioni batteriche influenzino lo sviluppo e la progressione della SM. Ad esempio, gli autori hanno notato durante le ricerche che almeno una delle specie di batteri trovate nei pazienti, produce molecole che imitano le proteine della mielina, suggerendo che la presenza di questi batteri potrebbe confondere il sistema immunitario causando l’attacco alla stessa.
Non vorresti conoscere quali batteri vivono in predominanza nel tuo organismo? Sapendo la concentrazione dei microbioti nel nostro intestino possiamo imparare a coltivare quelli benefici, ostacolando invece quelli patogeni. Attraverso l’analisi delle feci potrai valutare il tuo microbioma intestinale, confrontarlo con quello di un soggetto sano, regolare il tuo stile di vita (alimentare e non solo) in base ai risultati per ottenere un minor rischio di infiammazioni, patologie cardiovascolari, problemi gastro-intestinali e molto altro!

Ti aspettiamo in BrainCare, vieni a trovarci!


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fibromialgia

Fibromialgia. Lo sport aiuta la psiche: un contributo alla fibromialgia

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Fibromialgia. Diversi studi hanno visto lo sport come protagonista in malattie come la fibromialgia. In particolare, nel trattamento della fibromialgia negli adolescenti è stato ripreso l’addestramento neuromuscolare dalla medicina dello sport, con risultati che vedono una riduzione della disabilità ed un incremento della sicurezza in questi pazienti. Come fa? Il programma FIT Teens combina la psicoterapia e l’esercizio a metodi all’avanguardia che vengono impiegati per prevenire gli infortuni (ad esempio le valutazioni biomeccaniche, la realtà virtuale o il motion capture tridimensionale).fibromialgia Il programma è stato inserito in uno studio cominciato lo scorso anno, comprendente 400 partecipanti i cui risultati parziali (in attesa dei definitivi che arriveranno nel 2022) sono già positivi, come l’autore Susmita Kashikar Zuck del Cincinnati Children’s Hospital osserva: i pazienti dichiarano di fidarsi maggiormente del proprio corpo, obiettivo importante per questa tipologia di pazienti che a causa della malattia perde subito tale fiducia (http://www.popsci.it/canali-medicina/dolore/fibromialgia-un-aiuto-dalla-medicina-dello-sport.html?tck=FBE29D9A-E25C-4F97-9CFB-94C494019C03).

Quel che è stato importante modificare in tali pazienti riguarda proprio la concezione del movimento, quindi dell’attività fisica. Spesso, i pazienti con fibromialgia tendono a sviluppare paura di muoversi e associano all’attività fisica il dolore. Grazie a questo studio sono state integrate la terapia cognitivo-comportamentale e l’esercizio neuromuscolare, facendo sì che venisse migliorata la competenza nel movimento minimizzando il dolore muscolare dopo l’esercizio.

Le attività fisiche proposte agli adolescenti variano da moderate a vigorose in base alle loro scelte e i ragazzi vengono poi istruiti sul modo di inserire queste attività all’interno del loro programma in maniera graduale. L’allenamento neuromuscolare, invece, riguarda la forza centrale, il controllo della postura, la ripresa dallo stress e la coordinazione. Dal punto di vista psicologico vengono impegnati in skill gestionali che comprendono la distrazione cognitivo comportamentale, la gestione dello stress, il rilassamento muscolare, la scansione delle attività.

Pertanto, come afferma la Dott.ssa Anna Cantagallo, “il contributo da parte dello sport alla psiche è da rivalutare, senza considerare questo rapporto come unilaterale; aprirsi a queste nuove prospettive può rappresentare un importante punto di inizio sia per la ricerca sperimentale di nuove prospettive nello studio della psiche sia nella pratica clinica per nuove opportunità di trattamento”.

Se pensi di trovarti in queste condizioni e hai riscontrato i problemi esposti sopra, contattaci in BrainCare e formuleremo insieme un programma individualizzato su misura per te!


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programmi motori

I programmi motori per il benessere psichico. Corso di formazione.

Presso il nostro centro organizziamo un corso di formazione sulle tipologie e i benefici dei programmi motori per il benessere psichico.

Puoi scaricare QUI la brochure e vedere il programma della giornata di corso che si terrà Sabato 26 Gennaio 2019.

Intanto ti parlo di alcuni studi che hanno approfondito i benefici dello sport sul disturbo d’ansia. In particolare, gli studi hanno cercato di capire quali sport facciano la differenza rispetto ad altri nell’esercitare un’azione ansiolitica: una revisione di 16 studi pubblicata da Sports Medicine ha dimostrato che gli sport con “allenamento contro resistenza” (ovvero esercizi di potenza come il sollevamento pesi) riescano a diminuire lo stato d’ansia in coloro che li praticano.

In quest’ottica, chi pratica questi sport soffrirebbe meno di disturbi d’ansia.

Brett Gordon, autore dello studio sopracitato, istruttore di educazione fisica e ricercatore in tema di sport presso l’Università di Limerick in Irlanda, indica che  “l’allenamento regolare con esercizi di potenza, (resistance exercise training, RET) ha significativamente ridotto l’ansia nei soggetti sani e anche in quelli con una patologia fisica o mentale, e la dimensione dell’effetto di queste riduzioni è paragonabile a quella dei trattamenti di prima linea, quali farmaci e psicoterapia” (http://www.popsci.it/gli-sport-di-resistenza-sono-ansiolitici.html).

Non è possibile, ad oggi, indicare se questa tipologia sia l’unica efficace nel trattamento dei disturbi d’ansia, né se sia migliore o peggiore di altre; ciò che risulta però importante è che grazie a questi studi vi sono nuove prospettive per gli approcci terapeutici al disturbo d’ansia, molto spesso considerato dai pazienti come “insuperabile”, dato il grado di difficoltà che produce nel condurre la vita di ogni giorno.

Come la dott.ssa Anna Cantagallo ci indica, “il trattamento del disturbo d’ansia prevede un approccio che non sia limitato alla prescrizione di farmaci ansiolitici, che spesso portano ad assuefazione dopo brevi periodi; insieme ad una terapia psicologica, l’incontro con le neuroscienze ha permesso di considerare altre tipologie di approcci, che riconsiderano l’utilizzo di nuove strategie, quali ad esempio gli sport che dimostrano una particolare efficacia per queste specifiche condizioni”.

Se i sintomi ansiosi non si risolvono e hai voglia di provare dei nuovi approcci terapeutici da affiancare ai classici, in BrainCare puoi trovare un team di professionisti che metteranno le loro competenze ed il loro tempo a disposizione per proporti nuove soluzioni su misura per te.


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