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musica e sport

Come la musica influenza le prestazioni sportive

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Molto spesso può capitare di vedere uno sportivo che prima di una gara o semplicemente mentre si sta allenando indossa le cuffiette. Questa non è solo una tecnica per rendere più piacevole un allenamento, ma secondo quanto dimostrato da alcuni studi la musica aiuta a migliorare le prestazioni, aumenta il controllo dei movimenti, rilassa, carica e distrae. In questo caso, la musica ha uno scopo motivazionale in quanto è in grado di modificare i sentimenti di una persona, trasformando la tristezza in felicità  e la noia in determinazione.

Rispetto a questo, il maggiore esperto in questo settore Costas Karageorghis, professore di psicologia dello sport alla Brunel University in Gran Bretagna, definisce la musica nello sport come una sorta di droga legale.

In che modo la musica può influenzare le performance sportive?

Andando più nel dettaglio e basandosi sulle sue ricerche, egli ha individuato cinque funzioni specifiche alle quali è stato attribuito il potere di influenzare le performance degli atleti, sia durante le competizioni che nelle sessioni di allenamento. Si tratta di dissociazione, sincronizzazione, controllo dell’eccitazione, acquisizione di abilità motoria e raggiungimento della trance agonistica.

La dissociazione fa riferimento all’effetto prodotto dalla musica nel riuscire a distrarre dalla sensazione di fatica e dalla percezione degli sforzi che si stanno compiendo favorendo uno stato d’animo positivo e allontanando paure e tensioni legate al risultato. Questo effetto è stato notato solo nel caso di sforzi di media o bassa intensità. Nelle situazioni in cui lo sforzo è maggiore, la percezione della fatica supera l’effetto della musica che in ogni caso contribuisce ad un effetto di piacere per l’atleta.

La sincronizzazione dei battiti e del tempo della musica che si ascolta, con la successione di movimenti ripetitivi tipici di alcuni sport, come ad esempio la corsa o il ciclismo, favorisce il miglioramento dell’attività dando più regolarità al movimento e prolungando la resistenza. Questo perché vengono dati all’atleta dei riferimenti temporali che gli consentono di ottimizzare la sua spesa energetica.

Il controllo dell’eccitazione, invece, è frutto del fatto che la musica altera l’eccitazione psicologica, in particolare attraverso il ritmo. Questo può essere utile sia per stimolare a raggiungere l’obiettivo sia per ridurre l’ansia.

L’acquisizione di abilità motorie, riguardante soprattutto i bambini è utile per migliorare la coordinazione e stimolare il movimento, rendendo l’apprendimento più divertente.

Tutti questi elementi sono fondamentali per consentire il raggiungimento della trance agonistica, ossia quel momento nel quale l’atleta sente in misura minore la fatica e produce una prestazione al di sopra dei suoi livelli abituali.

Nelle prestazioni sportive è importante la scelta della musica?

Ovviamente per poterarrivare a questi risultati è importante la scelta della musica. Ad esempio, alcune attività sportive, che possiamo definire più ripetitive, si prestano in modo particolare ad essere accompagnate dalla musica. Inoltre, ci sono degli sport in cui l’ascolto è inteso in modo individuale e in altri in cui la musica serve alla squadra per creare spirito di gruppo e sincronizzare i movimenti.

Per fare la scelta musicale più adeguata quello che si deve fare è trovare un genere che possa risultare gradito e che abbia un tempo ed un ritmo che rispecchino il tipo di attività da svolgere.  Molto spesso si fa ricorso a vere e proprie playlist, che possono essere usate per seguire un circuito di allenamento con ritmi veloci e volume più alto nei momenti di sforzo intenso e musiche più lente a volume più basso nei momenti di recupero.

In conclusione, quindi la playlist ideale dovrebbe avere questi elementi: piacevolezza, essere familiare, in sintonia con i movimenti che si devono compiere, trasmettere forza ed energia e contenere valori associabili allo sport, quali il superamento dei limiti, lavoro e disciplina associati al trionfo.


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Coronavirus e Psicopatologia

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Il Coronavirus può portare alla Psicopatologia.

Il Covid-19, oltre ad essere una patologia infettiva, sembra essere talvolta la causa di differenti disturbi, che se non individuati per tempo potrebbero portare ad una compromissione della funzionalità globale di un soggetto. L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha ed avrà un rilevante impatto sull’economia psichica dell’individuo sia per l’esperienza diretta ed indiretta al virus, sia per la paura che genera, sia infine per le misure di prevenzione del rischio che hanno comportato un isolamento sociale.

