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Coronavirus e Psicopatologia

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Il Coronavirus può portare alla Psicopatologia.

Il Covid-19, oltre ad essere una patologia infettiva, sembra essere talvolta la causa di differenti disturbi, che se non individuati per tempo potrebbero portare ad una compromissione della funzionalità globale di un soggetto. L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha ed avrà un rilevante impatto sull’economia psichica dell’individuo sia per l’esperienza diretta ed indiretta al virus, sia per la paura che genera, sia infine per le misure di prevenzione del rischio che hanno comportato un isolamento sociale.

Si è visto come il trauma legato a questa esperienza inusuale abbia portato alcune persone ad una condizione di hyperarousal psicofiosiologico ponendo il soggetto di fronte ad un’allerta persistente. Ecco che disturbi come insonnia, mal di testa, palpitazioni, difficoltà di concentrazione, facile irritabilità, iperalimentazione o inappetenza, ipervigilanza, disturbi gastrointestinali, incremento del fumo di sigarette e sensazione di soffocamento sono stati i sintomi più osservati tra la popolazione generale.

Il coronavirus può causare depressione? 

Sembra che la risposta sia positiva, infatti in alcuni individui si riscontra una dimensione depressiva, manifestata da sintomi come il sentirsi giù di tono, l’isolarsi, l’incremento del pessimismo e la diminuzione d’interesse riguardo l’ambiente circostante. In questi casi si può dire che i quadri clinici sopra citati possano rientrare nei disturbi dell’adattamento, rilevanti quando compromettono il generale benessere di un soggetto e quindi campanelli d’allarme utili da individuare per evitare la strutturazione in disturbi psichici di maggiore rilevanza clinica, quali la depressione maggiore o il disturbo di panico.  

Particolare attenzione va rivolta anche al Disturbo d’ansia di malattia nel quale il paziente, preoccupato di avere o contrarre una grave malattia, misura la propria temperatura corporea ed il proprio respiro in maniera ossessiva e ripetitiva. Il coronavirus talvolta ha generato un senso di paranoia consolidato in un nucleo ideativo a contenuto persecutorio, suscitato da dati della realtà o notizie lette sui social. Ancora, ha dato avvio a comportamenti ossessivi, come il lavarsi costantemente le mani, disinfettarsi senza limiti, non uscire di casa neanche per necessità essenziali per paura del contagio e il tenere sempre le finestre chiuse.  

Infine, il Covid-19 per molte persone è stato un trauma, che per quanto sia stato vissuto direttamente in prima persona o indirettamente (un familiare deceduto da coronavirus), ha portato alcuni individui a soffrire di stress acuto, il quale nella forma più estesa (oltre un mese) ha delineato quello che viene definito come disturbo da stress post-traumatico. 

In conclusione, possiamo quindi porci una domanda: “Come evitare l’istaurarsi di una psicopatologia nel momento in cui percepiamo il venir meno di un certo benessere globale nella nostra vita?” Sicuramente la prevenzione attraverso un intervento specialistico precoce può evitare la nascita di disturbi cronici di rilievo psicopatologico.  

Se vuoi saperne di più, su questo e tanti altri temi inerenti la psicologia segui il nostro filone di dirette con la Dott.ssa Griguoli e la Dott.ssa Cantagallo! Ti basterà andare sulla nostra pagina facebook, alla sezione video troverai tutte le dirette registrate dal titolo “Sulla Psicologia”.

Inoltre, non perdere il prossimo appuntamento lunedì 14 febbraio: in occasione di San Valentino parleremo di “Comunicazione nella coppia”.

Bibliografia 

  • Pellegrino F. La salute mentale, clinica e trattamento. 2018, Edizioni Medico Scientifiche, Torino 
  • Pellegrino F. Coronavirus e psicopatologia. 2020, Medici Oggi, Milano.  

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Emozioni. Disregolazione delle emozioni e mantenimento della sofferenza psicologica.

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Le nostre emozioni sono una risorsa che ci permette di interagire con il mondo circostante e con le altre persone. In ogni momento della nostra vita proviamo emozioni e la maggior parte delle volte riusciamo a gestirle anche in maniera efficace.

