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Musica live o musica registrata?

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Movimento. Chiunque di noi sia fan di un cantante potrebbe rispondere che tra scegliere di ascoltare la musica seduto comodamente in casa o scatenarsi in un concerto, sicuramente sceglierebbe la seconda. Quale potrebbe essere il motivo, se pensiamo pure che dall’altra parte ci sarebbe la possibilità di sentirla comodamente distesi sul proprio divano?

Prima di tutto uno dei motivi potrebbe essere il maggior coinvolgimento che lo spettatore ha con gli altri membri del gruppo.  Infatti, quando si è ad un concerto la persona non si sente soltanto uno spettatore, ma parte integrante dello spettacolo, grazie proprio alle emozioni e ai movimenti corporei che vengono suscitati dalla musica dal vivo. L’ascolto dell’musica porta a muoversi e questo è determinato dalle connessioni tra le aree uditive e motorie del cervello, la cui associazione può essere misurata attraverso le oscillazioni neurali.

In particolare, i movimenti della testa rappresentano le emozioni percepite in quel momento di coinvolgimento e possono consentire più facilmente il legame con le persone circostanti.

Un altro aspetto interessante è il fatto che la musica che si ascolta al concerto è imprevedibile e questo fa si che vengano aumentati i sentimenti di attesa e coinvolgimento da parte del pubblico che vi assiste.

Cosa hanno dimostrato gli studi rispetto alla connessione tra movimento e musica?

Rispetto a questo è stato fatto uno studio, in cui gli sperimentatori hanno osservato l’esperienza delle persone al concerto live, ponendo l’ipotesi per cui solo il fatto di far parte di un concerto fa vivere più positivamente l’ascolto della musica. La tecnica utilizzata è quella motion capture, un sistema di telecamere emittenti luce e di marcatori di materiale riflettente che sono in grado di rilevare i movimenti con massima precisione. Questa tecnica è stata utilizzata al fine da poter comparare le risposte derivanti dal movimento della testa del pubblico in termini di coinvolgimento durante un concerto live con un concerto registrato con le stesse canzoni, ma senza gli esecutori. Inoltre, l’altro parametro considerato era di capire se la persona del pubblico fosse o meno fan dell’artista. In quest’ultimo caso, l’aspetto dell’emotività avrebbe dovuto essere ancora più importante.

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Facendo questo esperimento si è visto, che i movimenti della testa sia nei fan che negli ascoltatori neutrali erano più vigorosi quando il concerto era dal vivo rispetto a quando l’album era registrato. In ogni caso, però, il movimento della testa dei fan era più forte rispetto a chi non lo era.  Il livello più alto di coinvolgimento era dovuto ad una maggiore familiarità con il genere musicale, mentre il maggior movimento della testa era dovuto ad un maggiore riscontro fisiologico dell’imprevedibilità del live, e una maggiore connessione con gli artisti e con la loro musica durante il concerto dal vivo.

Inoltre, era stato notato che non si osservavano differenze tra coloro che avevano una formazione musicale da chi non l’aveva per quanto riguarda il vigore del movimento e la sincronizzazione e le risposte automatiche al ritmo. Lo studio, quindi, dimostra che oltre alle caratteristiche acustiche della musica, anche i fattori ambientali e personali possono influenzare in movimento stesso. In particolare, la familiarità con l’esecutore e lo stile musicale ha portato a un aumento del movimento e del coinvolgimento, mentre la performance dal vivo in sé ha portato a un aumento significativo del vigore delle movenze del capo, generando il movimento sincrono tra il pubblico e dunque la prosocialità.

 


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Deterioramento cognitivo e sclerosi multipla: una relazione sottovalutata

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Deterioramento cognitivo e sclerosi multipla. Il rapporto tra la sclerosi multipla e deterioramento cognitivo è sottovalutato e preso troppo poco frequentemente in considerazione.

La ricerca neuropsicologica, invece, indica la presenza di deficit cognitivi in pazienti con sclerosi multipla, in particolare per quanto riguarda velocità di elaborazione e memoria episodica, che risultano essere, infatti, i primi domini colpiti.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia immuno-mediata del sistema nervoso centrale (SNC): le cellule T arrivano al cervello tramite le interruzioni della barriera ematoencefalica, riconoscono la mielina come “estraneo” e la attaccano. Le cellule che “proteggono” i nostri neuroni (e non solo) vengono così danneggiate.

