Alzheimer. I progressi diagnostici sono promettenti ma non i farmaci

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Alzheimer. I progressi diagnostici sono promettenti ma non i farmaci

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Alzheimer. I progressi diagnostici sono promettenti ma non i farmaci

Alzheimer. Settembre è il mese mondiale dell’Alzheimer e il 21 settembre, in particolare, è la giornata celebrativa internazionale istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s Disease International (ADI). Il fatto che sia stata dedicata una Giornata Mondiale a questa patologia fa comprendere  che è in crescita un movimento internazionale che vuole creare una coscienza pubblica sugli enormi problemi provocati da questa malattia, riuscendo a riunire in tutto il mondo malati, familiari e associazioni Alzheimer.

Ma che cos’è l’Alzheimer? Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza e ne rappresenta infatti circa il 50-80% dei casi. Anche se il fattore di rischio più influente riguarda l’avanzare dell’età, questa patologia in realtà non rappresenta un nomale processo di invecchiamento. Infatti il morbo di Alzheimer, nome che deriva dal neurologo tedesco Aloysius Alzheimer, è caratterizzato da una lenta e progressiva degenerazione neuronale che comporta un peggioramento dei sintomi nel tempo.

Il sintomo precoce più comune è la difficoltà di ricordare informazioni apprese recentemente, infatti,  i primi deficit dovuti a questa patologia neurodegenerativa colpiscono le aree del cervello che riguardano l’apprendimento. L’avanzare del morbo di Alzheimer nel cervello provoca deficit sempre più gravi tra cui sintomi cognitivi (difficoltà di memoria e di linguaggio, di riconoscimento di oggetti, disorientamento), funzionali (difficoltà nello svolgere le attività della vita quotidiana) e comportamentali (agitazione, ansia, depressione).

A livello anatomico cerebrale si verifica infatti una grave degenerazione dell’ippocampo, della corteccia entorinale, della neocorteccia, dei gangli della base, del locus coeruleus e dei nuclei del rafe, causata della produzione di una forma difettosa di beta-amiloide, che forma a sua volta placche amiloidi, in grado di accelerare la morte neuronale.

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Oggi, l’Alzheimer è in prima linea nella ricerca biomedica. I ricercatori stanno lavorando per scoprire quanti più aspetti possibili di questa patologia e delle forme di demenza correlate. Il 90% di ciò che sappiamo oggi circa il morbo di Alzheimer è stato scoperto infatti negli ultimi due decenni.

A tal proposito in un intervista fatta ad ANSA (http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2017/09/18/verso-nuovi-test-per-diagnosticare-lalzheimer-ma-manca-la-cura_c6ebb76e-2c13-432c-a4bf-186dea9bc924.html ) in onore della XXI Giornata Mondiale, Stefano Cappa, direttore scientifico dell’IRCSS “San Giovanni di Dio Fatebenefratelli” di Brescia, ha spiegato che la ricerca è ormai molto vicina alla creazione di un pacchetto di esami per la diagnosi precoce di questa malattia. E’ sempre più chiaro infatti che non basterà un solo test per la diagnosi bensì si dovrà puntare ad un set di esami differenziali: analisi del sangue per lo studio del plasma, della retina e di altri tessuti per la ricerca di anomalie predittive, fino ad arrivare ad un software, a cui sta lavorando l’Università di Bari, in grado di predirla attraverso le immagini fornite dalla risonanza magnetica. Inoltre gli individui più a rischio, a causa della presenza di questa patologia nell’albero genealogico familiare, potranno sottoporsi a esami quali la tomografia e l’esame del liquido cerebro-spinale (rispettivamente modalità costose e invasive).

Purtroppo ad oggi non sono ancora state scoperte delle cure farmacologiche per i malati d’Alzheimer: “In questo momento – rileva l’esperto – gli anticorpi contro il peptide beta amiloide che sono stati oggetto di tanti studi clinici a mio modo di vedere non hanno raggiunto esiti clinici apprezzabili e i benefici per i pazienti, sin qui osservati, sono davvero molto modesti”. Cappa ritiene che il problema sta nel fatto che questa patologia dovrebbe cominciare ad esser vista come una malattia multifattoriale e complessa non solo di origine molecolare, facendo quindi entrare in campo d’analisi anche fattori ambientali  e situazionali (processi infiammatori, problemi vascolari, condizioni sociali, livello di istruzione e stili di vita).

Anche se le cure farmacologiche sono ancora distanti, si è ormai compreso come rallentare il processo di deterioramento lavorando sull’allenamento cognitivo delle funzioni controllate sia dalle aree soggette a degenerazione sia dalle aree integre, seguendo il principio di compensazione. Inoltre si è da poco compresa l’importanza di una dieta equilibrata e dell’ esercizio fisico, due aspetti fondamentali sia per la prevenzione che per il decorso della malattia. In BrainCare offriamo un’attenta e articolata valutazione, oltre ad un supporto ai pazienti con questa patologia e a coloro che vogliono prevenirla attraverso questi approcci terapeutici.  Vieni a trovarci per saperne di più,

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About Author

Anna Cantagallo

Anna Cantagallo opera nell’ ambito clinico da oltre 25 anni come medico specializzato in neurologia e medicina riabilitativa, esperto di riabilitazione neurologica e neuropsicologica. Fra i suoi casi clinici citiamo Federico Fellini.La creatività, l’innovazione e il desiderio di poter avviare un servizio più trasversale e completo, dove i confini fra dis-abilità, normo-abilità e iper-abilità sono meno netti, sono stati i valori che l’hanno condotta a distaccarsi dal settore della sanità pubblica per orientare la sua professionalità verso le strutture private. L’ascolto del bisogno di espansione delle abilità di ciascuna persona, in una dimensione di scoperta del proprio potenziale e di flessibilità, l’hanno avvicinata non soltanto alla singola persona ma anche ai gruppi di lavoro, in cui viene chiamata spesso come organizzatore e supervisore esterno.Attualmente è consulente presso numerosi Centri di Riabilitazione, e dal 2011 Direttore Scientifico di BrainCare, unica realtà in Italia che si occupa di stimolazione e potenziamento cognitivo nei soggetti disabili ma anche nei normo e iper-abili.E’ docente presso gli Atenei di Padova, Torino, L’Aquila, Firenze e Napoli.E’ stata Presidente della Società Scientifica Gruppo Interprofessionale di Riabilitazione in Neuropsicologia (GIRN) dal 2006 al 2014. Ha coordinato le sezioni di Riabilitazione Neuropsicologica della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa (SIMFER) e della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica (SIRN).Ha pubblicato 3 libri, oltre 90 articoli su riviste internazionali e 5 test di valutazione neuropsicologica. E’ Editor Assistant della rivista scientifica “European Journal of Physical Medicine and Rehabilitation” (EJPMR).Ha co-prodotto due cortometraggi dedicati alla memoria, ai suoi disturbi e al percorso necessario per il recupero, attraverso la storia narrata di 5 personaggi. Molto attiva nella divulgazione della neuropsicologia e delle scienze cognitive in tutte le età e in tutti i livelli culturali, viene spesso chiamata a comunicare su esse attraverso la stampa non scientifica e la televisione, o in caffè culturali.

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