Tag Archives: Cantagallo Anna

  • -

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Category:Anna Cantagallo,News Area Clinica,tutte le News Tags : 

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Autoipnosi – La Sindrome del Dolore Addominale Funzionale (FAPS) è un disturbo gastrointestinale, caratterizzato da dolore cronico o frequente di cui non può essere accertata una causa specifica.

Il dolore può essere molto indebolente nella vita quotidiana, andando a interferire con il funzionamento della persona durante varie attività, e i bambini ne soffrono in particolar modo.

Anna Cantagallo spiega come in aggiunta alle tecniche di gestione più tradizionali, di recente è stato indagato il trattamento tramite auto-ipnosi del dolore addominale proprio nei bambini.

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Quali sono le cause della FAPS?

“La sindrome addominale Funzionale di dolore non è associata a malfunzionamenti a livello del colon.

Il dolore provocato da questa condizione non può essere spiegato da alterazioni né radiologiche né degli esami di laboratorio.

Alla base del FAPS c’è un’alterazione negli impulsi nervosi tra intestino e cervello, non un problema di mutata motilità intestinale.

Il dolore, che può essere sia frequente che continuo, è raramente collegato a funzioni intestinali come l’alimentazione o la defecazione.

Anche se spesso i sintomi compaiono senza pausa apparente, possono anche essere effetto di infezioni o eventi traumatici; durante i periodi di stress, i sintomi possono peggiorare.

Il cervello degli individui con FAPS ha un’ipersensibilità nei confronti dei dolori addominali, a causa di un’alterazione nell’asse che collega il cervello all’intestino e nella capacità del sistema nervoso di regolamentare i segnali dolorosi che attraversano il tratto gastrointestinale.

Di conseguenza, anche stimoli di lieve entità vengono ingranditi e percepiti in maniera molto dolorosa.”

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Quali sono le tecniche più tradizionali di gestione della sindrome?

“Innanzitutto – racconta Anna Cantagallo – è opportuno specificare che solitamente non è possibile eliminare del tutto i sintomi; bisogna dunque mirare a controllare il dolore in modo da migliorare globalmente la qualità della vita quotidiana.

Nel trattamento della sindrome del di dolore addominale funzionale il cervello ha un ruolo cruciale nella percezione del dolore.

Fattori come ansia e depressione dirigono in maggior misura il focus attentivo della persona verso i sintomi dolorosi, mentre il rilassamento può aiutare a diminuirne la severità.

Tra le tecniche di trattamento non farmacologiche della FAPS abbiamo la meditazione o altre tecniche di rilassamento, l’ipnosi per focalizzare l’attenzione altrove, e la terapia cognitivo-comportamentale per lavorare su pensieri, percezioni e comportamenti relativi ai sintomi dolorifici.

A livello farmacologico invece vengono somministrati solitamente antidepressivi triciclici per bloccare la propagazione dei segnali nocicettivi dall’addome al cervello.

Anche gli inibitori selettivi di ricaptazione della serotonina-noradrenalina possono aiutare ad alleviare i sintomi in alcuni casi.”

Autoipnosi – Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Autoipnosi per curare la FAPS: cosa è risultato dallo studio?

Anna Cantagallo risponde: “Uno studio pubblicato a marzo 2017 e condotto da Juliette M. T. M. Rutten e colleghi ha dimostrato l’efficacia dell’autoipnosi nel trattamento del dolore addominale nei bambini.

In particolare si valuta l’effetto che ha su bambini con sindrome del colon irritabile o con sindrome del dolore addominale funzionale.

Lo scopo dello studio è di confrontare l’efficacia di un auto-ipnositerapia domiciliare con l’ausilio di un CD e l’ipnositerapia individuale eseguita da terapisti qualificati.

Sono stati condotti trial clinici randomizzati su 250 bambini in 9 centri dei Paesi Bassi con un follow-up un anno dopo la fine del trattamento.

I bambini sono stati assegnati casualmente al gruppo di ipnosi guidata + autoipnosi domiciliare, o a quello di ipnosi solo guidata da terapisti con un rapporto di 1:1.