Quando la mielina o le fibre nervose vengono danneggiate o addirittura distrutte, la comunicazione tra neuroni rallenta e gli assoni possono essere danneggiati a tal punto che l’intera cellula muore. Pertanto, questo processo infiammatorio porta alla neurodegenerazione.

In alcuni pazienti il sintomo predominante è proprio la neurodegenerazione, con conseguente compromissione delle funzioni cerebrali e del midollo spinale. La perdita delle cellule nel talamo e nella corteccia cerebrale, infatti, è correlata al deterioramento cognitivo.

Ma in che percentuali esistono deficit cognitivi nei pazienti con sclerosi multipla?

Circa il 35-50% dei pazienti con decorso recidivante-remittente e circa i due terzi dei pazienti con una forma progressiva presentano un deterioramento cognitivo. Molto spesso la compromissione è lieve o moderata, i deficit sono gravi e invalidanti in circa il 10-20% dei pazienti affetti.

Sono proprio i deficit cognitivi, nella maggior parte dei casi, a causare la perdita del lavoro nei pazienti. Per quanto lievi, quindi, sono aspetti che intaccano la quotidianità del paziente e la conseguente qualità di vita.

Fondamentale, quindi, non sottovalutare la presa in carico (dopo attenta valutazione) dei sintomi cognitivi: per quanto complessa sia certamente una malattia come la Sclerosi Multipla, ignorare un aspetto come il deterioramento cognitivo porta ad un abbassamento della QdV (qualità di vita) di coloro che ne soffrono.

Per questo motivo, il neurologo deve approfondire i sintomi di un paziente affetto da SM anche tramite invio al neuropsicologo che riesce ad effettuare attenta analisi dei disturbi cognitivi ai quali il paziente sta andando incontro, o potrà andare incontro, in ottica sia di intervento che di prevenzione.


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Pensiero negativo ripetitivo e declino cognitivo

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Pensiero negativo ripetitivo e demenza. Il pensiero negativo ripetitivo è costituito da rimuginio e preoccupazioni rivolte al futuro, ma sono anche presenti ruminazioni verso il passato. Fa parte dei sintomi della depressione e dell’ansia, che sono cosiderati fattori di rischio per il declino cognitivo e la demenza di Alzheimer (AD) che condividono infatti questo stile di pensiero (Trick et al., 2016).

Il coinvolgimento di questo stile di pensiero nell’insorgenza dei markers neurobiologici della demenza di Alzheimer non è ancora stato esaminato, ma le ipotesi sono che potrebbe contribuire al rischio di insorgenza. Infatti, alcune ricerche associano il rimuginio ad una presenza elevata di amiloide in soggetti con deterioramento cognitivo (Miebach et al., 2019).

L’indagine longitudinale di Marchant et al. (2020) ha indagato questa ipotesi coinvolgendo anziani cognitivamente sani e studiando la relazione tra stile di pensiero negativo ripetitivo e marcatori di demenza di Alzheimer. Insieme a ciò, ha esaminato il ruolo dei sintomi depressivi e ansiosi nell’insorgenza di tali marcatori.

Cosa ha rivelato lo studio?

In un periodo di 48 mesi, sono stati rilevati elevati livelli di pensiero negativo ripetitivo associati ad un declino più rapido della cognizione globale, della memoria immediata e ritardata.

Inoltre, in tutti i gruppi esaminati il rimuginio si associava ad elevati livelli di tau nella corteccia entorinale e ad amiloide cerebrale globale (Jansen et al., 2015).

Sebbene sintomi depressivi ed ansiosi correlassero con il declino cognitivo e il rimuginio, entrambi si sono mostrati maggiormente implicati nell’insorgenza di una forma di declino correlato all’età o non specifico della demenza.

Vuoi approfondire queste tematiche? Segui la diretta su Facebook con la dottoressa Griguoli e la dottoressa Cantagallo sul pensiero negativo ripetitivo lunedì 8 novembre!


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Ikigai, il Senso delle nostre giornate

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La cultura giapponese ha un termine prezioso, denso di significato, che noi Occidentali potremmo utilizzare per descrivere una sensazione che per ora non ha un nome. Questa parola è Ikigai. In 6 lettere e 3 sillabe si cristallizza, secondo il popolo nipponico, quella sensazione di avere un senso che determina le giornate, che ci fa balzare fuori dal letto la mattina e che rappresenta la nostra ragion d’essere.

