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Coronavirus e Psicopatologia

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Il Coronavirus può portare alla Psicopatologia.

Il Covid-19, oltre ad essere una patologia infettiva, sembra essere talvolta la causa di differenti disturbi, che se non individuati per tempo potrebbero portare ad una compromissione della funzionalità globale di un soggetto. L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha ed avrà un rilevante impatto sull’economia psichica dell’individuo sia per l’esperienza diretta ed indiretta al virus, sia per la paura che genera, sia infine per le misure di prevenzione del rischio che hanno comportato un isolamento sociale.

Si è visto come il trauma legato a questa esperienza inusuale abbia portato alcune persone ad una condizione di hyperarousal psicofiosiologico ponendo il soggetto di fronte ad un’allerta persistente. Ecco che disturbi come insonnia, mal di testa, palpitazioni, difficoltà di concentrazione, facile irritabilità, iperalimentazione o inappetenza, ipervigilanza, disturbi gastrointestinali, incremento del fumo di sigarette e sensazione di soffocamento sono stati i sintomi più osservati tra la popolazione generale.

Il coronavirus può causare depressione? 

Sembra che la risposta sia positiva, infatti in alcuni individui si riscontra una dimensione depressiva, manifestata da sintomi come il sentirsi giù di tono, l’isolarsi, l’incremento del pessimismo e la diminuzione d’interesse riguardo l’ambiente circostante. In questi casi si può dire che i quadri clinici sopra citati possano rientrare nei disturbi dell’adattamento, rilevanti quando compromettono il generale benessere di un soggetto e quindi campanelli d’allarme utili da individuare per evitare la strutturazione in disturbi psichici di maggiore rilevanza clinica, quali la depressione maggiore o il disturbo di panico.  

Particolare attenzione va rivolta anche al Disturbo d’ansia di malattia nel quale il paziente, preoccupato di avere o contrarre una grave malattia, misura la propria temperatura corporea ed il proprio respiro in maniera ossessiva e ripetitiva. Il coronavirus talvolta ha generato un senso di paranoia consolidato in un nucleo ideativo a contenuto persecutorio, suscitato da dati della realtà o notizie lette sui social. Ancora, ha dato avvio a comportamenti ossessivi, come il lavarsi costantemente le mani, disinfettarsi senza limiti, non uscire di casa neanche per necessità essenziali per paura del contagio e il tenere sempre le finestre chiuse.  

Infine, il Covid-19 per molte persone è stato un trauma, che per quanto sia stato vissuto direttamente in prima persona o indirettamente (un familiare deceduto da coronavirus), ha portato alcuni individui a soffrire di stress acuto, il quale nella forma più estesa (oltre un mese) ha delineato quello che viene definito come disturbo da stress post-traumatico. 

In conclusione, possiamo quindi porci una domanda: “Come evitare l’istaurarsi di una psicopatologia nel momento in cui percepiamo il venir meno di un certo benessere globale nella nostra vita?” Sicuramente la prevenzione attraverso un intervento specialistico precoce può evitare la nascita di disturbi cronici di rilievo psicopatologico.  

Se vuoi saperne di più, su questo e tanti altri temi inerenti la psicologia segui il nostro filone di dirette con la Dott.ssa Griguoli e la Dott.ssa Cantagallo! Ti basterà andare sulla nostra pagina facebook, alla sezione video troverai tutte le dirette registrate dal titolo “Sulla Psicologia”.

Inoltre, non perdere il prossimo appuntamento lunedì 14 febbraio: in occasione di San Valentino parleremo di “Comunicazione nella coppia”.

Bibliografia 

  • Pellegrino F. La salute mentale, clinica e trattamento. 2018, Edizioni Medico Scientifiche, Torino 
  • Pellegrino F. Coronavirus e psicopatologia. 2020, Medici Oggi, Milano.  