La disregolazione delle emozioni è l’incapacità, nonostante gli sforzi, di modulare o riportare entro la norma i nostri vissuti emotivi, le nostre esperienze interne e il proprio comportamento verbale e non verbale in risposta a degli stimoli. Tale difficoltà spesso, si associa all’ impulsività e a problemi di adattamento dell’individuo all’interno del proprio contesto relazionale, data l’incapacità di controllare le risposte intense e, talvolta, estreme. Spesso tra le difficoltà associate alla disregolazione delle emozioni troviamo anche: difficoltà di attenzione e progettazione (riconducibili a deficit dell’esecutivo centrale), difficoltà nell’organizzare la propria quotidianità, isolamento come tentativo ultimo di arginare la sofferenza, modalità inadeguate di espressione di richieste di aiuto, etc. A peggiorare la situazione vi è anche il feedback proveniente dall’altro, che, spesso, incapace di gestire comportamenti così intensi e spesso anche spaventato dalla non gestibilità della sofferenza che vede, si tira indietro, vittimizza o stigmatizza chi ha difficoltà di regolazione.

Secondo Lazarus e Folkman, il concetto di disregolazione emotiva è legato a quello di regolazione e riferendosi ad un’interruzione della “stabilità interna” dei processi mentali, collegati a loro volta alla costante e dinamica regolazione delle attività̀ di cervello-mente-corpo-ambiente.

Ci sono diverse componenti che contribuiscono alla regolazione emotiva:

  1. consapevolezza e comprensione delle emozioni;
  2. accettazione delle emozioni;
  3. capacità di controllare le proprie emozioni negative e di agire in base ai propri obiettivi anche quando vengono provate tali emozioni;
  4. capacità di adattare al contesto le strategie di regolazione emotiva, rendendole flessibili.

Per meglio capire il rapporto che esiste tra la disregolazione delle emozioni e il mantenimento della sofferenza patologica, dobbiamo approfondire il concetto di finestra di tolleranza di Daniel Siegel, autore statunitense di fama mondiale. Secondo Siegel ciò che si trova alla base della sofferenza psichica in senso allargato è la mancanza di integrazione. Integrazione tra diverse parti del Sé, integrazione tra le strutture cerebrali più antiche e quelle più recenti, integrazione tra il funzionamento destrorso e quello “sinistro” del cervello.

La linea di forma sinusoidale che si osserva tra le due linee orizzontali segnalate dalle due frecce rappresenta il tono di attivazione neuro-fisiologica con le sue normali fluttuazioni. Nel corso della giornata, il nostro stato di arousal si muove a tratti verso l’alto (tendendo allo stato di iper-arousal) e a tratti verso il basso (ipo-arousal), contestualmente a situazioni percepite più o meno “attivanti” o più o meno “calmanti”. Fluttuare all’interno della finestra di tolleranza è del tutto normale, fino al punto in cui per varie ragioni il tono di arousal non superi verso l’altro o verso il basso i confini della finestra di tolleranza: in quel momento inizia il senso di “disregolazione”, percepito soggettivamente come un senso di essere “fuori controllo” (troppo agitati/ansiosi/attivati) o al contrario troppo “scarichi” o apatici (lo stato di ipo-arousal) e accompagnato da uno stato di profondo malessere soggettivo psichico, da cui si tenta di fuoriuscire. Secondo questa rappresentazione del malessere psichico, indotto da una disregolazione del tono di attivazione neuro-fisiologica, il problema legato al mantenimento dello stato di sofferenza consiste quindi nell’incapacità di trovare strategie di regolazione emotiva che consentano all’individuo di ri-entrare all’interno della finestra di tolleranza quando ci si trova al di fuori, sia in termini di iper o di ipoarousal.

Vuoi approfondire queste tematiche? Segui la diretta del 13 Dicembre sulla nostra pagina Facebook!


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Anna Cantagallo: amministratore di sostegno anche in assenza di infermità

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Amministratore di sostegno. La corte d’appello ha ritenuto inadeguata la richiesta da parte del coniuge di una coppia di nominare la moglie come amministratore di sostegno, nonostante questo possedesse ancora la totale capacità di intendere e di volere. Tuttavia, il soggetto in questione ha ritenuto opportuno fare questa richiesta poiché soffre di malformazione atero-venosa (MAV), che in futuro avrebbe potuto provocargli crisi emorragiche e stati di incoscienza, tali da determinare infermità o menomazione fisica e/o psichica. Tuttavia la Cassazione ha condiviso quanto richiesto dalla coppia, poiché il concetto di infermità non è necessariamente collegato alla totale incapacità di provvedere ai propri interessi, ma può essere dovuto anche ad una situazione parziale o temporanea, o a una situazione ancora solo prevedibile.