È risultato che la validità dei trattamenti auto eseguiti in casa non era inferiore rispetto all’ipnositerapia svolta da terapisti addestrati.

Inoltre l’utilizzo di un CD cattura particolarmente l’interesse dei bambini, dimostrandosi una valida e attraente soluzione per loro.

Per i ragazzi un po’ più grandi, che tendono a essere poco propensi a utilizzare dei CD, i ricercatori hanno proposto APP create ad hoc per tablet e smartphone.

Purtroppo però ci sono anche dei limiti; questi servizi pur diventando più comodi e economici con la parte domiciliare, richiedono comunque molto tempo, e gli specialisti d’ipnositerapia pediatrica sono ancora poco numerosi.”

Venite in BrainCare a chiedere informazioni in merito!

braincare-ultime-notizie-tutte

Autoipnosi - Curare il dolore addominale dei bambini con l’autoipnosi: si può?

Ti potrebbe interessare anche:



  • -

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Category:Anna Cantagallo,News Area Espansione,tutte le News Tags : 

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Cambiamento – In Italia vive un elevato numero di associazioni e gruppi di volontariato che tentano d’infondere la coscienza civile con valori condivisibili e trasmissibili al fine di suscitare non solo l’interesse, ma l’azione reale per il cambiamento

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta - Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiatoQu’est-ce qu’un homme révolté? Un homme qui dit non. Mais s’il refuse, il ne renonce pas: c’est aussi un homme qui dit oui, dès son premier mouvement.

Un esclave, qui a reçu des ordres toute sa vie, juge soudain inacceptable un nouveau commandement.

 “Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi.

Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

 

Albert Camus – L’homme révolté

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

All’origine della rottura con Jean-Paul Sartre vi fu il saggio L’homme révoltè, opera in cui Albert Camus si sofferma sull’analisi di confronto tra il concetto di rivoluzione, portatore e promotore di valori umani con la realtà – passata e presente – dei movimenti rivoluzionari del suo tempo.

Nella sua opera, non mancano le critiche alle rivoluzioni storiche e assolutiste come il bolscevismo e il nazionalsocialismo, coniderate due risposte sbagliate alla già tronfia e strutturale insensatezza della storia.

Questo gli valse l’inimicizia di Sartre, filosovietico, e di gran parte della sinistra francese.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Aldilà del dramma di isolazione – seppur autoindotto – vissuto da Camus, L’homme révolté possiede ancora un respiro profondamente attuale e deve servire come faro in un oceano in realtà già molto illuminato, quello della storia contemporanea.

Un oceano che possiede luci di emergenza in ogni dove, in cui i drammi giungono alle bacheche di noi tutti, in cui i bombardamenti e le loro conseguenze in un paese come la Siria riempiono e fanno sovrabbondare gli occhi di rabbia, senso di impotenza: inerme insignificatezza.

Dimoriamo una parentesi storica dove il dolore vive manifesto, ma in cui l’agire che genera cambiamento sembra aver perso la sua spinta generatrice.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La révoution non è alle porte, la révolution non c’è proprio.

Si consideri il nostro paese, non certo galeotto di rivoluzioni nel senso stretto della parola, come i cugini d’Oltralpe o la Russia.

In Italia vive un elevato numero di associazioni e gruppi di volontariato che tentano d’infondere la coscienza civile con valori condivisibili e trasmissibili al fine di suscitare non solo l’interesse, ma l’azione reale per il cambiamento.

L’universo silenzioso dell’associazionismo italiano respira e pulsa di novità: esistono decine di associazioni per la tutela degli animali, della costituzione, dell’ambiente o per il tentativo di costruzione di un’economia più rispettosa.

Il problema sta nel suo essere silenzioso. Se muto, tutto ciò non fa breccia nel cuore dei cittadini. Le proposte ci sono, ma il paese non fa nessun passo avanti.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La voglia esiste, ma manca la volontà. A cosa è possibile incolpare queste possibilità inagite?

“Se il mondo dell’associazionismo è muto, il problema è fondamentalmente un problema di comunicazione. Ogni giorno un enorme mole di informazioni giunge alle retine e alle orecchie dei cittadini – ipotizza Anna Cantagallo.