Si è visto come il trauma legato a questa esperienza inusuale abbia portato alcune persone ad una condizione di hyperarousal psicofiosiologico ponendo il soggetto di fronte ad un’allerta persistente. Ecco che disturbi come insonnia, mal di testa, palpitazioni, difficoltà di concentrazione, facile irritabilità, iperalimentazione o inappetenza, ipervigilanza, disturbi gastrointestinali, incremento del fumo di sigarette e sensazione di soffocamento sono stati i sintomi più osservati tra la popolazione generale.

Il coronavirus può causare depressione? 

Sembra che la risposta sia positiva, infatti in alcuni individui si riscontra una dimensione depressiva, manifestata da sintomi come il sentirsi giù di tono, l’isolarsi, l’incremento del pessimismo e la diminuzione d’interesse riguardo l’ambiente circostante. In questi casi si può dire che i quadri clinici sopra citati possano rientrare nei disturbi dell’adattamento, rilevanti quando compromettono il generale benessere di un soggetto e quindi campanelli d’allarme utili da individuare per evitare la strutturazione in disturbi psichici di maggiore rilevanza clinica, quali la depressione maggiore o il disturbo di panico.  

Particolare attenzione va rivolta anche al Disturbo d’ansia di malattia nel quale il paziente, preoccupato di avere o contrarre una grave malattia, misura la propria temperatura corporea ed il proprio respiro in maniera ossessiva e ripetitiva. Il coronavirus talvolta ha generato un senso di paranoia consolidato in un nucleo ideativo a contenuto persecutorio, suscitato da dati della realtà o notizie lette sui social. Ancora, ha dato avvio a comportamenti ossessivi, come il lavarsi costantemente le mani, disinfettarsi senza limiti, non uscire di casa neanche per necessità essenziali per paura del contagio e il tenere sempre le finestre chiuse.  

Infine, il Covid-19 per molte persone è stato un trauma, che per quanto sia stato vissuto direttamente in prima persona o indirettamente (un familiare deceduto da coronavirus), ha portato alcuni individui a soffrire di stress acuto, il quale nella forma più estesa (oltre un mese) ha delineato quello che viene definito come disturbo da stress post-traumatico. 

In conclusione, possiamo quindi porci una domanda: “Come evitare l’istaurarsi di una psicopatologia nel momento in cui percepiamo il venir meno di un certo benessere globale nella nostra vita?” Sicuramente la prevenzione attraverso un intervento specialistico precoce può evitare la nascita di disturbi cronici di rilievo psicopatologico.  

Se vuoi saperne di più, su questo e tanti altri temi inerenti la psicologia segui il nostro filone di dirette con la Dott.ssa Griguoli e la Dott.ssa Cantagallo! Ti basterà andare sulla nostra pagina facebook, alla sezione video troverai tutte le dirette registrate dal titolo “Sulla Psicologia”.

Inoltre, non perdere il prossimo appuntamento lunedì 14 febbraio: in occasione di San Valentino parleremo di “Comunicazione nella coppia”.

Bibliografia 

  • Pellegrino F. La salute mentale, clinica e trattamento. 2018, Edizioni Medico Scientifiche, Torino 
  • Pellegrino F. Coronavirus e psicopatologia. 2020, Medici Oggi, Milano.  

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Federico Fellini

Federico Fellini: un genio e un esempio che travolge ed ispira

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Federico Fellini, famoso regista, sceneggiatore, fumettista, attore e scrittore italiano all’età di 73 anni venne colpito da un ictus mentre si trovava al Grand Hotel di Rimini.La sua diagnosi è di infarto parietale destro, con emiparesi sinistra e neglect spaziale unilaterale.

La Dott.ssa Anna Cantagallo racconta: “Federico Fellini per me era il grande regista noto in tutto il mondo, che aveva ideato e girato Amarcord e 8 ½. Un genio, un po’ difficile da capire in tutte le sue molteplici e differenti sfaccettature….Dopo i primi giorni di ricovero nella fase acuta a Rimini, due settimane dopo Fellini fu trasferito per la riabilitazione omnicomprensiva nel Dipartimento di Riabilitazione a Ferrara, dove lavoravo come medico fisiatra e neurologo, e dirigevo il Modulo di Neuropsicologia Riabilitativa.  Lo incontrai in un pomeriggio assolato dei primi di Agosto 1993, nella sua camera di reparto: Lo visitai e valutai una prima volta, a quindici giorni dopo l’infarto. Al tempo presentava un grave deficit sensoriale e motorio che coinvolgeva la parte sinistra del corpo (emianestesia ed emiparesi a sinistra), e un difetto limitato al quadrante inferiore del campo visivo di sinistra, che indicava una lesione delle radiazioni ottiche, compatibile con la localizzazione del suo danno cerebrale. Quando ne parlava la sua consapevolezza era chiara e con il suo modo sempre teatrale mi faceva capire che fosse perfettamente al corrente di non vedere nel quadrante in basso a sinistra e di riuscire invece a cogliere gli elementi del quadrante in alto a sinistra”.