La Cassazione da poi ulteriori specificazioni rispetto a quanto detto, citando l’articolo 408 c.c. secondo cui nominare l’amministratore di sostegno, come prevenzione per una futura incapacità sfrutta il principio dell’autodeterminazione della persona, su cui si basa tutta la dignità umana.

Anna Cantagallo continua: “Con l’ordinanza 12998/2019 della Cassazione pertanto si stabilisce che l’amministratore di sostegno può essere nominato dal soggetto anche quando quest’ultimo è pienamente in grado di intendere e di volere, ma sa che per motivi di salute potrebbe non esserlo più. Facendo questa scelta, quindi, colui che assume questo ruolo può fin da subito avere compiti di scelta sull’accettazione o rifiuto delle eventuali cure salvavita da mettere in atto.”

Si può quindi accogliere quanto richiesto dai due coniugi, ritenendo d’obbligo un ulteriore accertamento, poiché nel momento in cui il soggetto si trova in uno stato di incoscienza, scatenata dalle possibili crisi emorragiche derivanti dalla malattia, potrebbe non essere più in grado di esprimersi rispetto al rifiuto o al consenso di una trasfusione salvavita.

Anna Cantagallo conclude dicendo: “quanto deciso dalla Cassazione certamente ha una rilevanza molto importante poiché la persona in una fase in cui è ancora in grado di intendere e volere può scegliere qualcuno di sua fiducia a cui affidare la decisione sulle sue cure future, senza eventualmente doversi appellare ad un rappresentante legale che potrebbe non soddisfare a pieno le proprie volontà”.

 

 


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Cyber-bullismo. Prevenzione delle molestie in rete

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Cyber-bullismo. Il lavoro di prevenzione e l’eventuale intervento sul cyber-bullismo dovrebbero derivare dall’azione congiunta di scuola, famiglia e della comunità. In particolare, nell’ambito scolastico, gli insegnanti dovrebbero creare un clima che scongiuri e punisca il cyber-bullismo, che educhi gli studenti a non essere indifferenti a questa forma di molestie e di ricorrere in aiuto ai compagni in difficoltà per denunciarne la presenza. Per quanto riguarda il bullismo Olweuse collaboratori nel 1999 hanno proposto un programma, il “Bulliyng Prevention Program” (BPP), progettato per affrontare i problemi di bullismo a scuola. Esso consiste in un maggior coinvolgimento di insegnanti e genitori nel sistema scolastico al fine di aumentare la consapevolezza della gravità del cyber-bullismo e consolidare il controllo e la vigilanza degli studenti con l’obbiettivo di limitare i comportamenti molesti, attraverso regole rigide contro il bullismo che prevedono punizioni coerenti alla trasgressione del regolamento puntando sulla promozione di modelli comportamentali positivi.

Il BPP viene quindi utilizzato anche nei casi di cyber-bullismo con intervento a livello scolastico attraverso il quale debellarlo, anticiparne lo sviluppo e creare migliori relazioni tra pari. Secondo il manuale del cyber-bullismo per gli insegnanti, curato dall’Università degli studi di Napoli nel 2012, gli insegnanti a scuola dovrebbero dunque:

  1. Includere lezioni sul cyber-bullismo per attivare le competenze sociali e educare alla risoluzione dei conflitti attraverso il miglioramento delle capacità di decisone, di problem-solving e le abilità comunicative degli studenti, focalizzandosi sui valori della gentilezza e rispetto per l’altro.
  2. Dare specifiche linee guida su come prevenire e fermare il cyber-bullismo.
  3. Perfezionare il clima sociale nella classe.
  4. Educaregli adolescenti come rispondere e, più importante, quando ignorare i cyber-bulli e le forme di prevaricazioni online.
  5. Istruire tutti gli studenti circa l’importanza di parlare, fornire assistenza alle vittime e segnalare gli incidenti di cyber-bullismo.
  6. Rafforzare gli adolescenti per prevenire in modo indipendente e rispondere alle preoccupazioni sul cyber-bullismo e la sicurezza in internet.
  7. Cooperare con la famiglia per educare degli adolescenti a sviluppare capacità quali l’autocontrollo e la preoccupazione per il benessere degli altri.
  8. Programmare interventi individuali e di sostegno psicologico per gli studenti coinvolti nel bullismo o nel cyber-bullismo, sia come bulli sia come vittime.
  9. Provvedere un sostegno continuo alla vittima per affrontare il malessere inflitto dal bullo e cercare di insegnarle efficaci metodi per prevenire e gestire il cyber-bullismo.
  10. Cooperare con chi commette queste forme di prevaricazione: gli insegnanti dovrebbero esplorare le ragioni per cui gli studenti si comportano in questo modo e perché molestano gli altri online.
  11. Programmare attività che promuovano la capacità di assunzione di competenze e l’empatia, aiutare chi usa la rete per aiutare il bullo a comprendere e sperimentare.”