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Realtà virtuale e prestazioni cognitive

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La realtà virtuale e le prestazioni cognitive.
La realtà virtuale (VR) è un’esperienza interattiva che si realizza grazie alla simulazione di ambienti creati tramite il computer. Esistono diverse modalità che vanno dalle più semplici alle più complesse, come ad esempio la realtà virtuale immersiva.

Com’è nata questa metodologia?
La realtà virtuale nei suoi primi sviluppi veniva utilizzata in ambito militare per la simulazione dei campi di battaglia oppure per la progettazione di ambienti di lavoro o di vita.
Solo recentemente è stata introdotta anche in ambito medico, soprattutto nella riabilitazione e nella chirurgia.

In particolare, la Telepresenza Immersiva Virtuale (TIV) si pone come un approccio innovativo, in grado di supportare il recupero funzionale delle abilità nei pazienti affetti da ictus, malattia di Parkinson, disturbi psicologici come stress, fobie ed ansia, disturbi cognitivi nelle fasi iniziali e disturbi motori associati.

La realtà virtuale consiste nell’esecuzione di programmi virtuali mirati a promuovere l’esercizio delle funzioni compromesse al fine di superare, guidare, compensare o diminuire i deficit. La riabilitazione attraverso la TIV si basa sull’esecuzione di attività con differenti livelli di difficoltà, con la possibilità di graduarli all’interno di un dispositivo, il quale riproduce in maniera realistica ed interattiva contesti e situazioni di vita quotidiana. Il paziente, indossando particolari occhiali per la visione tridimensionale (3D) e sensori di posizione in grado di rilevare i suoi movimenti, interagisce mediante un joypad in ambienti esterni e domestici.

Qual è lo scopo di questa metodologia?
La dottoressa Anna Cantagallo dice che l’obiettivo è quello di migliorare le capacità cognitive, motorie e lo svolgimento delle attività di vita quotidiana.
Rispetto alle metodologie tradizionali i vantaggi della riabilitazione TIV sono:
⦁ Situare l’esercizio riabilitativo in un ambiente che simula il nostro ambiente di vita
⦁ La stimolazione multisensoriale
⦁ L’opportunità di adeguare la difficoltà degli esercizi in maniera dinamica
⦁ Il monitoraggio sistematico degli indicatori di performance durante il test riabilitativo

Bibliografia

Stramba-Badiale, Marco. (2019). Influence of virtual reality on cognitive performance, Milano.


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La metacognizione: cosa pensiamo dei nostri pensieri

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Metacognizione. Metacognizione è una parola difficile, rappresenta un costrutto psicologico ed è un processo di riflessione cosciente sui propri stati mentali. Cornoldi la definisce in questo modo: “tutte le volte che stiamo usando un determinato processo cognitivo (stiamo ricordando qualcosa, prestiamo attenzione a uno stimolo..) stiamo facendo cognizione e tutte le volte che abbiamo consapevolezza su di esso stiamo facendo metacognizione”.

Siamo costantemente portati a imparare delle cose e gran parte delle cose che impariamo hanno delle istruzioni, tuttavia, una delle cose che nessuno ci insegna ma che per noi sarebbe utile imparare a usare è la nostra mente. Di solito ci affidiamo a quello che gli altri ci dicono ma non sappiamo di preciso come funziona, quali sono le regole che orientano la nostra mente.

La mente è uno strumento che, filtra, codifica, organizza e interpreta dei dati di realtà con l’obiettivo di compiere delle azioni in modo da raggiungere degli scopi. Il modo attraverso cui la mente fa questo è usando degli schemi, ovvero degli insiemi di strutturazione e lettura della realtà frutto della nostra storia di vita.

L’interesse sulla capacità di “ragionare” sui nostri pensieri nasce nell’ambito evolutivo sugli studi sulla metarappresentazione e poi grazie alle ricerche delle scienze cognitive abbraccia il concetto di Teoria della Mente (TOM). Negli anni ’80 gli studi condotti all’interno dello spettro autistico sulle difficoltà legate alla TOM hanno indirizzato verso l’approfondimento della metacognizione, non solo il campo della ricerca sperimentale, ma anche delle neuroscienze cliniche, sociali e della psicopatologia. Per quanto riguarda l’ambito psicoterapeutico, l’importanza di “pensare ai propri pensieri” è stata evidenziata in particolare da Peter Fonagy (1991) all’inizio degli anni ’90, con il termine di “mentalizzazione”, in relazione alle difficoltà riscontrate dalle persone con disturbo di personalità borderline.