Tutti, secondo la cultura giapponese, hanno un loro ikigai, che in certe zone assume anche il significato della persona di cui ci si è innamorati. Tutti sono innamorati di qualcosa, hanno una passione travolgente, provano un fuoco dentro che li trascina fuori dal letto. Tutti noi ci siamo svegliati almeno una volta nella vita già motivati, pronti a dare tutto per la giornata che si stava prospettando. State lavorando ad un progetto? Avete una deadline aziendale a breve? I vostri pensieri sono totalmente focalizzati su un solo canale? Se vi sentite o siete stati in una qualsiasi di queste situazioni allora conoscete quella sensazione che poeti, scrittori e filosofi hanno descritto per secoli: l’avere una ragione che dà senso al vostro esistere.

In una prospettiva psicologica, l’Ikigai sembra avere un impatto profondamente positivo sulla vita delle persone. “Uno studio sulla longevità ha dimostrato che, insieme ad altri fattori quali un sonno sano di 7 ore e un’attività fisica costante l’ikigai assicurava una maggior prospettiva di vita in una coorte di anziani. Avere un motivo per cui alzarsi e un qualcosa in cui credere aumenta la vita.” spiega la dott.ssa Anna Cantagallo.

In effetti, tutto il mondo manageriale si basa sull’enfatizzare l’importanza dell’obiettivo. Un leader costruisce un team di successo quando ha una vision solida e, soprattutto, un punto a cui arrivare. Questo scatena una forte motivazione a lavorare assiduamente tutti i giorni della propria vita per poter raggiungere una meta. Proust, per quanto gli fosse facile scrivere, ha dovuto lavorare anni per i suoi libri. Monet lo stesso per i suoi quadri. La meta? Dire, con un’espressione artistica, che cosa volesse dire per loro essere umani. A questo desiderio si aggiunge, quindi, un forte lavoro, una tenacia giornaliera per raggiungere il risultato. Anzi: questo capacità lavorativa è in prima linea determinata dall’ikigai stesso. Il manager che vuole ottenere un’alleanza lavorerà giorno e notte per riuscirci. La parola scopo può forse farci meglio capire il significato pieno di ikigai: ‘scopo’ viene dal greco skopèo, che anticamente indicava un bersaglio, il punto su cui puntare. Il porto verso il quale far attraccare la barca della nostra azienda.

Identificare il proprio ikigai può rivelarsi un esercizio estremamente utile. Conclude Anna Cantagallo: “Se prendiamo come riferimento l’immagine, ciascuno dei quadranti ci presenta alcune domande implicite:

  • Che cosa ci piace davvero fare? Per cosa ci brillano gli occhi?
  • Cosa serve al mondo? Posso procurarlo in qualche modo?
  • Quanto penso valgano i miei sforzi? Qual è la giusta retribuzione economica per il mio lavoro?
  • Cosa so davvero fare bene? In cosa sono un maestro?”

Come osserviamo, ciascuna di queste quattro domande determina un campo: passione, missione, vocazione e professione. Questi quattro campi, quando ottimamente compenetrati tra di loro ci dicono qual è il nostro ikigai.

Esso, dunque, coniuga ciò che sappiamo fare con ciò che amiamo fare, in un’ottica di soddisfazione egoica con implicazioni sociali.

Questa ragione d’essere l’aveva già identificata Goethe quando definì l’uomo un Sinngeber (tedesco: donatore di senso). Siamo tutti dei donatori di senso. Doniamo significato ad un’esistenza che, nella sua visione più razionale, ne è priva. E così, dando senso al mondo, diamo senso a noi e al nostro camminare qui.

Ancora seduti sulla sedia? Uscite a trovare in vostro Ikigai. È fuori dalla porta.


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Apologia della sillaba tollerante

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“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Quando, nell’ultima pagina de ‘Le città invisivili’ Calvino lascia la parola finale a Marco Polo, lascia il lettore a bocca aperta, rendendolo conscio del fatto che tanta verità non era mai stata pronunciata con tanta semplicità e stordendolo in quanto una semplice frase diventerà, quasi improvvisamente, un tacito ordine morale determinante il suo esistere.

La forza del Sì di Calvino, a quelle relazioni, persone, eventi che meritano di essere vissuti, ha un’importanza straordinaria per le nuove o già consolidate imprese affacciantesi sul paesaggio contemporaneo di start-up fulminee, dirigenti sempre nuovi, aziende che continuamente si adattano a ciò che il mercato reclama e a ciò che le persone desiderano. È un mondo metamorfico, e ci si deve adattare in maniera celere. In questo processo, le liaisons interaziendali costituiscono il nettare per continuare a crederci e il cardine su cui fondare il successo.