La patologia di cui era affetto Federico Fellini prende il nome di neglect spaziale unilaterale. Esso è un disturbo consistente nell’incapacità del paziente di orientare la propria attenzione verso il lato controlaterale alla lesione cerebrale. Il soggetto affetto da tale disturbo sembra comportarsi come se gli oggetti e le persone nell’emicampo negletto non esistessero. Studi clinici hanno evidenziato una frequenza notevolmente maggiore di NSU in pazienti con una lesione emisferica focale destra. In particolare nella pratica clinica si è visto che sono frequentemente presenti lesioni interessanti l’area parieto-temporo-occipitale, più raramente lesioni nelle aree premotorie frontali e tra le lesioni sottocorticali troviamo con una certa frequenza quella del talamo. Molto spesso, poi, questo disturbo è associato ad anosognosia, ovvero da inconsapevolezza rispetto al disturbo. Nel caso di Fellini, però, vi era una completa consapevolezza delle difficoltà presentate ed era anche in grado di scherzarci su questo aspetto tanto che la dott.ssa Cantagallo dice” Un giorno, mentre gli somministravo un test di cancellazione gli ho  chiesto se fosse sicuro di aver indicato tutte le campanelle del foglio.  Egli sorrise, non si accorse di altre campanelle, ma mi disse che ce ne erano sicuramente e cominciò a disegnarne altre, dicendomi che erano quelle che aveva dimenticato. Era perfettamente consapevole di tralasciare una porzione del campo visivo, ed era cosciente della sua menomazione sia attentiva che motoria, scherzandoci in modo satirico e tagliente”. L’incapacità di prestare attenzione alla parte sinistra dello spazio e/o del corpo non è dovuto ad una lesione a livello del nervo ottico o del lobo occipitale, in quanto questi risultano perfettamente integri. Infatti, anche lo stesso Fellini non presentava nessuna problematica visiva, quanto piuttosto una vera e propria “dimenticanza attentiva” del lato sinistro. Molto spesso,inoltre, la sindrome da negligenza spaziale unilaterale è accompagnata da altri sintomi clinici come la somatoparafrenia, che consiste in una forma di asomatognosia che si manifesta come un delirio selettivo verso l’arto plegico o paretico. Nonostante la connotazione delirante non si associa ad altri sintomi o disturbi psichiatrici. Anche in questo caso Federico Fellini aveva sviluppato una misoplegia dell’arto superiore di sinistra e avendo perso completamente la sensibilità ne attribuiva aspetti deliranti definendolo un mazzo di asparagi. Continua a raccontare la Dott.ssa Cantagallo “Spesso si rivolgeva all’infermiera di turno dicendo “Dov’è la mia mano finta?”oppure “. La mano sinistra di Federico non aveva nessuna sensibilità, era più scura e gelida. Così la pizzicava, la spostava come se fosse un oggetto che non gli apparteneva, la guardava con disapprovazione. In più di un’occasione racconta di essersi toccato la mano sinistra e di aver sentito una cosa fresca, grave, inerte, e di averla definita“un mazzo di asparagi”.

I clinici che hanno avuto il piacere di conoscere il regista in quella fase della sua vita, come conferma la Dott.ssa Anna Cantagallo, lo definiscono una persona brillante, creativa, che considerava il rapporto tra paziente e medico come un patto, basato su disponibilità e condivisione. In quei mesi di valutazione e riabilitazione è emersa la grande tenacia e grinta del regista e anche nei momenti di sconforto ha sempre mostrato una grande voglia di fare e di superare le proprie difficoltà.


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musica e Alzheimer

Interventi riabilitativi con la musica per dolore cronico e Alzheimer

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La demenza di Alzheimer si presenta principalmente negli adulti a partire dai 65 anni con declino cognitivo nella fase iniziale, disturbi del tono dell’umore e dolore cronico in comorbidità con altri fattori. Molto spesso vengono prescritte terapie farmacologiche che provocano diversi effetti collaterali, tra cui stato confusionale, aumento del rischio di cadute e dipendenza fisica e psicologica.

Quali potrebbero essere delle valide terapie non farmacologiche per la riabilitazione della demenza e del dolore cronico?

Per questo motivo si sta sempre più diffondendo l’utilizzo di terapie non farmacologiche e tra queste vi è la riabilitazione attraverso la musica. E’ stato infatti osservato che anche nelle fasi avanzate della malattia la capacità di percepire la musica, le emozioni e di riconoscere i brani familiari viene conservato. Per questo motivo molto spesso nelle persone affette da Alzheimer viene utilizzato l’intervento musicale per migliorare il funzionamento cognitivo, i disturbi del tono umore, i problemi comportamentali e la qualità della vita in generale. Si è visto, che anche negli anziani sani la stimolazione cognitiva attraverso la musica può essere un valido strumento per un invecchiamento sano in quanto aumenta il benessere emotivo e l’isolamento sociale.