La metacognizione può essere scomposta in differenti sottocomponenti, ognuna delle quali ha un grado di funzionamento diverso. Elencandole brevemente troviamo:

 

  • Monitoraggio: è la capacità di identificare i propri pensieri, le proprie emozioni e mettendoli in relazione tra loro;
  • Differenziazione: è la capacità di riconoscere che il nostro modo di leggere gli eventi è soggettivo ed ipotetico e quindi non sempre corrispondente alla realtà;
  • Integrazione: è la capacità di gestire i nostri stati emotivi interni, anche quando risultano contrastanti, mettendoli in un ordine di rilevanza e mantenendo una visione stabile di sé;
  • Decentramento: è il considerare che le altre persone possono agire in base a idee, credenze e scopi differenti dai nostri. Ovvero la capacità di metterci nei panni altrui, abbandonando quindi la nostra prospettiva autocentrata;
  • Regolazione: strategie comportamentali e cognitive con cui possiamo padroneggiare gli stati mentali di sofferenza

Ciascuna di queste sottocomponenti, può essere più immediata e semplice, legata ad azioni che coinvolgono il nostro corpo o che richiedono un intervento di persone esterne, oppure più complesse e organizzate, basata su strategie comportamentali quali distrazione, inibizione o controllo cognitivo o legate a operazioni di conoscenza metacognitiva.

Le difficoltà di metacognizione, ovvero di accedere in maniera consapevole e comprendere ciò che abbiamo in mente oppure, saper leggere e fare inferenze verosimili e flessibili su quanto le altre persone provano e pensano, caratterizzano in particolar modo le persone che soffrono di disturbi di personalità. È fondamentale quindi, lavorare sulle nostre capacità metacognitive per ottenere una rappresentazione chiara dei nostri stati emotivi, per poterli regolare senza andare eccessivamente in confusione o reagire in maniera impulsiva e dannosa per noi stessi e per gli altri. Le nostre capacità metacognitive possono inoltre aiutarci a creare e mantenere delle relazioni interpersonali piacevoli e gratificanti, mantenendoci in armonia con noi stessi e con le persone che ci circondano.

 

Vuoi saperne di più? Segui la diretta dedicata alla metacognizione con la Dott.ssa Griguoli e la Dott.ssa Cantagallo sulla nostra pagina Facebook!


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Emozioni. Disregolazione delle emozioni e mantenimento della sofferenza psicologica.

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Le nostre emozioni sono una risorsa che ci permette di interagire con il mondo circostante e con le altre persone. In ogni momento della nostra vita proviamo emozioni e la maggior parte delle volte riusciamo a gestirle anche in maniera efficace.

La disregolazione delle emozioni è l’incapacità, nonostante gli sforzi, di modulare o riportare entro la norma i nostri vissuti emotivi, le nostre esperienze interne e il proprio comportamento verbale e non verbale in risposta a degli stimoli. Tale difficoltà spesso, si associa all’ impulsività e a problemi di adattamento dell’individuo all’interno del proprio contesto relazionale, data l’incapacità di controllare le risposte intense e, talvolta, estreme. Spesso tra le difficoltà associate alla disregolazione delle emozioni troviamo anche: difficoltà di attenzione e progettazione (riconducibili a deficit dell’esecutivo centrale), difficoltà nell’organizzare la propria quotidianità, isolamento come tentativo ultimo di arginare la sofferenza, modalità inadeguate di espressione di richieste di aiuto, etc. A peggiorare la situazione vi è anche il feedback proveniente dall’altro, che, spesso, incapace di gestire comportamenti così intensi e spesso anche spaventato dalla non gestibilità della sofferenza che vede, si tira indietro, vittimizza o stigmatizza chi ha difficoltà di regolazione.