Il leader di oggi deve saper portare le persone dove non arriverebbero da sole, secondo Jo Owen, esperto di leadership e motivazione personale. Se l’azienda ha uno scopo e vuole perseguire quella stella, dovrà essere il più aperta possibile alle influenze che bussano da fuori. Sì a persone di altre culture e/o nazionalità. Sì a persone che hanno prospettive differenti. Sì all’essere creativi ed ad insegnare agli altri ad esserlo. Sì ai sogni, per quanto irreali possano sembrare. Sì ai progetti di respiro europeo e internazionale. Sì ai dipendenti che hanno il fuoco negli occhi e vogliono metterlo in pratica. Sì a fare cose diverse. Sì ad aziende anche molto diverse dalla propria. Sì a tutto ciò che non dice ‘Io’ e che indica sicurezza: si cresce fuori dalla comfort zone. Sì ai libri e ai classici. Sì alla tecnologia e al nuovo. Sì alle relazioni aziendali online. Sì alla propria vision. Sì alla risolutezza e al decision-making. Sì all’ambizione ma un più grosso Sì all’umiltà. Sì alla gratitudine nei confronti di chi c’era prima di voi e di chi ci è vicino adesso: non siete e mai sarete completamente indipendenti.

Infine spiega Anna Cantagallo: “un Sì a tutti quelli che professano continuamente No: chi si chiude a riccio non fa che tornare indietro e voi, necessariamente, non potrete che andare avanti. Sia ben chiaro: un No è anche segno di una leadership risoluta e, quando opportuno, può far maturare anch’esso. Özbağ, in un recente (ottobre 2016) studio sui 5 maggiori tratti di personalità – i cosiddetti Big5 (apertura, coscienziosità, piacevolezza, neuroticisimo e estroversione) di un leader ha dimostrato come la ‘openness to experience’, l’apertura ad esperienze nuove, sia un importante predittore di una leadership etica, giusta, tollerante.”

Chi si apre al mondo, riceverà mondo.


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Lo Space Planning e la sua influenza sulla produttività aziendale

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Può la disposizione degli spazi avere un’influenza attiva sulla produttività della nostra azienda? Occorre rivoluzionare il modo di concepire lo spazio aziendale ponendo al centro dei progetti di ristrutturazione, ri-disposizione e ri-ideazione dell’ambiente le risorse umane. Un tentativo di riprogettazione aziendale tolemaica; con noi al centro.

L’interior design della nostra azienda è fondamentale. Esso permette ai nostri collaboratori di avere una precisa idea di dove sono gli spazi di lavoro e dove sono gli spazi di relax, dove si trova il capo e dove i suoi colleghi. La serie tv Mr. Robot mostra il protagonista Elliot lavorare in un’azienda di sicurezza cibernetica, la Allsafe, il cui interior design è impeccabile. Non solo la stanza del responsabile è chiaramente distinta dalla altre, così come la stanza per le riunioni, ma vi è una luce diffusa in maniera perfetta, che colpisce in maniera netta ma gentile ogni spazio di lavoro. L’intento è chiaro: la Allsafe vuole trasmettere trasparenza, pulizia, limpidezza, organizzazione.

L’interior design dunque, non solo deve ben distinguere i diversi spazi gli uni dagli altri, ma deve anche trasmettere un messaggio. Un’azienda che lavora con il legno dovrebbe essere pervasa da una sensazione di calore ogni qualvolta vi si entri dentro. Un’azienda che lavora nel mondo delle attività marittime dovrebbe ricordare il mare in ogni suo aspetto. Sembrano inezie, ma questi piccoli accorgimenti possono rivelarsi fondamentali: essi rendono visivamente la vision dell’azienda. Il suo progetto e la sua area di interesse vengono esplicitate con i colori.

Un’azienda conscia dell’importanza dello space planning sa anche che l’esterno dell’azienda stessa può rivelarsi incredibilmente utile. I metri quadrati offerti da un giardino sottostante l’ubicazione dell’azienda possono essere utilizzati come estensione della stessa. Lo spazio verde aumenta la percezione della qualità dell’area urbana secondo uno studio pubblicato sul Giornale di Epidemiologia e Salute della Comunità. Questo spazio può anche essere utilizzato per riunioni aziendali di una grana diversa, godendo della Vitamina D prodotta in maggior quantità grazie ai raggi solari e di un’aria molto più pulita di quella offerta dalle quattro mura aziendali.