In che modo la musica si può dimostrare efficace?

Alzheimer e MusicaRispetto agli effetti dell’uso della musica sul dolore cronico in pazienti con Alzheimer nelle fasi iniziali della malattia, è stato condotto uno studio nel 2017 da Pongan e collaboratori. Gli obiettivi di questa ricerca erano soprattutto focalizzati sul vedere gli effetti della musica a livello di ansia, depressione, qualità della vita, cognizione e autostima. L’intervento musicale utilizzato è stato quello del canto che si è visto intervenire a diversi livelli. Primo fra tutti, l’aumento della produzione di endorfine, che hanno un ruolo primario nell’inibire la percezione del dolore. Inoltre, è stato osservato che questo porta dei miglioramenti a livello delle funzioni cognitive, in quanto vengono attivati la memoria a breve termine, la corteccia prefrontale e il controllo della pianificazione a lungo termine degli errori.

Nello specifico lo studio seleziona 54 ultrasessantenni con problemi cognitivi che poi vengono divisi in due gruppi: l’uno che viene sottoposto ad attività inerenti al canto, l’altro di controllo in attività inerenti alla pittura. Entrambi, infatti, sono attività artistiche e di svago, che possono essere eseguite in gruppo e che prevedono un progetto finale.

Prima di iniziare la ricerca tutti i soggetti sono stati sottoposti ad una valutazione che delinea la diagnosi e la fase di Alzheimer, il livello di dolore cronico, lo stile di vita, i fattori demografici, la propensione artistica e musicale, il livello di autostima e le componenti neuropsicologiche.

Per quanto riguarda le attività musicali i compiti da eseguire erano il riscaldamento della voce e l’apprendimento di quattro brani musicali, mentre l’intervento di tipo artistico consisteva nel vedere dipinti famosi, creazione di quadri ed esposizione di opere realizzate.

I risultati di questo studio hanno dimostrato che i pazienti sottoposti all’uso del canto e della pittura hanno avuto un miglioramento significativo per quanto riguarda il dolore, i disturbi del tono dell’umore, la qualità della vita e l’autostima. Quello che è interessate, però, è che nelle persone affette da Alzheimer l’uso del canto ha fatto si che vi fossero dei risultati positivi soprattutto nell’ambito della memoria episodica. Questo è dovuto al fatto che la memorizzazione dei testi insieme alla musica sono in grado di stimolare le reti neurali coinvolte nella memorizzazione verbale.


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Realtà virtuale e prestazioni cognitive

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La realtà virtuale e le prestazioni cognitive.
La realtà virtuale (VR) è un’esperienza interattiva che si realizza grazie alla simulazione di ambienti creati tramite il computer. Esistono diverse modalità che vanno dalle più semplici alle più complesse, come ad esempio la realtà virtuale immersiva.

Com’è nata questa metodologia?
La realtà virtuale nei suoi primi sviluppi veniva utilizzata in ambito militare per la simulazione dei campi di battaglia oppure per la progettazione di ambienti di lavoro o di vita.
Solo recentemente è stata introdotta anche in ambito medico, soprattutto nella riabilitazione e nella chirurgia.

In particolare, la Telepresenza Immersiva Virtuale (TIV) si pone come un approccio innovativo, in grado di supportare il recupero funzionale delle abilità nei pazienti affetti da ictus, malattia di Parkinson, disturbi psicologici come stress, fobie ed ansia, disturbi cognitivi nelle fasi iniziali e disturbi motori associati.

La realtà virtuale consiste nell’esecuzione di programmi virtuali mirati a promuovere l’esercizio delle funzioni compromesse al fine di superare, guidare, compensare o diminuire i deficit. La riabilitazione attraverso la TIV si basa sull’esecuzione di attività con differenti livelli di difficoltà, con la possibilità di graduarli all’interno di un dispositivo, il quale riproduce in maniera realistica ed interattiva contesti e situazioni di vita quotidiana. Il paziente, indossando particolari occhiali per la visione tridimensionale (3D) e sensori di posizione in grado di rilevare i suoi movimenti, interagisce mediante un joypad in ambienti esterni e domestici.

Qual è lo scopo di questa metodologia?
La dottoressa Anna Cantagallo dice che l’obiettivo è quello di migliorare le capacità cognitive, motorie e lo svolgimento delle attività di vita quotidiana.
Rispetto alle metodologie tradizionali i vantaggi della riabilitazione TIV sono:
⦁ Situare l’esercizio riabilitativo in un ambiente che simula il nostro ambiente di vita
⦁ La stimolazione multisensoriale
⦁ L’opportunità di adeguare la difficoltà degli esercizi in maniera dinamica
⦁ Il monitoraggio sistematico degli indicatori di performance durante il test riabilitativo

Bibliografia

Stramba-Badiale, Marco. (2019). Influence of virtual reality on cognitive performance, Milano.