Secondo Lazarus e Folkman, il concetto di disregolazione emotiva è legato a quello di regolazione e riferendosi ad un’interruzione della “stabilità interna” dei processi mentali, collegati a loro volta alla costante e dinamica regolazione delle attività̀ di cervello-mente-corpo-ambiente.

Ci sono diverse componenti che contribuiscono alla regolazione emotiva:

  1. consapevolezza e comprensione delle emozioni;
  2. accettazione delle emozioni;
  3. capacità di controllare le proprie emozioni negative e di agire in base ai propri obiettivi anche quando vengono provate tali emozioni;
  4. capacità di adattare al contesto le strategie di regolazione emotiva, rendendole flessibili.

Per meglio capire il rapporto che esiste tra la disregolazione delle emozioni e il mantenimento della sofferenza patologica, dobbiamo approfondire il concetto di finestra di tolleranza di Daniel Siegel, autore statunitense di fama mondiale. Secondo Siegel ciò che si trova alla base della sofferenza psichica in senso allargato è la mancanza di integrazione. Integrazione tra diverse parti del Sé, integrazione tra le strutture cerebrali più antiche e quelle più recenti, integrazione tra il funzionamento destrorso e quello “sinistro” del cervello.

La linea di forma sinusoidale che si osserva tra le due linee orizzontali segnalate dalle due frecce rappresenta il tono di attivazione neuro-fisiologica con le sue normali fluttuazioni. Nel corso della giornata, il nostro stato di arousal si muove a tratti verso l’alto (tendendo allo stato di iper-arousal) e a tratti verso il basso (ipo-arousal), contestualmente a situazioni percepite più o meno “attivanti” o più o meno “calmanti”. Fluttuare all’interno della finestra di tolleranza è del tutto normale, fino al punto in cui per varie ragioni il tono di arousal non superi verso l’altro o verso il basso i confini della finestra di tolleranza: in quel momento inizia il senso di “disregolazione”, percepito soggettivamente come un senso di essere “fuori controllo” (troppo agitati/ansiosi/attivati) o al contrario troppo “scarichi” o apatici (lo stato di ipo-arousal) e accompagnato da uno stato di profondo malessere soggettivo psichico, da cui si tenta di fuoriuscire. Secondo questa rappresentazione del malessere psichico, indotto da una disregolazione del tono di attivazione neuro-fisiologica, il problema legato al mantenimento dello stato di sofferenza consiste quindi nell’incapacità di trovare strategie di regolazione emotiva che consentano all’individuo di ri-entrare all’interno della finestra di tolleranza quando ci si trova al di fuori, sia in termini di iper o di ipoarousal.

Vuoi approfondire queste tematiche? Segui la diretta del 13 Dicembre sulla nostra pagina Facebook!


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Deterioramento cognitivo e sclerosi multipla: una relazione sottovalutata

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Deterioramento cognitivo e sclerosi multipla. Il rapporto tra la sclerosi multipla e il deterioramento cognitivo è sottovalutato e preso troppo poco frequentemente in considerazione.

La ricerca neuropsicologica, invece, indica la presenza di deficit cognitivi in pazienti con sclerosi multipla, in particolare per quanto riguarda velocità di elaborazione e memoria episodica, che risultano essere, infatti, i primi domini colpiti.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia immuno-mediata del sistema nervoso centrale (SNC): le cellule T arrivano al cervello tramite le interruzioni della barriera ematoencefalica, riconoscono la mielina come “estraneo” e la attaccano. Le cellule che “proteggono” i nostri neuroni (e non solo) vengono così danneggiate.

Quando la mielina o le fibre nervose vengono danneggiate o addirittura distrutte, la comunicazione tra neuroni rallenta e gli assoni possono essere danneggiati a tal punto che l’intera cellula muore. Pertanto, questo processo infiammatorio porta alla neurodegenerazione.