L’alternativa è portare il verde dentro l’azienda. Sembra infatti che la salute psicofisica dei dipendenti ne possa giovare in maniera evidente. Una ricerca effettuata in Florida ha dimostrato che il contatto con la natura, di qualsiasi tipo, come l’avere una scatola di sabbia o un set di piantine di cui avere cura nel proprio ufficio riduca la percezione dello stress e lo stress stesso, così come i generali lamenti sulla salute espressi dai dipendenti.

Possiamo concepire lo spazio dell’azienda come la riproduzione esternalizzata della mente di un leader. Essa deve essere limpida, organizzata, pulita e permettere così una facile memorizzazione di informazioni. Inoltre, se la stessa mente del leader si presenta senza zone cieche, questa integrità si rispecchierà nella disposizione del suo essere al mondo, quindi nello spazio aziendale. I suoi colleghi ne gioveranno e il clima aziendale farà un salto di qualità.

Riguardo la produttività dell’azienda, un interessante studio pubblicato sul Giornale Americano di Medicina Industriale ha analizzato i livelli di insoddisfazione dei lavoratori di un’azienda e la produttività della stessa, espressa in tonnellate di zinco prodotte per le ore di lavoro, dopo un rinnovo strutturale dell’edificio. I risultati hanno dimostrato come l’insoddisfazione generale avesse subito una netta riduzione in seguito al rinnovo e come la produttività fosse salita di addirittura nove punti percentuali.

“Una miglior organizzazione del nostro workplace si traduce quindi in un aumento della produttività della nostra azienda e, insieme, in un generale miglioramento del clima aziendale” conclude Anna Cantagallo.


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Il Narcisismo delle Piccole Differenze

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Freud, nel suo libro ‘Disagio della Civiltà’ (1929), nel tentativo di un’indagine psicologica dell’apparato sociale coniò il termine Narcisismo delle Piccole Differenze, atto a indicare quelle differenze culturali rivendicate da due o più popoli limitrofi attraverso le quali mostrano ostilità, aggressività e scherno l’uno contro l’altro.

Questa presa di coscienza delle caratteristiche che distinguono me dall’altro, che dicono cosa è Io e cosa non è Io, permette l’autoaffermazione di sè, corollario inevitabile del principio dell’autodeterminazione dei popoli e delle persone. Interpretato da Freud come espressione del principio di piacere, il narcisismo delle piccole differenze era la piena consapevolezza delle proprie particolarità, mostrata con aggressività all’altro secondo arcaici principi di funzionamento della psiche. Un’espressione dello stesso principio (seppur in forma molto più prosaica) lo troviamo nel film Il marchese del Grillo,  quando uno strabiliante Sordi pronuncia l’ormai celebre: “Mi dispiace, ma io so’ io, e voi […]”. Ci siamo capiti.

C’è una regola nel mondo aziendale contemporaneo. Una regola che ben legge le dinamiche del tempo in cui viviamo, sempre mutevoli, sempre diverse: “Chi non si distingue, si estingue”. Un’azienda che desidera sopravvivere necessità di differenziarsi. Di offrire ai clienti ciò che nessun altro offre. Di rappresentare una possibilità di una macchia arancione in un mare blu. Solo così facendo l’azienda potrà elevarsi e essere notata non solo dai suoi clienti, ma anche dalla concorrenza. Ci sono molti piccoli accorgimenti che un leader può mettere in atto per asserire il narcisismo delle sue piccole differenze. Scopriamoli insieme con Anna Cantagallo:

  • Annotare, prima di un colloquio, i desideri del cliente. Questo non solo permette di avere in mente l’esatto obiettivo del nostro cliente, ma anche essere consci di ciò che noi già stiamo facendo per esaudire questi desideri. Il passo successivo è identificare cosa possiamo ancora fare come azienda per arrivare a quegli obiettivi. Conoscere i desideri dell’altro instilla in noi il desiderio di migliorare, che in ultima istanza dimostra al cliente la nostra capacità di adattarsi alle sue esigenze.
  • Mostrare al nostro cliente le diverse possibilità offerte dagli altri competitor. Se mostriamo al cliente che non temiamo di fare il nome della concorrenza potrà fidarsi maggiormente di noi. Questo è indice di trasparenza, poichè fa capire al cliente che siamo pienamente consci di non essere gli unici ad offrire un certo prodotto, ma di essere immersi in una rete di somiglianze. Qui interviene il narcisismo delle piccole differenze: ‘non ho paura di mostrarti cosa offrono gli altri e rispetto i loro prodotti, ma ciò che offro io è chiaramente migliore.’
  • Essere creativi. Questo perchè copiare un prodotto già presente nel mercato non aiuta nessuno. Prima di tutto, se la nostra azienda è arrivata così facilmente a notare un certo prodotto e vuole proporlo uguale ai suoi clienti, cosa toglie la possibilità che altri competitor facciano esattamente lo stesso? Nulla! Secondo, se il prodotto non funziona siamo a punto e a capo. È invece un atto imprenditoriale vedere quale fetta di mercato funziona e avviare un’azienda che si differenzia dagli altri.
  • Porsi 4 domande fondamentali. Come attrarre nuovi clienti? Come convertire nuovi contatti in clienti? Come fidelizzare i clienti? Come differenziarmi dalla concorrenza? Una volta risposto a questa quattro domande fondamentali, la nostra azienda sarà effettivamente conscia di quello che può offrire, di come farlo, di come garantirsi clienti a lungo termine e di come interpretare il mercato e le offerte della concorrenza. In tutto ciò, asserire le proprie differenze, ciò che la rende speciale da tutto il resto.