Una mole tale che:

  • Il cittadino non sa più cosa pensare.
  • Il cittadino riceve informazioni che differiscono tra loro.
  • Il cittadino riceve informazioni che attestano quanto le proteste non valgono nulla, demotivando la sua possibile volontà.”

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Riguardo l’ultimo punto in particolare, un esempio recente ci arriva dal mondo NoTAV.

Decine di articoli di giornale sono stati pubblicati per informare sulla problematicità multiforme della questione e ne sono stati scritti altrettante decine sul tentativo dei cittadini di agire per cambiare, senza che nulla cambiasse realmente.

Cosa comporta una scelta editoriale di questo stampo? La percezione dell’inutlità di qualsiasi forma di rivolta.

Così, i cittadini non si interessano al fatto che una struttura come la TAV è assolutamente evitabile, non elaborano una soluzione di più ampio raggio che indichi un ripensamento strutturale dell’intero mondo dei trasporti e lasciano la lotta in mano a pochi guerriglieri e gli interessi economici nelle mani di pochissimi magnati.

Questo problema comunicativo non è soltanto extra-associativo, ma anche inter-associativo.

Le diverse associazioni spendono troppo tempo a esaminare le cattive politiche per cercarne le cause.

Si soffermano alla superficie reattiva del problema, senza scendere all’elaborazione strutturale dello stesso.

Inutile dire che, in questa prospettiva, l’ideazione di politiche “positive”, anzi, pro-positive, resta l’ultimissima maglia della catena.

L’ultimo step a cui sbucare per tentare di innovare. La classica via del lamento; incontinente, insopportabile.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

“L’ultimo esempio ci viene dal referendum costituzionale tenutosi lo scorso 4 Dicembre.

I sostenitori del NO alla riforma Renzi-Boschi hanno avanzato solo posizioni di contrasto, attestanti una forte distanza con la politica e senza proporre soluzioni alternative.

Quando il NO vinse, Spinoza, una nota pagina social satirica, scrisse “La Costituzione è salva.

Ora possiamo tornare a ignorarla”. Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato.

Ci si lamentava prima, ci si lamenta anche ora.” continua Anna Cantagallo.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La lotta non è una scelta facile, soprattutto quel tipo di scontro che prevede l’implementazione di idee nuove.

Non è facile fare a pezzi il mondo, sostenerlo insieme e includerci un pezzo che prima non c’era.

Non è facile cambiare. Non è facile ribellarsi. Camus, tuttavia, la pensava diversamente.

Sempre ne L’homme révolté scrisse:

“Je me révolte, donc nous sommes.”

“Mi ribello, dunque siamo.”

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La rivolta dà la sicurezza di esistere, fornisce la consapevolezza di essere ciò che si è. Pugno, ergo sum. Combatto e regalo al mio gruppo un senso per cui esistere, una piccola luce in cui credere.

Come l’hashtag #BlackLivesMatter: “le vite delle persone di colore valgono”.

Ma si può ottenere qualcosa con un hashtag?

A quanto pare sì, come successo a Zian Ashmed, un ragazzo di fede musulmana ammesso alla Stanford University dopo aver inviato come saggio di risposta alla loro domanda “Cosa ti importa e perchè?” una semplicissima lettera contenente 100 volte l’hashtag #BlackLivesMatter.

Quando Zian ha scoperto che la sua lettera era stata accettata e il suo posto era assicurato, ha ammesso:

Non pensavo assolutamente di poter entrare alla Stanford, ma è rincuorante sapere che percepiscono il mio attivismo convinto come una risorsa e non come un ostacolo.

” Zian ha stretto una causa e ha vinto un posto in un’università prestigiosa. Ha lottato per un ideale e ce l’ha fatta.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

La lotta prende diverse forme, in questo caso silenziosa, in altri urlata.

L’urlo sussume, però, un coinvolgimento emotivo con la problematica di risolvere.

Mentre, la generazione dei Millennials, il presente e il futuro del mondo del lavoro, presentano una generale disaffezione verso ogni questione.

Sognano, da un lato, creare un impatto e avere una forte influenza sugli altri.