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La metacognizione: cosa pensiamo dei nostri pensieri

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Metacognizione. Metacognizione è una parola difficile, rappresenta un costrutto psicologico ed è un processo di riflessione cosciente sui propri stati mentali. Cornoldi la definisce in questo modo: “tutte le volte che stiamo usando un determinato processo cognitivo (stiamo ricordando qualcosa, prestiamo attenzione a uno stimolo..) stiamo facendo cognizione e tutte le volte che abbiamo consapevolezza su di esso stiamo facendo metacognizione”.

Siamo costantemente portati a imparare delle cose e gran parte delle cose che impariamo hanno delle istruzioni, tuttavia, una delle cose che nessuno ci insegna ma che per noi sarebbe utile imparare a usare è la nostra mente. Di solito ci affidiamo a quello che gli altri ci dicono ma non sappiamo di preciso come funziona, quali sono le regole che orientano la nostra mente.

La mente è uno strumento che, filtra, codifica, organizza e interpreta dei dati di realtà con l’obiettivo di compiere delle azioni in modo da raggiungere degli scopi. Il modo attraverso cui la mente fa questo è usando degli schemi, ovvero degli insiemi di strutturazione e lettura della realtà frutto della nostra storia di vita.

L’interesse sulla capacità di “ragionare” sui nostri pensieri nasce nell’ambito evolutivo sugli studi sulla metarappresentazione e poi grazie alle ricerche delle scienze cognitive abbraccia il concetto di Teoria della Mente (TOM). Negli anni ’80 gli studi condotti all’interno dello spettro autistico sulle difficoltà legate alla TOM hanno indirizzato verso l’approfondimento della metacognizione, non solo il campo della ricerca sperimentale, ma anche delle neuroscienze cliniche, sociali e della psicopatologia. Per quanto riguarda l’ambito psicoterapeutico, l’importanza di “pensare ai propri pensieri” è stata evidenziata in particolare da Peter Fonagy (1991) all’inizio degli anni ’90, con il termine di “mentalizzazione”, in relazione alle difficoltà riscontrate dalle persone con disturbo di personalità borderline.

La metacognizione può essere scomposta in differenti sottocomponenti, ognuna delle quali ha un grado di funzionamento diverso. Elencandole brevemente troviamo:

 

  • Monitoraggio: è la capacità di identificare i propri pensieri, le proprie emozioni e mettendoli in relazione tra loro;
  • Differenziazione: è la capacità di riconoscere che il nostro modo di leggere gli eventi è soggettivo ed ipotetico e quindi non sempre corrispondente alla realtà;
  • Integrazione: è la capacità di gestire i nostri stati emotivi interni, anche quando risultano contrastanti, mettendoli in un ordine di rilevanza e mantenendo una visione stabile di sé;
  • Decentramento: è il considerare che le altre persone possono agire in base a idee, credenze e scopi differenti dai nostri. Ovvero la capacità di metterci nei panni altrui, abbandonando quindi la nostra prospettiva autocentrata;
  • Regolazione: strategie comportamentali e cognitive con cui possiamo padroneggiare gli stati mentali di sofferenza

Ciascuna di queste sottocomponenti, può essere più immediata e semplice, legata ad azioni che coinvolgono il nostro corpo o che richiedono un intervento di persone esterne, oppure più complesse e organizzate, basata su strategie comportamentali quali distrazione, inibizione o controllo cognitivo o legate a operazioni di conoscenza metacognitiva.

Le difficoltà di metacognizione, ovvero di accedere in maniera consapevole e comprendere ciò che abbiamo in mente oppure, saper leggere e fare inferenze verosimili e flessibili su quanto le altre persone provano e pensano, caratterizzano in particolar modo le persone che soffrono di disturbi di personalità. È fondamentale quindi, lavorare sulle nostre capacità metacognitive per ottenere una rappresentazione chiara dei nostri stati emotivi, per poterli regolare senza andare eccessivamente in confusione o reagire in maniera impulsiva e dannosa per noi stessi e per gli altri. Le nostre capacità metacognitive possono inoltre aiutarci a creare e mantenere delle relazioni interpersonali piacevoli e gratificanti, mantenendoci in armonia con noi stessi e con le persone che ci circondano.

 

Vuoi saperne di più? Segui la diretta dedicata alla metacognizione con la Dott.ssa Griguoli e la Dott.ssa Cantagallo sulla nostra pagina Facebook!