Sembra difficile? Tutto ciò parte in realtà da un principio molto semplice: La diversità è bellezza.

Quindi siate diversi. Più che potete; oltre ogni confine. Diverso, ergo sum.


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La Rivoluzione Antropologica dei Millennials

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C’è un termine che impera nel mondo aziendale di oggi: Millennials. Con questa parola si intende quella generazione di ragazzi nati tra l’inizio degli anni ’80 e gli anni 2000 e che ora già lavorano o si apprestano a lavorare dopo lunghi anni di studio. Chiamati Generazione Y (perchè venuti dopo la Generazione X, nata tra il ’61 e il ’79) o Baby Boomers, sono secondo Goldman Sachs  la generazione più numerosa degli Stati Uniti, 92 milioni contro i 61 milioni della Generazione X. Una generazione strana, particolare, contraddittoria e per questi motivi intrinsecamente oggetto di odio, ammirazione o semplici sguardi interessati.

Perchè il loro nome è diventato d’uso così comune? Perchè oggi dire Millennials vuol dire futuro. Sono i Luciferi degli anni ’10, che portano la luce di un un nuovo modo di pensare l’azienda, di concepire il lavoro, di trasmettere messaggi. Hanno intenzioni e attenzioni differenti rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti. Rispettano l’ambiente, sono consci delle implicazioni delle loro azioni, mangiano bio e fanno meno sesso di chi li ha preceduti. Quest’ultimo punto è in particolare interessante: le relazioni virtuali hanno preso il posto di quelle reali e si preferisce uno scambio di messaggi alla poesia del fare.

Questa è la grande caratteristica di diversità dei Millennials: il loro rapporto con la tecnologia. Vivono in media il 75% del loro tempo connessi ad internet e hanno sostituito la realtà di carne con quella del web. D’altro canto, questa costante ruminazione nella rete li ha portati a esperire nuove modalità di scambi interpersonali, quale il crowdfunding (raccoltà di offerte online per lanciare un progetto), solo una delle infinite possibilità offerte dal mondo virtuale per organizzare e far partire progetti che nelle realtà non aumentata richiederebbero una burocrazia lunghissima e tempi molto dilatati per trovare i giusti partner. Il web, dunque, rappresenta la croce e la delizia dei Millennials. Dipendenti dal rush di dopamina prodotto dall’abuso del web nell’intessere relazioni e inscindibilmenti legati ad esso per il loro lavoro, il loro studio, il loro stare al mondo.

Dipendenti da una necessità, sono le generazione dei Crocefissi della Rete.La rivoluzione che loro stanno apportando nei workplace di tutto il mondo è palpabile e le loro concezioni riguardo il mondo del lavoro sono complesse. Le novità da loro introdotte riguardano diversi ambiti:

  • Condividono tutti il sogno del posto fisso (il Millennial Dream) e, essendo la generazione più istruita di sempre (54% di laureati), si aspettano una buona remunerazione per i loro sforzi. Sono convinti che il loro lavoro debba essere pagato bene in virtù delle loro abilità e dei loro anni di studio. Inoltre, tendono a cambiare spesso posto di lavoro. Se un workplace non li soddisfa, tendono ad abbandonarlo per cercare di sfondare da un’altra parte. Essi traspongono questo desiderio nella ricerca di impieghi all’estero, in cui sono previste mobilità, alti profitti e l’esperienza di un ambiente nuovo.
  • Accelerano con ogni mezzo la crescita professionale. Sono giovani pieni di voglia di fare, veloci nel problem-solving e abili nel multi-tasking. Si addentrano come serpi nel cespuglio della rete e ne escono vincitori. Barclays, ad esempio, offre tirocini extra-curricolari per far crescere i suoi dipendenti in un’ottica primatica.
  • “Tendono a mantenere una relazione orizzontale con i loro colleghi, e preferiscono una condivisione di informazioni (sharing) rispetto all’imposizione di comandi. Nell’epoca dell’”evaporazione del Padre” come l’ha definita lo psicanalista Lacan, i giovani sembrano preferire le relazioni interpersonali in cui vince la capacità di networking e in cui tutti mettono lo stesso impegno per raggiungere un obiettivo.” Aggiunge Anna Cantagallo.
  • Applicano lo smart working: sono disposti, lavorando spesso al computer, a lavorare da casa. Non c’è nemeno bisogno di accenderlo per connettersi. Se un collega chiede di visionare una mail lo si può fare sempre, anche sul tram o per strada.