Dall’altro, sono dis-affezionati rispetto ai contenuti emotivi di un ostacolo sociale. Può anche esserci sensibilizzazione, ma se non c’è passione non c’è lotta. E si torna a capo.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta – Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Lottare non è una scelta facile, ma per le questioni che stanno a cuore è l’unica scelta giusta.

Ci si sveglia dentro, si controllano le variabili, si capisce come queste si intersecano e si influenzano e poi si agisce.

Con calma, con motivazione e con moltissima cognizione di causa.

Sia questo per una nuova sfida aziendale o anche solo per preparare un esame.

“E tu sei pronto per le tue sfide” conclude Anna Cantagallo.

Le sfide che la vita mette davanti sono innumerevoli e non finiscono mai.

Ma a quel punto, si hanno due scelte: sfido la vita o sfido me stesso per sentirmi vivo?

braincare-ultime-notizie-tutte

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta - Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato

Ti potrebbe interessare anche:


 


  • -

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Category:Anna Cantagallo,News Area Clinica,tutte le News Tags : 

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Impostore – La teoria piramidale dei bisogni di Maslow è a pieno merito una delle teorie più usate nella psicologia mainstream contemporanea.

Maslow teorizzò che alla base dei nostri bisogni giace l’istinto di sopravvivenza, che determina la nostra base più animale e che, a mano a mano che si sale verso la sommità della piramide, cerchiamo di soddisfare altri bisogni più evoluti.

“Si passa dalla basica fisiologia al bisogno di sicurezza, al senso di appartenenza, alla stima (di sè e degli altri) per arrivare al target più importante, l’autorealizzazione.” spiega Anna Cantagallo.

Impostore - Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Arrivare ad auto-realizzarsi, dunque, si attesta come il drive fondamentale delle nostre scelte, per un principio molto facile da comprendere.

Immaginiamo un futuro in cui collocarci, in cui abbiamo tutto ciò che abbiamo sempre desiderato.

Immaginiamo le nostre massime aspirazioni e godiamo dei sentimenti che questa fantasia determina e corrobora.

Nello spazio della fantasia tutto – e il contrario di tutto – è possibile.

La determinazione che alimenta le nostre scelte nasce dal bisogno di realizzare queste fantasie.

Di rendere reale lo spazio potenziale dell’immaginazione.” Continua Anna Cantagallo.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Accade, tuttavia, che alcuni uomini e alcune donne che hanno fatto delle loro fantasie realtà, siano cronicamente insoddisfatti della loro posizione o dei traguardi da loro raggiunti.

Questi individui tendono ad alimentare una credenza psichica anormale secondo la quale quegli stessi successi per cui hanno investito soldi e tempo sono, in realtà, frutto del caso, del tempismo, della fortuna e non invece delle loro reali competenze e sacrifici.

Questa, come spiega la neuroscienziata Tara Swart, si chiama sindrome dell’impostore.

Essa colpisce soprattutto la psiche di amministratori delegati e manager aziendali, senza distinzione di sesso, età o cultura.

Essi, dopo un successo veloce in cui le loro competenze tecniche e di leadership hanno avuto un grande peso, coltivano l’idea di essere in una posizione solitaria e vulnerabile dalla quale non possono mostrare queste stesse debolezze a nessuno.

Si sentono soli ma devono dimostrare di essere potenti e iperconnessi.

Inoltre, non tendono a parlare con nessuno dei loro problemi e dei loro pensieri, avendo come unico interlocutore loro stessi.

Ovviamente, il ristagno di idee a stampo paranoico nella propria testa ha degli effetti fisiologici molto gravi: può emergere l’insonnia, il sistema immunitario può indebolirsi e si possono scatenare episodi depressivi.

Questo blue-mood obbliga la propria psiche a pensare ‘non sono davvero bravo in ciò che faccio’, ‘non lo merito’, ‘non dovrei ricoprire questo incarico’.

In questo modo, un individuo è portato a credere che un giorno qualcuno scoprirà il suo essere un impostore e lo denuncerà a tutti, togliendoli la maschera di dosso.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Questo terrore di esseri scoperti obbliga il povero manager di turno a guardarsi attorno con sospetto, a non avere fiducia in chi lo attornia e a non cercare alleanze lavorative con realtà aziendali i cui leader vengono percepiti come maggiormente abili.