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Musica: tra emozioni e ricordi

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Emozioni. La musica, se definita come uno stimolo emozionale, può essere considerata come molto complessa e capace di suscitare emozioni in modo diverso.  Queste possono essere determinate sia dalla struttura stessa della musica che dal contesto in cui questa è inserita.

Quali sono i meccanismi determinati che fanno sì la musica susciti delle emozioni?

I meccanismi che fanno si che le emozioni possano essere determinate dai brani musicali sono il tronco cerebrale, il condizionamento, il contagio emotivo, l’immaginazione visiva, la memoria episodica e le aspettative musicali.

Partendo dal tronco encefalico, questo ha la funzione di cogliere le caratteristiche acustiche più importanti del brano musicale, tramite lo stesso meccanismo con cui i suoni improvvisi determinano un’attivazione del sistema nervoso centrale.

Per quanto riguarda il condizionamento, invece, un’emozione può essere scatenata da un brano musicale poiché questo è più volte associato ad aventi positivi o negativi.

L’emozioni di un brano sono anche legate al cosiddetto contagio emotivo, in cui l’ascoltatore percepisce le emozioni che la musica vuole trasmettere e le “mima” internamente, attraverso la mediazione dei neuroni a specchio. Alcuni studi hanno osservato che è possibile percepire le emozioni altrui sentendo solamente la loro voce e quindi associando ad un determinato tono una certa emozione. La voce, infatti, è in grado di esprimere emozioni tramite la regolazione della frequenza, dell’intensità e di alcuni pattern temporali o ritmici. La musica suscita emozioni poiché è caratterizzata da quelle stesse strutture che sono presenti anche nel linguaggio parlato e che permettono di esprimere le emozioni.  Infatti, come un discorso pervaso dall’emozione della rabbia ha un ritmo veloce e un’intensità alta allo stesso tempo un brano musicale per suscitare la rabbia ha le stesse caratteristiche. Questo rende la musica un efficace strumento per suscitare e trasmettere emozioni, poiché il cervello risponde in modo automatico ad alcune caratteristiche universali ed innate.musica, emozioni, ricordi

Un altro modo per suscitare emozioni è l’immaginazione visiva, poiché l’affiorare di particolari immagini nella mente durante l’ascolto di un brano musicale provoca emozioni associate all’immagine stessa. Si pensa infatti che un’emozione possa essere determinata dalla comparsa di immagini particolari che il brano suscita.  Questo meccanismo si presenta in assenza di stimoli sensoriali rilevanti ed è stato dimostrato che i brani musicali sono particolarmente efficaci nell’indurre immagini visive. Ci sono, poi, dei temi che ricorrono nelle immagini evocate dalla musica, come la natura o fluttuare nello spazio, probabilmente perchè alcune caratteristiche del brano sono più efficaci nello stimolare vivide immagini.

La memoria episodica invece si riferisce ad un processo che avviene nel momento in cui  un brano musicale evoca il ricordo di un evento particolare vissuto dalla persona che ascolta. Tramite la memoria episodica le emozioni si manifestano poiché un brano musicale riporta alla mente ricordi specifici e connessi con determinate emozioni. Secondo alcuni studi, si pensa che i ricordi che riaffiorano tramite la musica siano legati alle relazioni sociali, ma in realtà si associano a qualsiasi tipo di evento come una vacanza o un concerto. Nei bambini, ad esempio, la memoria episodica si sviluppa molto lentamente nell’età prescolare, mentre negli anziani è il primo tipo di memoria che inizia a peggiorare.

Infine, l’aspettativa musicale, fa riferimento al meccanismo con cui l’emozione viene provocata nell’ascoltatore grazie ad una specifica struttura del brano musicale che può confermare o cambiare le aspettative dello stesso. Durante l’ascolto di un brano le emozioni provate non sono sempre le stesse ma hanno dei picchi o dei minimi, con momenti emotivamente forti che durano per pochi secondi. Nel caso in cui l’ascoltatore si sia creato un’aspettativa che poi viene confermata, l’emozione risulterà positiva, nel caso contrario sarà negativa o di sorpresa.


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Emozioni. Disregolazione delle emozioni e mantenimento della sofferenza psicologica.

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Le nostre emozioni sono una risorsa che ci permette di interagire con il mondo circostante e con le altre persone. In ogni momento della nostra vita proviamo emozioni e la maggior parte delle volte riusciamo a gestirle anche in maniera efficace.