“D’accordo: non tutti i Millennials sono così. Ponderiamo queste abilità con il loro contraltare. Ci sono ragazzi che non reggono le critiche perchè, essendo abituati alla virtualità, non hanno mai affrontato il mondo. Altri non conoscono il valore educativo dell’errore e la possibilità di rialzarsi dopo una caduta perchè cresciuti in un’ottica di costante performance.” conclude Anna Cantagallo.

Mario Draghi, inoltre, in un discorso tenuto nell’Aprile del 2016 al Parlamento Portoghese, definì un altro grande problema di questa generazione: la disoccupazione. Disse: “Nonostante sia la generazione meglio istruita di sempre, i giovani di oggi stanno pagando un prezzo troppo alto per la crisi. Per evitare di creare una “generazione perduta”, dobbiamo agire in fretta”. Questa “Lost Generation” ricorda quella di Hemingway e Picasso nella Parigi degli anni ’20. I Millennials hanno il sogno del posto fisso, lo rincorrono cambiando mille lavori ma vivono in un mondo che offre loro poco. Il livello medio di disoccupazione è del 22% nell’Eurozona e addirittura del 37,9% in Italia. Da questa mancanza di prospettive un ragazzo se ne può uscire in tre modi:

  • Accetta la situazione e si preclude gli orizzonti di possibilità;
  • Si trasferisce all’estero in una reazione reattiva contro il suo ambiente;
  • Si rivolge alla rete e cerca un modo diverso di sfondare;
  • Crede fortemente nei propri sogni e cerca di sfondare nonostante tutto.

I Millennials sono il futuro delle nostre aziende ed in certi casi già il presente. Pronti a sfidare un mondo ostile nel periodo storico che offre loro il maggior numero di possibilità.

Basta essi siano pronti a coglierle e sfruttarle, così da non soffocare nell’ingiusta ignominia di essere una generazione mal vista.

Probabilmente, tra 20 anni non si parlerà più dei Millennials perchè saranno al posto della generazione che stanno tentando di diventare. La loro ‘fama’ è dovuta proprio a questa rivoluzione antropologica che stanno apportando ed al corollario che involontariamente suscitano: la lotta intergenerazionale tra novità e dinosauri.


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Psicosi. Utilità dell’analisi automatizzata del linguaggio per la diagnosi nei giovani.

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La psicosi è un disturbo psichiatrico che si manifesta nell’individuo con disturbi del pensiero come deliri e allucinazioni, assenza di insight e compromissione dell’esame di realtà. Tra i cambiamenti del pensiero e della percezione si possono notare: false credenze religiose, sensazione che le cose intorno non siano più le stesse, accelerazione ed aumento del flusso del linguaggio, tale che gli altri hanno difficoltà ad interrompere il discorso, riduzione dell’eloquio, problemi di memoria, aumentata distraibilità, difficoltà a concentrarsi, pensare di avere poteri particolari, allucinazioni.

Una particolarità che è stata indagata da un gruppo di ricercatori guidati da Cheryl Corcoran, dell’Icahn School of Medicine di New York è la modificazione del linguaggio nella psicosi: è stato sviluppato un sistema di analisi automatizzata del linguaggio in cui vengono rilevate anomalie legate all’utilizzo dei pronomi personali e a livello semantico. Lo studio (https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=58494) è stato effettuato su soggetti di età compresa tra i 17 e i 22 anni divisi in una prima coorte di età media 17 anni e una seconda coorte in cui l’età media era di 22 anni; è stata analizzata la differenza di linguaggio di un gruppo di adolescenti che aveva appena manifestato sintomi psicotici da chi, invece, non manifestava questo genere di disturbo.