Succede che l’individuo con la sindrome dell’impostore si chiuda in una bolla di inattività e inerzia decisionale, perchè il dubbio che pervade la sua autostima si diffonde alle sue scelte, reali espressioni della posizione che rappresentano.

È, semplicemente, più facile non provarci.

L’individuo con questa sindrome lascia la possibilità di successo agli altri, perchè si percepisce troppo stupido, ansiogeno, rude e volgare rispetto a chi gli sta intorno.

Gli altri meritano tutto ciò che hanno, mentre lui vive con enorme senso di colpa la possibilità e/o la realtà di avere successo, perchè crede di non poter sopportare l’ansia, le responsabilità e il prestigio che derivano dalla sua posizione.

Esso si sente come un pilota d’aereo che impartisce comandi e intrattiene i clienti, ma non sa nemmeno come si accende il motore.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Come si origina questa forte mancanza di sicurezza in sè? Principalmente, per una mis-percezione d’ampio raggio.

Chi ha la sindrome dell’impostore vede unicamente i suoi difetti e li crede ciò che realmente lo rendono inferiore rispetto agli altri, mentre l’errore sta nel non capire e immaginare che anche tutti gli altri esseri umani possiedono difetti al di sotto della loro lucida e perfetta superficie.

Questa credenza patogena nasce nel periodo dell’infanzia, quando percepiamo la differenza che sottosta tra noi bambini e gli adulti.

Per un bambino è impensabile parlare per ore ad un tavolo senza poi andare fuori a correre o giocare con i lego o avere più responsabilità insieme come preparare la cena, coccolare i pargoli, pagare le bollette, viaggiare.

Il bambino percepisce gli adulti come onnipotenti e matura la convinzione profonda di non poter essere come loro.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

“Il problema nasce dalla natura stessa della condizione umana: noi percepiamo noi stessi da dentro, conoscendo i nostri difetti e le nostre ansie, insicurezze, paure, mentre percepiamo gli altri sempre da fuori, senza poter filtrare ciò che fanno o dicono attraverso i loro processi mentali.” conclude Anna Cantagallo.

Tutti abbiamo paura di qualcosa, tutti siamo insicuri, tutti agonizziamo sentimentalmente per una qualsivoglia causa o persona.

La soluzione alla sindrome dell’impostore sta nel capire che le insicurezze e i punti ciechi sono caratteristiche universali di qualsiasi essere umano su questa terra e non sono crucci o maledizioni personali.

Questa comprensione richiede però uno sforzo notevole: un salto di fede.

Dobbiamo avere fede nel fatto che la nostra psiche lavori bene o male sempre allo stesso modo, con le sue mancanze, le sue difficoltà, le sue ipocrisie, nella nostra testa e in quella degli altri.

Gli altri sono imperfetti come noi lo siamo, proprio perchè sono umani. Le nostre fragilità interiori non devono impedirci di fare ciò che gli altri fanno.

Esse ci devono servire come base per comprendere che i nostri punti deboli sono quelli che un qualsiasi essere umano può lamentare.

Impostore – Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

I nostri desideri sessuali più rivoltanti, le nostre paranoie più labirintiche e i nostri terrori più sepolti presentano un corollario, dissimile ma esistente, in ognuno di noi.

Tutti, dal più umile lavavetri al più ricco CEO siamo attraversati da crepe psichiche e dai rimorsi e dai rimpianti di azioni commesse o taciute nel passato.

Siamo tutti umani e questo salto di fede ci aiuta ad umanizzare il mondo attorno a  noi.

In parole povere? Siamo tutti normali. E imperfetti. E lacunanti. E paranoici. E pueruli. E corruttibili. Come scrisse Michel de Montaigne:

“Kings and Philosophers shit and so do ladies.”

braincare-ultime-notizie-tutte

Impostore - Cosa ci spinge a fare le scelte più profonde?