La disregolazione delle emozioni è l’incapacità, nonostante gli sforzi, di modulare o riportare entro la norma i nostri vissuti emotivi, le nostre esperienze interne e il proprio comportamento verbale e non verbale in risposta a degli stimoli. Tale difficoltà spesso, si associa all’ impulsività e a problemi di adattamento dell’individuo all’interno del proprio contesto relazionale, data l’incapacità di controllare le risposte intense e, talvolta, estreme. Spesso tra le difficoltà associate alla disregolazione delle emozioni troviamo anche: difficoltà di attenzione e progettazione (riconducibili a deficit dell’esecutivo centrale), difficoltà nell’organizzare la propria quotidianità, isolamento come tentativo ultimo di arginare la sofferenza, modalità inadeguate di espressione di richieste di aiuto, etc. A peggiorare la situazione vi è anche il feedback proveniente dall’altro, che, spesso, incapace di gestire comportamenti così intensi e spesso anche spaventato dalla non gestibilità della sofferenza che vede, si tira indietro, vittimizza o stigmatizza chi ha difficoltà di regolazione.

Secondo Lazarus e Folkman, il concetto di disregolazione emotiva è legato a quello di regolazione e riferendosi ad un’interruzione della “stabilità interna” dei processi mentali, collegati a loro volta alla costante e dinamica regolazione delle attività̀ di cervello-mente-corpo-ambiente.

Ci sono diverse componenti che contribuiscono alla regolazione emotiva:

  1. consapevolezza e comprensione delle emozioni;
  2. accettazione delle emozioni;
  3. capacità di controllare le proprie emozioni negative e di agire in base ai propri obiettivi anche quando vengono provate tali emozioni;
  4. capacità di adattare al contesto le strategie di regolazione emotiva, rendendole flessibili.

Per meglio capire il rapporto che esiste tra la disregolazione delle emozioni e il mantenimento della sofferenza patologica, dobbiamo approfondire il concetto di finestra di tolleranza di Daniel Siegel, autore statunitense di fama mondiale. Secondo Siegel ciò che si trova alla base della sofferenza psichica in senso allargato è la mancanza di integrazione. Integrazione tra diverse parti del Sé, integrazione tra le strutture cerebrali più antiche e quelle più recenti, integrazione tra il funzionamento destrorso e quello “sinistro” del cervello.

La linea di forma sinusoidale che si osserva tra le due linee orizzontali segnalate dalle due frecce rappresenta il tono di attivazione neuro-fisiologica con le sue normali fluttuazioni. Nel corso della giornata, il nostro stato di arousal si muove a tratti verso l’alto (tendendo allo stato di iper-arousal) e a tratti verso il basso (ipo-arousal), contestualmente a situazioni percepite più o meno “attivanti” o più o meno “calmanti”. Fluttuare all’interno della finestra di tolleranza è del tutto normale, fino al punto in cui per varie ragioni il tono di arousal non superi verso l’altro o verso il basso i confini della finestra di tolleranza: in quel momento inizia il senso di “disregolazione”, percepito soggettivamente come un senso di essere “fuori controllo” (troppo agitati/ansiosi/attivati) o al contrario troppo “scarichi” o apatici (lo stato di ipo-arousal) e accompagnato da uno stato di profondo malessere soggettivo psichico, da cui si tenta di fuoriuscire. Secondo questa rappresentazione del malessere psichico, indotto da una disregolazione del tono di attivazione neuro-fisiologica, il problema legato al mantenimento dello stato di sofferenza consiste quindi nell’incapacità di trovare strategie di regolazione emotiva che consentano all’individuo di ri-entrare all’interno della finestra di tolleranza quando ci si trova al di fuori, sia in termini di iper o di ipoarousal.

Vuoi approfondire queste tematiche? Segui la diretta del 13 Dicembre sulla nostra pagina Facebook!


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Musica live o musica registrata?

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Movimento. Chiunque di noi sia fan di un cantante potrebbe rispondere che tra scegliere di ascoltare la musica seduto comodamente in casa o scatenarsi in un concerto, sicuramente sceglierebbe la seconda. Quale potrebbe essere il motivo, se pensiamo pure che dall’altra parte ci sarebbe la possibilità di sentirla comodamente distesi sul proprio divano?

Prima di tutto uno dei motivi potrebbe essere il maggior coinvolgimento che lo spettatore ha con gli altri membri del gruppo.  Infatti, quando si è ad un concerto la persona non si sente soltanto uno spettatore, ma parte integrante dello spettacolo, grazie proprio alle emozioni e ai movimenti corporei che vengono suscitati dalla musica dal vivo. L’ascolto dell’musica porta a muoversi e questo è determinato dalle connessioni tra le aree uditive e motorie del cervello, la cui associazione può essere misurata attraverso le oscillazioni neurali.

In particolare, i movimenti della testa rappresentano le emozioni percepite in quel momento di coinvolgimento e possono consentire più facilmente il legame con le persone circostanti.

Un altro aspetto interessante è il fatto che la musica che si ascolta al concerto è imprevedibile e questo fa si che vengano aumentati i sentimenti di attesa e coinvolgimento da parte del pubblico che vi assiste.