In alcuni pazienti il sintomo predominante è proprio la neurodegenerazione, con conseguente compromissione delle funzioni cerebrali e del midollo spinale. La perdita delle cellule nel talamo e nella corteccia cerebrale, infatti, è correlata al deterioramento cognitivo.

Circa il 35-50% dei pazienti con decorso recidivante-remittente e circa i due terzi dei pazienti con una forma progressiva presentano un deterioramento cognitivo. Molto spesso la compromissione è lieve o moderata, i deficit sono gravi e invalidanti in circa il 10-20% dei pazienti affetti.

Sono proprio i deficit cognitivi, nella maggior parte dei casi, a causare la perdita del lavoro nei pazienti. Per quanto lievi, quindi, sono aspetti che intaccano la quotidianità del paziente e la conseguente qualità di vita.

Fondamentale, quindi, non sottovalutare la presa in carico (dopo attenta valutazione) dei sintomi cognitivi: per quanto complessa sia certamente una malattia come la Sclerosi Multipla, ignorare un aspetto come il deterioramento cognitivo porta ad un abbassamento della QdV (qualità di vita) di coloro che ne soffrono.

Per questo motivo, il neurologo deve approfondire i sintomi di un paziente affetto da SM anche tramite invio al neuropsicologo che riesce ad effettuare attenta analisi dei disturbi cognitivi ai quali il paziente sta andando incontro, o potrà andare incontro, in ottica sia di intervento che di prevenzione.


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Pensiero negativo ripetitivo e declino cognitivo

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Pensiero negativo ripetitivo e demenza. Il pensiero negativo ripetitivo è costituito da rimuginio e preoccupazioni rivolte al futuro, ma sono anche presenti ruminazioni verso il passato. Fa parte dei sintomi della depressione e dell’ansia, che sono cosiderati fattori di rischio per il declino cognitivo e la demenza di Alzheimer (AD) che condividono infatti questo stile di pensiero (Trick et al., 2016).

Il coinvolgimento di questo stile di pensiero nell’insorgenza dei markers neurobiologici della demenza di Alzheimer non è ancora stato esaminato, ma le ipotesi sono che potrebbe contribuire al rischio di insorgenza. Infatti, alcune ricerche associano il rimuginio ad una presenza elevata di amiloide in soggetti con deterioramento cognitivo (Miebach et al., 2019).

L’indagine longitudinale di Marchant et al. (2020) ha indagato questa ipotesi coinvolgendo anziani cognitivamente sani e studiando la relazione tra stile di pensiero negativo ripetitivo e marcatori di demenza di Alzheimer. Insieme a ciò, ha esaminato il ruolo dei sintomi depressivi e ansiosi nell’insorgenza di tali marcatori.

Cosa ha rivelato lo studio?

In un periodo di 48 mesi, sono stati rilevati elevati livelli di pensiero negativo ripetitivo associati ad un declino più rapido della cognizione globale, della memoria immediata e ritardata.

Inoltre, in tutti i gruppi esaminati il rimuginio si associava ad elevati livelli di tau nella corteccia entorinale e ad amiloide cerebrale globale (Jansen et al., 2015).

Sebbene sintomi depressivi ed ansiosi correlassero con il declino cognitivo e il rimuginio, entrambi si sono mostrati maggiormente implicati nell’insorgenza di una forma di declino correlato all’età o non specifico della demenza.

Vuoi approfondire queste tematiche? Segui la diretta su Facebook con la dottoressa Griguoli e la dottoressa Cantagallo sul pensiero negativo ripetitivo lunedì 8 novembre!


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Apologia della sillaba tollerante

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“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Quando, nell’ultima pagina de ‘Le città invisivili’ Calvino lascia la parola finale a Marco Polo, lascia il lettore a bocca aperta, rendendolo conscio del fatto che tanta verità non era mai stata pronunciata con tanta semplicità e stordendolo in quanto una semplice frase diventerà, quasi improvvisamente, un tacito ordine morale determinante il suo esistere.