Il dipartimento di psicologia di Napoli con la collaborazione dell’Università di Cipro, di Tessalonica e di altri enti, ha creato il progetto “TABBY”(Valutazione della minaccia di cyber-bullismo nei giovani) nato per tentare di ridurre le difficoltà incontrate nella quotidianità da insegnanti, istruttori, educatori, dirigenti scolastici, genitori e correlate all’uso improprio della rete e dei nuovi dispositivi digitali da parte dei giovani. Il suo scopo è quindi di combattere il cyber-bullismo in modo più mirato, insegnare a ragazzi e ragazze a non trovarsi nei guai nell’utilizzo della rete, cercando di fornire strumenti e informazioni utili a insegnanti e genitori per comprendere i segnali premonitori e non sottovalutare i problemi quando si presentano.

Il materiale previsto dal progetto TABBY sono i video e la TABBYcheck-list.

Nella check list si chiedono, ai ragazzi e alle ragazze, informazioni su quello che succede loro a scuola e sull’utilizzo che fanno di internet. Le risposte che forniscono sono utili a stimare in che misura i loro comportamenti nella vita reale e in internet li pongono a rischio di agire o subire le molestie online. Alla fine della check-list il ragazzo ottiene un punteggio che gli consentirà di sapere se è a rischio di essere coinvolto in queste dinamiche e di ottenere consigli per non cadere nel cyber-bullismo. TABBY è quindi uno strumento interattivo utile per capire cosa sta accadendo ai ragazzi nella loro vita online e che livello di rischio hanno di subire molestie e minacce in rete che possono limitare la loro libertà e diminuire la qualità della loro vita. I ragazzi possono elencare le risposte nel totale rispetto della normativa vigente sulla privacy il TABBY online all’indirizzo www.tabby.eu. Per quanto riguarda i video, il dvd è formato da 4 brevi filmati di animazione, utili per spiegarecosa accade quando nella rete o con i cellulari si sminuisconoi potenziali rischi. I video sono destinati ai ragazzi e vengono poi discussi con loro i contenuti e le possibili soluzioni.


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Cibo per la mente

Mappe mentali: come utilizzarle in maniera efficace

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Mappe mentali. Le mappe mentali possono essere definite come una rappresentazione grafica del pensiero che venne teorizzata dal cognitivista inglese Tony Buzan, partendo da alcune riflessioni rispetto alle tecniche utilizzate per prendere appunti. Esse infatti hanno come fine ultimo quello di aiutare la persona ad implementare la memoria visiva e a memorizzare un numero di informazioni sempre maggiore. Queste quindi possono rappresentare un valido alleato per organizzare il pensiero in maniera efficace. Le mappe mentali poi non si mostrano efficaci soltanto nel prendere appunti o nel memorizzare le informazioni, ma anche nel prendere decisioni, capire un argomento complesso o trovare delle soluzioni creative. In poche parole è un metodo che aiuta a ragionare e ad assimilare informazioni in maniera produttiva ed efficace.

Partendo quindi da quanto diceva Buzan quello che si deve fare è sfruttare molto di più la memoria visiva, valorizzando la caratteristica del nostro cervello di amare le immagini. Il nostro pensiero infatti si muove per associazione e salti mentali, ovvero in modo “radiante”. Quindi tutti i mille metodi che vengono utilizzati per prendere appunti sono meno efficaci, perché non mettono in luce a sufficienza quelli che sono i concetti chiave. È come costringere il nostro cervello ad annoiarsi, perché dalla maggior parte dei fogli di appunti non emerge la creatività di cui ha bisogno. Esso funziona in modo multidimensionale, con colori, immagini, simboli e ha bisogno sempre di materiale evocativo che lo aiuti a creare nuove associazioni logiche.