Cosa hanno dimostrato gli studi rispetto alla connessione tra movimento e musica?

Rispetto a questo è stato fatto uno studio, in cui gli sperimentatori hanno osservato l’esperienza delle persone al concerto live, ponendo l’ipotesi per cui solo il fatto di far parte di un concerto fa vivere più positivamente l’ascolto della musica. La tecnica utilizzata è quella motion capture, un sistema di telecamere emittenti luce e di marcatori di materiale riflettente che sono in grado di rilevare i movimenti con massima precisione. Questa tecnica è stata utilizzata al fine da poter comparare le risposte derivanti dal movimento della testa del pubblico in termini di coinvolgimento durante un concerto live con un concerto registrato con le stesse canzoni, ma senza gli esecutori. Inoltre, l’altro parametro considerato era di capire se la persona del pubblico fosse o meno fan dell’artista. In quest’ultimo caso, l’aspetto dell’emotività avrebbe dovuto essere ancora più importante.

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Facendo questo esperimento si è visto, che i movimenti della testa sia nei fan che negli ascoltatori neutrali erano più vigorosi quando il concerto era dal vivo rispetto a quando l’album era registrato. In ogni caso, però, il movimento della testa dei fan era più forte rispetto a chi non lo era.  Il livello più alto di coinvolgimento era dovuto ad una maggiore familiarità con il genere musicale, mentre il maggior movimento della testa era dovuto ad un maggiore riscontro fisiologico dell’imprevedibilità del live, e una maggiore connessione con gli artisti e con la loro musica durante il concerto dal vivo.

Inoltre, era stato notato che non si osservavano differenze tra coloro che avevano una formazione musicale da chi non l’aveva per quanto riguarda il vigore del movimento e la sincronizzazione e le risposte automatiche al ritmo. Lo studio, quindi, dimostra che oltre alle caratteristiche acustiche della musica, anche i fattori ambientali e personali possono influenzare in movimento stesso. In particolare, la familiarità con l’esecutore e lo stile musicale ha portato a un aumento del movimento e del coinvolgimento, mentre la performance dal vivo in sé ha portato a un aumento significativo del vigore delle movenze del capo, generando il movimento sincrono tra il pubblico e dunque la prosocialità.

 


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Deterioramento cognitivo e sclerosi multipla: una relazione sottovalutata

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Deterioramento cognitivo e sclerosi multipla. Il rapporto tra la sclerosi multipla e il deterioramento cognitivo è sottovalutato e preso troppo poco frequentemente in considerazione.

La ricerca neuropsicologica, invece, indica la presenza di deficit cognitivi in pazienti con sclerosi multipla, in particolare per quanto riguarda velocità di elaborazione e memoria episodica, che risultano essere, infatti, i primi domini colpiti.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia immuno-mediata del sistema nervoso centrale (SNC): le cellule T arrivano al cervello tramite le interruzioni della barriera ematoencefalica, riconoscono la mielina come “estraneo” e la attaccano. Le cellule che “proteggono” i nostri neuroni (e non solo) vengono così danneggiate.

Quando la mielina o le fibre nervose vengono danneggiate o addirittura distrutte, la comunicazione tra neuroni rallenta e gli assoni possono essere danneggiati a tal punto che l’intera cellula muore. Pertanto, questo processo infiammatorio porta alla neurodegenerazione.

In alcuni pazienti il sintomo predominante è proprio la neurodegenerazione, con conseguente compromissione delle funzioni cerebrali e del midollo spinale. La perdita delle cellule nel talamo e nella corteccia cerebrale, infatti, è correlata al deterioramento cognitivo.

Circa il 35-50% dei pazienti con decorso recidivante-remittente e circa i due terzi dei pazienti con una forma progressiva presentano un deterioramento cognitivo. Molto spesso la compromissione è lieve o moderata, i deficit sono gravi e invalidanti in circa il 10-20% dei pazienti affetti.

Sono proprio i deficit cognitivi, nella maggior parte dei casi, a causare la perdita del lavoro nei pazienti. Per quanto lievi, quindi, sono aspetti che intaccano la quotidianità del paziente e la conseguente qualità di vita.

Fondamentale, quindi, non sottovalutare la presa in carico (dopo attenta valutazione) dei sintomi cognitivi: per quanto complessa sia certamente una malattia come la Sclerosi Multipla, ignorare un aspetto come il deterioramento cognitivo porta ad un abbassamento della QdV (qualità di vita) di coloro che ne soffrono.

Per questo motivo, il neurologo deve approfondire i sintomi di un paziente affetto da SM anche tramite invio al neuropsicologo che riesce ad effettuare attenta analisi dei disturbi cognitivi ai quali il paziente sta andando incontro, o potrà andare incontro, in ottica sia di intervento che di prevenzione.


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