Ti potrebbe interessare anche:



  • -

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Category:Anna Cantagallo,News Area Benessere,tutte le News Tags : 

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Bambini ed emozioni – Anna Cantagallo spiega le strutture neurologiche alla base del comportamento dei bambini, quali potrebbero essere le origini di disturbi emozionali e come comportarsi nei casi più complessi.

I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio.

La crescita dei bambini non prevede soltanto la maturazione volumetrica del sistema nervoso e della psiche, ma anche quella qualitativa: i piccoli sono totalmente diversi dagli adulti e ragionano in modo loro.

Le differenze non riguardano soltanto le funzioni cognitive, ma soprattutto quelle emotive, condizionate da un cervello immaturo e perciò più intense e coinvolgenti rispetto a quelle di un adulto.

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Che ruolo gioca il sistema nervoso nel comportamento emotivo del bambino?

La dottoressa Anna Cantagallo spiega che è innanzitutto la corteccia prefrontale a coprire un ruolo fondamentale nella differenza tra bambini e adulti.

Questa corteccia infatti verifica in particolar modo le risposte emotive, inibendo le spinte eccessive e permettendo di padroneggiare le emozioni intese come risposte automatiche che seguono a specifiche reazioni somatiche.

L’adulto canalizza (o dovrebbe) questi impulsi e tiene a freno la propria impetuosità.

Grazie allo sviluppo della corteccia prefrontale prende tempo, analizza la situazione, riflette, si rende conto se l’azione suscitata è esorbitante o no.

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

La capacità di avere potere sulla situazione viene meno nei casi in cui la corteccia prefrontale è poco attiva.

È una parte della corteccia prefrontale, ovvero quella orbitofrontale, a essere il centro delle reazioni emotive in quanto interconnessa con diverse aree del sistema limbico (sede primaria della nostra vita emotiva) e alla corteccia somato-sensoriale, da cui dipendono le percezioni del nostro corpo.

La corteccia orbitofrontale gioca quindi un ruolo primario nella vita affettiva, nel mettersi nei panni dell’altro, nella coordinazione delle emozioni, ma anche nelle relazioni con gli altri.

Se la corteccia orbitofrontale è lesa o insufficientemente sviluppata il controllo delle emozioni risulta insufficiente o del tutto carente.

Come affrontare concretamente questo ritardo nella maturazione emotiva del bambino?

“A partire dai 3-4 anni il bambino modifica step by step le proprie emozioni in quanto assimila dall’esperienza e l’esperienza agisce a ritroso sui circuiti dell’emozione, promuovendo la loro maturazione” continua Anna Cantagallo.

“Nei casi in cui manifesti pianti e capricci, invece che sgridarlo, è meglio ricorrere a un approccio indiretto, per esempio raccontando una fiaba, o, ancor meglio, simulando una scena simile con delle marionette in cui è lui a esercitare i ruoli.

Se invece la corteccia orbitofrontale subisce alterazioni nel corso dei primi anni di vita, attraverso le continue riprese anche violente e i ripetuti no, non si verifica un regolare sviluppo emotivo e relazionale.

Bambini ed emozioni – I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Quando l’adulto reagisce a una condizione di crisi del bambino alzando la voce, intimorendolo, atteggiando il volto a espressioni di pericolo, contribuisce a stressarlo e a far si che i suoi circuiti registrino un’esperienza negativa, che poi replicheranno nel futuro.

Anche assistere a scene di durezza fa sì che i bambini incassino memorie emotive negative che, in assenza della capacità di elaborazione cognitiva, contribuiscono ad accrescere le loro paure inconsce.

In conclusione, la conoscenza delle caratteristiche dello sviluppo nervoso del bambino, e quindi dei suoi comportamenti e risposte emotive, consente agli adulti di afferrare meglio le reazioni infantili e di mettere in atto delle risposte adatte a un migliore sviluppo

braincare-ultime-notizie-tutte

Bambini ed emozioni - I bambini non sono dei piccoli adulti? Non proprio

Ti potrebbe interessare anche:



  • -

Traumi irrisolti – Come nascono i traumi e come risolverli

Category:Anna Cantagallo,News Area Clinica,tutte le News Tags : 

Traumi irrisolti – Come nascono i traumi e come risolverli

Traumi irrisolti – Anna Cantagallo spiega quali sono le origini dei traumi psichici e qual è il modo in cui possono essere risolti.