Cibo per la mentePertanto più verranno create mappe mentali in modo dinamico e personale e più facilmente si potrà ricordare o trovare soluzioni valide.

 Ma in che modo le crei? Innanzitutto partendo sempre da un punto centrale che permetterà di modellare la mappa e di estendere tutti i rami. Da qui poi basteranno ritmo, colori, unicità, chiarezza e logica!

Se sei quindi interessato a saperne di più su come costruire mappe mentali in maniera efficace, iscriviti subito alla nostra serata.

Ti aspettiamo!!


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Gli atteggiamenti che condizionano l’efficacia personale

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Efficacia personale. Per definire l’efficacia personale è necessario definire il modo in cui questa abilità viene concepita da ognuno di noi.  Secondo la docente di Psicologia di Stanford Univerity Carol Dweck, esisterebbero due tipi di mentalità a riguardo: la mentalità statica, in inglese fixed mindset, e quella dinamica, chiamata invece growth mindset. Persone con mentalità statica sono fermamente convinte che abilità come intelligenza o creatività siano innate in ognuno di noi, e che pertanto non possano essere modificabili: secondo questi individui, “intelligenti si nasce”. Persone con mentalità dinamica invece credono che solo una pratica costante possa far emergere il nostro vero potenziale. Il loro motto è quindi “intelligenti si diventa”. Queste differenze hanno importanti implicazioni nel modo di considerare la propria efficacia, e in particolare nella modalità di affrontare i fallimenti: mentre infatti una fixed mindset vede la sconfitta come prova di uno scarso talento, una growth mindset utilizza invece il fallimento come sprone per intensificare gli sforzi e trovare nuove strade.efficacia personale

Ma quali sono i fattori alla base di queste differenze? Sembra che un ruolo fondamentale sia svolto dai genitori: essi infatti, soprattutto nei primissimi anni di vita, influenzano in maniera determinante le nostre convinzioni. Generalmente, ogni bambino che viene al mondo possiede un’innata predisposizione verso una growth mindset; a fare la differenza è la visione dei genitori: quelli con un’analoga mentalità incentivano tale predisposizione, cosa che invece non fanno genitori con una mentalità statica, che spesso giudicano i figli, dicendo loro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.In sintesi, ciò che fa la differenza nel modo di concepire l’efficacia personale è il fatto di essere indirizzati a valorizzare il talento piuttosto che l’esercizio. Tuttavia, la responsabilità non è tutta dei genitori: la Dweck infatti ha dimostrato che ognuno di noi è in grado di sviluppare una mentalità dinamica. Ancora più interessante è il fatto che la nostra non è una mentalità totalmente statica o dinamica: essa è sempre il risultato di un mix tra le due componenti. Pertanto, anche la persona più “statica” possiede una piccola componente di dinamicità, e viceversa. Questa diversa predisposizione permea molti aspetti della nostra vita, tra cui le relazioni d’amore: possedere una mentalità statica infatti correla positivamente con una visione dell’amore basata sulla ricerca dell’”anima gemella”; individui che appartengono a questa categoria concepiscono quindi la relazione come un rapporto che dev’essere perfetto e senza alcun intoppo durante il cammino. Al contrario, la visione tipica di una mentalità dinamica è quella che accetta il fatto che relazioni senza ostacoli non esistono; anzi, esse acquisiscono valore proprio in funzione del tempo dedicato a lavorare sugli aspetti più deboli. Tutto può essere plasmato, basta possedere la giusta dose di determinazione e la voglia di migliorarsi giorno dopo giorno.

Se anche tu sei interessato a lavorare sui tuoi atteggiamenti o inclinazioni, presso BrainCare troverai quello che fa per te: un team di medici e psicologi ti accompagnerà infatti nella creazione di un percorso totalmente personalizzato, mirato a migliorare il tuo approccio nei confronti della vita lavorativa, familiare, e personale.

Ti aspettiamo!