La forza del Sì di Calvino, a quelle relazioni, persone, eventi che meritano di essere vissuti, ha un’importanza straordinaria per le nuove o già consolidate imprese affacciantesi sul paesaggio contemporaneo di start-up fulminee, dirigenti sempre nuovi, aziende che continuamente si adattano a ciò che il mercato reclama e a ciò che le persone desiderano. È un mondo metamorfico, e ci si deve adattare in maniera celere. In questo processo, le liaisons interaziendali costituiscono il nettare per continuare a crederci e il cardine su cui fondare il successo.

Il leader di oggi deve saper portare le persone dove non arriverebbero da sole, secondo Jo Owen, esperto di leadership e motivazione personale. Se l’azienda ha uno scopo e vuole perseguire quella stella, dovrà essere il più aperta possibile alle influenze che bussano da fuori. Sì a persone di altre culture e/o nazionalità. Sì a persone che hanno prospettive differenti. Sì all’essere creativi ed ad insegnare agli altri ad esserlo. Sì ai sogni, per quanto irreali possano sembrare. Sì ai progetti di respiro europeo e internazionale. Sì ai dipendenti che hanno il fuoco negli occhi e vogliono metterlo in pratica. Sì a fare cose diverse. Sì ad aziende anche molto diverse dalla propria. Sì a tutto ciò che non dice ‘Io’ e che indica sicurezza: si cresce fuori dalla comfort zone. Sì ai libri e ai classici. Sì alla tecnologia e al nuovo. Sì alle relazioni aziendali online. Sì alla propria vision. Sì alla risolutezza e al decision-making. Sì all’ambizione ma un più grosso Sì all’umiltà. Sì alla gratitudine nei confronti di chi c’era prima di voi e di chi ci è vicino adesso: non siete e mai sarete completamente indipendenti.

Infine spiega Anna Cantagallo: “un Sì a tutti quelli che professano continuamente No: chi si chiude a riccio non fa che tornare indietro e voi, necessariamente, non potrete che andare avanti. Sia ben chiaro: un No è anche segno di una leadership risoluta e, quando opportuno, può far maturare anch’esso. Özbağ, in un recente (ottobre 2016) studio sui 5 maggiori tratti di personalità – i cosiddetti Big5 (apertura, coscienziosità, piacevolezza, neuroticisimo e estroversione) di un leader ha dimostrato come la ‘openness to experience’, l’apertura ad esperienze nuove, sia un importante predittore di una leadership etica, giusta, tollerante.”

Chi si apre al mondo, riceverà mondo.


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E’ arrivato il Podcast di BrainCare!

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Il podcasting rappresenta uno strumento di comunicazione all’avanguardia, smart e semplice da utilizzare: ecco perché lo abbiamo scelto.

Con un dispositivo (tablet, smartphone, pc), delle cuffiette e una connessione a internet saranno sempre disponibili per te pillole e nuovi spunti per scoprire meglio i segreti della mente. Dove e quando vuoi, senza limiti di tempo!

Da una collaborazione con Radio IT, nasce “Scopri la tua Mente”, il podcast di BrainCare! Ascolta il PRIMO dei 4 episodi, è già disponibile online e sulle nostre pagine social.

Ecco una breve descrizione della nostra playlist…non smettere di seguirci, le nuove puntate saranno pubblicate nelle prossime settimane!

INTRO: la storia di Braincare. La dottoressa Cantagallo si racconta e ci racconta dove e quando nasce Braincare, descrivendo mission e vision che caratterizzano il lavoro del nostro Team multidisciplinare di professionisti.

Episodio 1: La storia di Giulio. Giulio è un imprenditore di 50 anni alle prese con una vita piena di impegni e successi che deve fare i conti con qualche problema di memoria che inizia ad insinuarsi nella sua quotidianità rendendogli difficile la gestione della quotidianità. Dopo una consulenza neurologica e non poche difficoltà iniziali decide di riprendere in mano la sua vita adeguandosi a questo importante cambiamento. Scopre che non è da solo, scopre il significato di resilienza, di resistenza, di condivisione.