Come nascono i traumi psicologici? L’origine è spiegata bene dal libro di Alice Miller “Il dramma del bambino”, in cui racconta vari casi di drammi che si ripercuotono in età adulta nei modi più vari: con ossessioni, comportamenti atipici e disfunzionali etc.

Prendiamo l’esempio di un paziente affetto da comportamenti maniacali.

Egli decise di iniziare la terapia perché si rese conto che i suoi comportamenti erano singolari e gli creavano imbarazzo, eppure non riusciva a capire perché continuava a ripeterli.

Con l’aiuto della psicologa, raccontandosi, scoprì che la causa era dovuta al fatto che durante l’infanzia egli aveva sempre dovuto sorridere senza mai cedere al pianto e alla tristezza:

sua madre aveva avuto una storia molto infelice, i genitori erano stati prelevati e portati nelle camere a gas durante il secondo conflitto mondiale e il suo equilibrio psichico era diventato debole, tanto è che lui come figlio cercava sempre di farla sorridere.

Non potendo esprimere i suoi altri veri sentimenti come rabbia, delusione o tristezza, il paziente aveva imparato a comprimerli in movimenti e azioni ripetitive, stereotipate.

Traumi irrisolti – Come nascono i traumi e come risolverli

Come racconta Anna Cantagallo: “Spesso i traumi irrisolti si contagiano inconsciamente da una generazione all’altra, perché i bambini assorbono le tensioni emotive sottese senza essere consapevoli della causa che le ha originate.

Anche se rimangono occultati dietro un apparente adattamento alla vita quotidiana, a volte riemergono in maniera drammatica.

Succede spesso – continua la dottoressa Cantagallo – che genitori deportati, che abbiano vissuto la guerra o che l’abbiano fatta, appaiano ben adattati nella vita sociale e manifestano invece reazioni e comportamenti che sfociano nella pazzia dentro casa, sfogando anche talvolta un trauma irrisolto attraverso la aggressività.

A volte è sufficiente un odore, un colore, una frase o un’immagine per riaprire una vecchia ferita mal rimarginata e portare alla luce un dramma del passato senza che la propria famiglia ne comprenda la ragione”.

Traumi irrisolti – Come nascono i traumi e come risolverli

Perché spesso questi traumi non vengono risolti?

“A causa della censura. Prendiamo ad esempio il film The Mistic River in cui il protagonista racconta al proprio bambino una storia, come ogni padre farebbe, senza però lieto fine, ma descrivendo una serie di flashback della storia personale:

molti anni prima era stato sequestrato da due pedofili e era riuscito a liberarsi solo dopo tre giorni.

Non aveva mai parlato di quella sua terribile esperienza e nessuno aveva il coraggio di affrontare la verità: sarebbe stata una vergogna per il paese e un’onta di fronte a amici e coetanei.

Questo silenzio però gli impedì di elaborare il trauma ed è per questo che creò altre vie di uscita.

Comunque non solo sul piano individuale, ma anche a livello collettivo, può accadere che un evento tragico venga negato e apparentemente dimenticato: basti pensare per quanti anni sono stati nascosti gli orrori commessi dal regime nazionalsocialista nei campi di sterminio”.

Traumi irrisolti – Come nascono i traumi e come risolverli

Esiste un modo per guarire dal proprio trauma?

“Serge Tisseron – continua Anna Cantagallo – paragona la nostra psiche a un tubo digerente: gli alimenti che ingeriamo devono essere decomposti in modo che i loro elementi servano alle sintesi del nostro organismo.

Allo stesso modo un trauma deve essere scomposto e non consentire che rimanga celato e che quindi continui a riemergere di tanto in tanto sotto forma di comportamenti anomali, angoscia e sofferenza.

Questo processo può essere facilitato da qualcuno disposto all’ascolto come un parente, un amico caro o uno psicoterapeuta”.

braincare-ultime-notizie-tutte

Traumi irrisolti - Come nascono i traumi e come risolverli

Ti potrebbe interessare anche:



Translate »