 


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riabilitazione

Nuove tecnologie in neuroscienze per la diagnosi e la riabilitazione neuropsicologica

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Riabilitazione. La riabilitazione neuropsicologica si basa sull’assunto che il cervello è un organo estremamente plastico e che quindi training riabilitativi specifici permettono di compensare o sostituire l’abilità persa. Essa quindi ha come finalità quella di migliorare la vita di quotidiana di pazienti che hanno subito un danno cerebrale. La riabilitazione neuropsicologica più classica, poi, si basa sull’utilizzo principalmente di strumenti carta e matita, che seppur efficienti ed utili, talvolta possono presentare delle limitazioni.

riabilitazioneInfatti non sempre riescono a riportare fedelmente gli ostacoli reali che si possono incontrare nella vita reale e danno un feedback minore al paziente rispetto ai suoi progressivi miglioramenti. Per questo motivo l’introduzione della tecnologia e quindi di training cognitivi computerizzati aiuta a rendere la riabilitazione neuropsicologica molto più efficiente. Per quale motivo? Innanzitutto perché i dati possono essere raccolti in maniera istantanea, oltre al fatto che ogni esercizio può essere tarato sulle esigenze individuali della persona. Inoltre i pazienti hanno la possibilità di poterli utilizzare anche a casa, raddoppiando quindi l’efficienza della terapia.

Negli ultimi anni poi la tecnologia sta facendo ulteriori passi avanti in quanto si sta raggiungendo la capacità di creare ambienti virtuali, tridimensionali ed interattivi che permettono di riprodurre i luoghi normalmente frequentati dai pazienti. Questo ovviamente rappresenta un grande aiuto, perché in questo modo non vengono soltanto registrate le riposte comportamentali in relazione alla patologia, ma anche in base all’ambiente in cui la persona è inserita. Di conseguenza questa innovazione rappresenta anche un grande aiuto per il terapista che riesce a delineare un programma terapeutico sempre più efficace e adatto alle necessità della persona. Come in tutte le grandi scoperte vi sono anche dei limiti rappresentati dai costi elevati e dalla necessità di formare persone specializzate nell’utilizzo della tecnologia.

A questo proposito la dott.ssa Anna Cantagallo durante il corso parlerà di tutti quelli che sono i limiti e i vantaggi rappresentati dalla riabilitazione neuropsicologia 2.0 e 3.0 e di alcuni specifici strumenti che possono essere utilizzati in questo campo.


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Danno psichico e danno biologico: la neuropsicologia in ambito forense

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Danno. Freud definiva traumi “gli eventi in grado di provocare un’eccitazione psichica tale da superare la capacità del soggetto di sostenerla o elaborarla”. Questa ovviamente è una definizione prettamente psicanalitica che associa all’evento traumatico stati di d’ansia, paura e angoscia. Se si lega invece ad un concetto di tipo forense il danno biologico, include tutto ciò che riguarda l’essere umano ovvero la sfera relazionale, la vita affettiva, la funzionalità cognitiva e la personalità.

Se si pensa poi al danno biologico in maniera più ampia si deve considerare il danno psichico, che a sua volta è collegato a quello morale ed esistenziale. Quali sono le differenze?.

Il danno psichico si differenzia da quello fisico perché non è qualcosa di esteriormente tangibile, in quanto coinvolge la psiche e porta il soggetto ad una riduzione evidente e durevole delle sue attività di vita quotidiana. Quindi nello specifico la persona manifesta un’alterazione dell’integrità psichica, con una riduzione di alcune funzioni mentali primarie, l’affettività, i meccanismi difensivi, le pulsioni e il tono dell’umore.

Il danno morale, invece, talvolta viene confuso con quello psichico, ma esso non rappresenta una vera e propria psicopatologia, ma soltanto una sensazione di dolore e di tristezza che interferisce sull’equilibrio interno ed esterno della persona, ma non danneggia il funzionamento di vita quotidiana.

Infine il danno esistenziale si manifesta come un cambiamento a livello della personalità e del modo di vivere della persona, modificandone lo stile e la qualità di vita.

Se sei interessato a saperne di più di questo argomento, la Dott.ssa Anna Cantagallo durante il corso di formazione parlerà della valutazione del danno biologico e psichico in ambito medico-legale, includendo anche il metodo di stesura di una relazione peritale e gli aspetti deontologici ad essa legati.


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Il neglect: l’importanza delle basi neurobiologiche

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Neglect. Con il termine neglect o eminegligenza spaziale unilaterale ci si riferisce ad un disturbo causato da un deficit dell’attenzione selettiva spaziale.

Solitamente, il deficit insorge a causa di una lesione al lobulo parietale inferiore destro e si manifesta come mancata percezione e rappresentazione dello spazio di sinistra. Ad esempio, il paziente non si rade a sinistra, non mangia il cibo a sinistra del piatto.