Episodio 2: La storia di Valentina. Valentina ha 40 anni, fa l’impiegata e ama la sua vita.  Ma ultimamente si sente spesso stanca, fatica a restare concentrata e a fronteggiare i ritmi frenetici delle sue giornate. Teme il cambiamento, teme il rifiuto e la solitudine di chi non può dare il 100% e viene messo da parte. Valentina scopre che il nostro cervello ha costante bisogno di nuovi stimoli per restare giovane, che ha bisogno di essere allenato, nutrito e accudito attraverso uno stile di vita adeguato. Scopre il valore della rete sociale e della condivisione, dell’auto-mutuo aiuto, dell’ascolto e dell’adattamento creativo. Si riscopre così come ri-scopre il suo potenziale cognitivo.

Episodio 3: La storia di Marco. Questa storia racconta il vissuto di malattia visto con gli occhi di chi sta accanto alla persona che soffre, il caregiver. Marco è il figlio di Tancredi, un signore a cui è stato diagnosticato un avanzato decadimento cognitivo. Lento e inesorabile. Difficile da accettare. Improvviso, inatteso. Marco fa i conti con paura, rabbia, incertezze. Vede crollare il punto di riferimento della sua famiglia, si sente inerme, sopraffatto. Deve rivedere ruoli e priorità e, col tempo, è artefice della ricostruzione della sua vita e della sua famiglia: nonostante la malattia, a volte intravede uno spiraglio di luce.

Scopri la tua mente! Indossa le cuffiette e premi play…. E’ online il Podcast di Braincare!  

Ecco i link per accedervi: scegli tu da quale piattaforma!

PODCAST ITALA NETWORK: https://www.podcastitalianetwork.it/scopri-la-tua-mente-braincare-podcast/

SPOTIFY: https://link.tospotify.com/muEmQwsCFbb


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Come migliorare il benessere a lavoro?

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L’ambiente esterno di cui siamo circondati ci pone sempre di fronte tantissimi stimoli, che vanno ad interagire con tutti i nostri sensi.

Le informazioni che riceviamo sono differenti e sono spesso anche di un numero maggiore rispetto a quelle che un individuo può elaborare in un dato momento. Per questo motivo, al fine di orientarci in questa vastità di stimoli esterni, il nostro meccanismo di selezione degli stimoli si è sempre più evoluto. Si parla in questo caso della nostra funzione cognitiva “regina”, se così possiamo chiamarla, che è l’attenzione, ovvero tutti quei processi cognitivi che ci permettono di elaborare gli stimoli ambientali di nostro interesse, ignorando gli altri.

La selezione degli eventi esterni avviene grazie all’azione di tre tipologie di attenzione:

  • attenzione selettiva: la capacità di isolare alcuni stimoli bersaglio rispetto ad altri (i distrattori);
  • attenzione sostenuta: la capacità di mantenere un buon livello di prestazione in una situazione dove gli stimoli si presentano a bassa frequenza, per un tempo relativamente lungo;
  • attenzione divisa: la capacità di eseguire più compiti contemporaneamente.

È possibile poi distinguere due “stati” attentivi: l’attenzione focalizzata, che è un processo volontario grazie al quale le nostre risorse attentive sono impiegate nell’analisi di un particolare elemento, e l’attenzione diffusa, un processo automatico in cui il sistema attentivo non è particolarmente focalizzato ed è, pertanto, teso a rilevare eventuali cambiamenti significativi nell’ambiente circostante.

Questo stato rappresenta quello maggiormente suscettibile al rumore. Quando la nostra attenzione viene catturata da stimoli esterni salienti, indipendentemente dalla loro rilevanza, questi riescono ad allontanarci dal compito al quale ci siamo dedicati.  Risulta quindi chiara l’importanza che il nostro cervello pone alla condizione dell’ambiente circostante.