Il sistema è stato in grado di evidenziare una diminuita coerenza semantica, una maggiore variabilità in questa coerenza e un ridotto utilizzo di pronomi possessivi nei soggetti psicotici. Nella prima coorte il sistema era in grado di classificare la psicosi nell’83% dei casi mentre nella seconda coorte ha individuato i ragazzi a rischio il 79% delle volte. Inoltre, con un’accuratezza del 72% il programma è stato capace di distinguere da soggetti sani ben 16 adolescenti con esordio psicotico. Secondo quanto riportato da Mary Clarke, della School of Medicine and Medical Sciences dell’University College di Dublino, in Irlanda, poiché in psicologia e in psichiatria non esistono i corrispettivi degli esami di laboratorio o delle radiologie per fare diagnosi questo strumento potrebbe rivelarsi molto utile anche combinato con la neuro imaging.

In Brain Care puoi trovare figure altamente specializzate come neurologi e psicologi pronti a offrirti le loro competenze sia nella valutazione psicologica che nella riabilitazione psichiatrica.

Ti aspettiamo!


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La tecnologia al servizio della persona: la società 5.0

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Tecnologia. Quante volte al giorno d’oggi questa parola viene pronunciata, esaltata o disprezzata. In particolar modo, quello che viene contestato alla tecnologia è aver rubato l’umano all’ uomo, l’aver conquistato la società togliendo spazio a tutto ciò che tecnologico non è. Così, la tecnologia, se guardata sotto questa luce, non appare positiva per lo sviluppo della società umana. Ma all’opposto, vi è il pensiero di coloro che considerano la tecnologia come unica speranza per il futuro della nostra società.

Come in tutte le cose, però, in medio stat virtus. Questo vorrebbe dire trovare l’incontro tra uomo e tecnologia, e ormai non poche organizzazioni puntano a questo per il loro futuro, così come non pochi governi. La sfida è quella di riuscire a portare un nuovo equilibrio in questo rapporto, che appare così complicato e poco facile da gestire. E invece forse non lo è, forse è possibile che ognuno contribuisca alla crescita dell’altro portando non solo ad una rivoluzione, di cui tanto si parla, ma soprattutto una evoluzione della nostra società.

Tra i governi che hanno scelto di muoversi in questa direzione vi è il Giappone, che ha ideato un progetto in cui l’uomo è centrale nella tecnologia. Bisogna prendere atto che le nuove tecnologie si stanno diffondendo rapidamente nella vita sociale, portando ad un matrimonio (felice o infelice è ancora da decidere) tra il mondo reale e quello virtuale. In particolare, il Giappone punta alla diffusione della società 5.0, concetto che implica una società intelligente in cui la tecnologia è messa al servizio della persona nell’ottica delle “industrie collettive”: il modello utilizza lo smart working, permettendo ad ogni fascia di popolazione di entrare nel mondo del lavoro più facilmente; la creatività viene trasformata in algoritmi e viene collegata agli impianti di produzione, garantendo così efficacia, produzione di più prodotti e velocità.

 

Se considerata così, la digitalizzazione non è più il “nemico” da abbattere nella società, bensì una nuova opportunità di cambiare i mestieri, evitando quelli alienanti e creando nuovi valori che possano ridurre la disoccupazione e risolvere problemi assai diffusi come l’invecchiamento, la mancanza di personale o i vincoli lavorativi che possono essere ambientali o energetici. La tecnologia permette che le aziende rinuncino ad una forza lavoro prettamente fisica, così che l’uomo possa evitare attività dannose, rischiose o logoranti. Come ben illustrato dal prof.re Keiju Matsushima “Sempre di più sarà necessario sostituire la “manodopera” con le “mentidopera”, sempre di più le nostre aziende avranno fame di professioni della conoscenza” 

La dott.ssa Anna Cantagallo considera, infatti, quanto sia necessario non pensare di arrestare la rivoluzione digitale, bensì di ritrovare nuovi equilibri che richiedono all’uomo di essere pensante e di rivedere gli aspetti positivi di un’era digitale che potrebbero innalzare la qualità di vita dell’uomo stesso, in un’ottica di crescita della tecnologia a fianco dell’uomo; lo sviluppo tecnologico ha necessità di essere monitorato e supervisionato costantemente dal pensiero razionale dell’uomo. Il “fattore umano” torna dunque centrale in un’ottica di digitalizzazione dei sistemi, soprattutto nel ruolo fondamentale che ha di promuovere nella collettività (e metterli al suoi servizio) i progressi che derivano dall’utilizzo delle nuove tecnologie. 


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