A questo disturbo, inoltre, sono spesso associati l’anosognosia e/o un neglect motorio. Nel primo caso, si fa riferimento ad una assente consapevolezza o spesso una negazione della malattia; nel secondo caso, si definisce neglect motorio la tendenza a non utilizzare gli arti di sinistra (anche quando non è presente plegia o paresi).

Quando ancora il fenomeno era meno conosciuto, fu interessante oltre che importante dal punto di vista scientifico, notare l’evoluzione dei lavori di un pittore,

Anton Räderscheidt, che fu colpito da un ictus a seguito del quale egli ebbe una lesione al lobo parietale destro: prima dell’accaduto, i suoi autoritratti appaiono “normali” dal punto di vista percettivo, ogni parte del foglio è stata utilizzata in egual modo rispetto alle altre; nei tre anni successivi all’ictus, gli autoritratti evidenziano invece una marcata negligenza sinistra.neglect

Perché il neglect è solitamente sinistro? Ci viene spiegato dal modello di Kinsbourbe: ciascun emisfero possiede dei meccanismi per orientare l’attenzione in direzione controlaterale (definiti vettori attenzionali). La tendenza a dirigere l’attenzione verso sinistra da parte dell’emisfero destro è più debole rispetto a quella dell’emisfero sinistro (verso destra): ne consegue che una lesione destra porti automaticamente ad una manifestazione di neglect sinistro, ma una lesione sinistra potrebbe più facilmente causare ad un non grave deficit dell’orientamento oppure ad un’estinzione (negligenza delle informazioni provenienti dal lato lesionale solo in condizioni di doppia e simultanea stimolazione sensoriale).

Una novità nel campo di ricerca dedicato al neglect, è rappresentata dagli studi sulle basi neurobiologiche dell’eminegligenza: oltre ad un danno parietale inferiore destro, diverse ricerche confermano ormai che il neglect può manifestarsi a seguito di una lesione che coinvolge il fascicolo longitudinale superiore, ovvero un fascio di fibre che connette il lobo parietale al lobo frontale, dimostrando la possibilità di un problema nella connessione parieto-frontale e non soltanto, come prima si pensava, alla parte inferiore del lobo parietale.


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successo

Psicologia e lavoro: come la mente può influenzare il nostro successo

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Successo. Per avere successo nella vita e quindi anche nel lavoro quello di cui si ha bisogno non è soltanto un elevato quoziente intellettivo, ma anche molto altro. Ciò che distingue le persone di successo è prima di tutto il fatto che hanno la piena consapevolezza di poter raggiungere i loro obiettivi.

Infatti quando ci proponiamo di arrivare ad una meta e quindi sentiamo di potercela fare, non abbiamo paura e arriviamo con il giusto entusiasmo al nostro obiettivo.

Ovviamente questo non vuol dire che sia tutto molto facile, ma il senso di sicurezza che si va a generare, porta a non perdere mai di vista l’obiettivo, a scegliere il percorso più giusto e a procedere con tenacia superando ostacoli e difficoltà.successo

E’ la voglia di vincere che porta al successo e ci fa sentire bene. Infatti è una sorta di droga che aumenta nell’organismo il livello di dopamina, producendo un senso di benessere e ricompensa.

Questo impulso non deve però essere concentrato soltanto su sé stessi, ma può essere l’unione del proprio entusiasmo con la collaborazione degli altri. Le altre persone sono fondamentali per crescere e migliorare, perché ci completano e fanno vedere le cose sotto una luce diversa.

Anche perché prova a pensare ad una persona brillante da un punto di vista accademico, competente sul piano lavorativo, ma arrogante, irascibile e incapace di gestire le proprie emozioni: in che modo può avere successo?

Bisogna avere una grande intelligenza emotiva per essere in grado di trattare sé stessi e gli altri! Questo porta ad essere capaci di motivare sé stessi, di controllare gli impulsi, di modulare i propri stati d’animo e essere empatici, tutti aspetti fondamentali per arrivare al successo.

Quindi se sei interessato a saperne di più su quali sono i punti fondamentali per raggiungere una piena soddisfazione personale e lavorativa, iscriviti subito alla serata mandando una mail ad info@braincare.it o tramite il link:https://www.eventbrite.it/e/biglietti-psicologia-e-lavoro-come-la-mente-puo-influenzare-il-nostro-successo-56037887831

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