Le caratteristiche di uno stimolo che vengono prese in considerazione affinchè questo attiri la nostra attenzione riguardano:

  • la salienza (la proprietà di uno stimolo per cui esso risalta rispetto agli altri per una sua caratteristica specifica che può essere, ad esempio, il volume o l’intensità)
  • la novità (il fatto che quello stimolo non sia mai stato percepito in precedenza)
  • l’apparizione improvvisa (non si ci aspetta la sua comparsa)
  • la valenza emotiva (il fatto che quello stimolo sia per qualche motivo associato a nostre esperienze o ricordi che lo caricano di un significato personale).

Sulla base di una così rilevante importanza associata al rapporto uomo e ambiente, risulta necessario che l’ambiente di cui ci circondiamo debba essere sempre riadattato, soprattutto in ambito di apprendimento (scuola) o di lavoro, in virtù del benessere di chi lo frequenta. In questi luoghi, infatti, l’inquinamento acustico è responsabile di innalzamento dei livelli di stress, ansia e irritabilità.

Altro fondamentale aspetto che riguarda il rumore e gli stati di irritabilità, stress, ansia e disagio sul posto di lavoro è la sua naturale connessione agli aspetti di rispetto della privacy. In ogni luogo di lavoro il rispetto della privacy risulta fondamentale e viene preteso sia dal lavoratore che dal potenziale cliente.

In primis, lavorare in ambienti che non hanno cura del rispetto della privacy provoca stati di distraibilità e mancata concentrazione, con particolare riferimento al costrutto attentivo di cui sopra. Sebbene i luoghi di lavoro open space e similari siano funzionali per molti aspetti, per altri bisogna che si prendano delle misure preventive che garantiscono comunque il rispetto del lavoratore, del suo operato e di eventuali clienti.

In secondo luogo, agli aspetti di rumore e privacy sono connessi stati di irritabilità dovuta alla mancata sensazione di spazio personale. Infatti, la mancanza di ambienti isolati dal rumore porta a notevoli impatti sulla salute fisica e mentale. Il rumore, secondo l’OMS, è uno dei principali rischi ambientali per la salute fisica e mentale e per il benessere in Europa, raccomandando azioni specifiche per ridurre l’esposizione.

Il rumore eccessivo, infatti, danneggia gravemente la salute umana e interferisce con le attività quotidiane delle persone (a scuola come a lavoro, o anche a casa e nel tempo libero). Le conseguenze sono visibili sul sonno, sul sistema cardiovascolare e psicofisiologico, riducendo le prestazioni cognitive e provocando sensazioni di fastidio e cambiamenti nel comportamento sociale.

Lo stress lavoro correlato si associa a ipoacusia da rumore (malattia professionale causata da esposizioni croniche a stimoli rumorosi) e si manifesta attraverso disturbi della comunicazione, disturbi del sonno e disturbi psichici come, appunto, comportamenti aggressivi, stati di ansia e depressione.


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neglect

Corso di formazione valutazione e riabilitazione del neglect a distanza- Lunedì 18 Maggio

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Il corso si svolgerà in 2 ore, concentrandosi sugli aspetti pratici della valutazione e riabilitazione online del neglect.


I temi approfonditi saranno:
1) Il colloquio neuropsicologico online: la raccolta anamnestica, la sintomatologia soggettiva, gli aspetti cognitivi evidenti durante il colloquio.

2) La valutazione neuropsicologica online: strumenti e test che si prestano alla “televalutazione”.

3) La riabilitazione neuropsicologica online: la stesura di un programma di riabilitazione online, l’organizzazione delle sedute, il materiale riabilitativo più adatto alla “tele-riabilitazione”.

PER TUTTI I PARTECIPANTI LA POSSIBILITA’ DI PRENDERE VISIONE DEI DISEGNI DEL TUTTO INEDITI DI FEDERICO FELLINI DURANTE LE
SUE VALUTAZIONI NEUROPSICOLOGICHE CON LA DOTT.SSA ANNA CANTAGALLO

Per informazioni ed iscrizione scarica la brochure qui 


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